“Discutere di residuo fiscale è un bluff”.

Maroni e Zaia

 

I conti nascosti del referendum riservano alcune sorprese. La prima è che il Lazio è la Regione al secondo posto in Italia nella classifica del residuo fiscale: riceve meno di quello che dà. Ed è davanti al Veneto (quarto) e dopo la Lombardia. L’obiettivo referendario è avere più fondi, non l’autonomia. Il ministro Maurizio Martina: ma così è secessione. A rompere il clima di discussione politicamente “ovattata” attorno al referendum autonomista è stato ieri il ministro delle Politiche agricole e vice segretario del Pd, Maurizio Martina. «Se uno», ha detto senza mezzi termini all’Ansa il ministro, «pone la questione del residuo fiscale, sostanzialmente si avvia verso una versione quasi secessionista. Penso che abbiamo bisogno di tutto fuorché di una deriva catalana». Insomma, dietro il fumo delle maggiori competenze previste dall’articolo 116 della Costituzione, c’è l’arrosto dei soldi. Il residuo fiscale, appunto. Una questione, fino a poco tempo fa, relegata al dibattito tra gli economisti. E della quale, in realtà, si discute in un solo e unico caso: quando in ballo c’è una secessione. Ma cos’è il residuo fiscale? Banalizzando il concetto, è la differenza tra quanto ogni cittadino paga allo Stato sotto forma di tasse e quanto ne riceve, attraverso i servizi, sotto forma di spesa pubblica.

IL PATTO
È uno strumento nato per valutare la capacità dello Stato di redistribuire le risorse: i cittadini più ricchi pagano più tasse, con le quali si aiutano quelli più bisognosi. È il patto fondativo dello Stato. In Italia la sperequazione territoriale dipende dalla circostanza che i cittadini ricchi sono concentrati in alcune zone del Paese e quelli povere in altre. «Quello che mi preoccupa dei referendum lombardo e veneto», dice Gianfranco Viesti, ordinario di economia applicata all’Università di Bari, «è che hanno sdoganato tutti questi ragionamenti». Se non si ha in testa la secessione, insomma, di residuo fiscale non si dovrebbe nemmeno discutere. Non solo. Il residuo fiscale è anche un indicatore sfuggente, evanescente, molto difficile da calcolare. I numeri sono più ballerini di un danzatore di flamenco. I proponenti del referendum della Lombardia, hanno citato uno studio di Eupolis, che stimerebbe in 57 miliardi il residuo fiscale della Regione.

In un’intervista al Messaggero, Paolo Balduzzi, professore di Scienza delle finanze all’Università Cattolica di Milano, ha spiegato che quella presa in considerazione «è la cifra più alta possibile». Altri studi, invece, collocano «più correttamente» il residuo fiscale lombardo tra i 20 e i 30 miliardi. L’asticella di quello Veneto sarebbe ancora più giù.

Addentrarsi nei meandri del residuo fiscale può addirittura portare sorprese inaspettate. In un contributo per Lavoce.info, Fabrizio Tuzi, dirigente tecnologo dell’istituto sui sistemi regionali, ha pubblicato una tabella del Cnr-Issirfa su dati Istat e Cpt, nella quale sono indicati i valori medi pro-capite del residuo fiscale per gli anni che vanno dal 2013 al 2015. Se da un lato c’è la conferma che il conto del dare è superiore di 5.600 euro rispetto al conto dell’avere per ogni singolo cittadino lombardo, dall’altro è altrettanto vero che gli abitanti del Lazio sono poco da meno. Versano nelle casse dello Stato 3.672 euro pro-capite in più di quello che ricevono. Sono secondi nella classifica del residuo fiscale, prima del Veneto (che ha un residuo fiscale di “soli” 2.078 euro pro capite) e dell’Emilia Romagna (3.293 euro). Poi via via giù gli altri, dal Piemonte (1.162 euro), alla Toscana (805 euro), mentre la Regione i cui abitanti versano di meno rispetto a quanto ottengono, è la Calabria (-5.528 euro pro-capite).

Gianfranco-Viesti

LA FANTAECONOMIA
Si potrebbe sostenere che nel Lazio c’è la capitale, Roma, che ospita molte delle funzioni centrali. Gli stipendi dei dipendenti del ministero della Difesa vanno attribuiti tutti al Lazio o ripartiticon le altre regioni? Ragionamenti complessi, nei quali è meglio non spingersi per rischiare di finire nella fantaeconomia. Perché dall’altro lato, allora, si potrebbe anche facilmente sostenere che le aziende della Lombardia e del Veneto vendono i loro prodotti nel mercato nazionale e, dunque, i soldi del residuo fiscale che vanno ad altre Regioni tornano indietro sotto forma di fatturato. Cosa fare allora? Creare una bilancia dei pagamenti interna? «Abbiamo stimato», dice ancora Viesti, «che il Sud trasferisce al Nord 2,5 miliardi di euro grazie agli studenti che si trasferiscono ogni anno per studiare nelle Regioni centro settentrionali». Questi soldi come si classificano? Dunque la posta in gioco, come detto non sono le competenze. Perché, come ha ricordato Alberto Zanardi, esperto del tema e oggi componente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, «per la grande maggioranza delle materie trasferibili la spesa aggiuntiva da finanziare a livello regionale sarebbe in realtà piuttosto modesta». Ha ragione il ministro Martina, insomma, quando dice che «discutere di residuo fiscale è un bluff, anche perché se la partita fosse davvero questa saremmo in un altro scenario». Quello catalano.

di Andrea Bassi

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/referendum_lazio_tasse-3314902.html

Foto RETE

 

One Reply to ““Discutere di residuo fiscale è un bluff”.”

  1. luciano ha detto:

    Mi risulta che tutte le società pubbliche e private che hanno la sede sociale a Roma paghino l’irpef nella regione Lazio. E’ vero?

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