MEDITAZIONI SULLA MORTE

 

Dalla prima Meditazione

(…) Diciamo subito, senza ambagi, che appartengo alla schiera di coloro che si pongono decisamente nell’ordine della vita. Per noi, la vita non è affatto un epifenomeno nella straordinaria avventura dell’universo. Non ci accontentiamo della visione secondo cui l’universo, non essendo che materia, si sarebbe prodotto senza saperlo, ignorando completamente la propria esistenza nel corso di questi miliardi di anni…

Personalmente ho una ragione in più per unirmi a questi avvocati della vita: vengo da quello che una volta si chiamava “Terzo Mondo”. Allora formavamo la tribù dei dannati, degli eterni crepa-corpo, crepa-cuore, portatori di sofferenze e di lutti; eravamo così disgraziati che, per noi, la minima briciola di vita era un dono insperato. Eravamo miseri, ma avevamo qualche motivo per consacrare alla vita un infinito amore: avevamo bevuto tutta l’acqua amara dell’esistenza; ogni tanto, ne avevamo gustato anche gli inusitati sapori.

Noialtri, che rifiutiamo ogni forma di nichilismo, lo confessiamo: diciamo “sì” all’ordine della vita. E così, in un certo senso, indipendentemente dalla nostra educazione e dalle nostre convinzioni, ci ricolleghiamo all’intuizione del Tao. La Via, il gigantesco cammino orientato dell’universo vivente, ci dimostra che un Soffio di vita, a partire dal Niente, ha fatto avvenire il Tutto (…).

Dalla seconda Meditazione

(…) Invece di limitarci a fissare la morte da questo lato della vita, potremmo considerare la vita a partire dalla nostra morte, non intesa come una fine assurda ma come il frutto del nostro essere. Perché in un mondo aleatorio, irto di imprevisti, abbiamo un’unica, assoluta certezza: un giorno, tutti dovremo morire. Eppure, non abbiamo più niente da dire di fronte a questo assoluto? Non lo credo, per la semplice ragione che, a causa della vita, la morte non ci appare affatto come un assoluto. In realtà, se la vita non esistesse non ci sarebbe la morte. Visto che la morte è la cessazione di un certo stato di vita, non può essere all’origine di questo “assoluto”: esso deve essere stato imposto da qualcos’altro di ancora più assoluto, per così dire, ovvero da ciò attraverso cui è avvenuta la vita. Questa Origine ha imposto la morte come una delle sue leggi e, perciò, la morte stessa è diventata una delle prove dell’assoluto della vita. Non possiamo pensare alla vita senza pensare alla morte, così come non possiamo pensare alla morte senza pensare alla vita. Ma in questo binomio indivisibile è la vita ad avere la preminenza. Sarà la morte ad avere l’ultima parola? Non è affatto certo (…).

Dalla terza Meditazione

(…) A mano a mano che si avanza con l’età, l’anima interiorizza sempre più tutto ciò che il corpo porta con sé in termini di desideri e di esperienza. Il frutto dell’anima assorbe dolori e gioie, lacrime e sangue. L’artista non fa eccezione. Più si avvicina alla fine, più la sua creazione diventa libera e spoglia del superfluo. Pensiamo all’ultima Pietà di Michelangelo, agli ultimi ritratti di Tiziano e di Rembrandt, alle ultime visioni di Fan Kuan, di Cézanne. Alla Divina Commedia di Dante, alla Fedra di Racine, alle ultime poesie di Du Fu, di Wang Wei, di Tagore. Alle ultime Cantate di Bach, agli ultimi Quartetti di Beethoven e alle ultime Sonate di Schubert, ai Requiem di Mozart e di Fauré… Ricordo anche i quattro ultimi Lieder di Richard Strauss, grida di nostalgia splendide come un tramonto. D’altronde, ognuno di noi sa quale musica vorrebbe udire nel momento della morte (…)

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Dalla quarta Meditazione

Ora vorrei rendervi partecipi di un sentimento personale che ho provato molte volte. Considerata  la mia età, mi è capitato spesso di vegliare delle persone care sul letto di morte. Persone di cui conoscevo intimamente la voce, lo sguardo, la sensibilità, le passioni, i fremiti e i gemiti, le risa e i pianti. Ogni volta rimanevo colpito dalla differenza tra l’essere unico della persona e il corpo inerte che giaceva sotto i miei occhi. Era indubbio: quel corpo improvvisamente immobile apparteneva a un parente, a un amico; ma sapevo che il suo essere non si riduceva a quello, che era già incredibilmente liberato, unificato, altrove. Era già presente in altro modo, e in altro modo più presente. Pensavo allora a Cocteau, che, davanti al pomposo corteo funebre con la bara di Giraudoux, folgorato da un’improvvisa intuizione, aveva detto agli amici: «Ma lui non è qui, andiamocene!». (….) E invece no: al di là del comico e del tragico della nostra precarietà, molto al di là, c’è il fatto solenne di essere, il fatto sacro di essere. Più niente può far sì che quell’uomo, quell’anima, non siano stati. Niente può più cancellare ciò che costituiva la sua unicità. Ricordiamo la frase di Jankélévitch: «Se la vita è effimera, il fatto di avere vissuto una vita effimera è un fatto eterno». (…)

Dalla quinta Meditazione

Gli alberi dell’infinito dolore,

le nubi dell’infinita gioia,

talora si scambiano un segno di vita,

al limitare della vasta estate.

Li traversano le allodole

Senza nulla cogliere delle loro parole,

solo una sorgente le serberà

per dar da bere ai morti.

Che dall’altro regno torni a noi

quel che credevamo perduto,

che tornino quelli che si erano allontanati senza dir nulla,

che il loro grido muto sia il nostro pane quotidiano,

che si ricomponga l’aspra ferita:

morso e rimorso sono tutt’uno,

dolore e dolciore si sostengono l’un l’altro.

 

Di Francois Cheng, “Cinque meditazioni sulla morte”, Bollati Boringhieri, 2014

Foto RETE

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