SEGHERIA

Fate girare indietro la ruota del tempo.

Fermatevi al 1949.

Alla Segheria ancora c’è vita. Dalle montagne teleferiche e camion portano tronchi. Una sirena scandisce i tempi della giornata lavorativa. A sera gli operai tornano a  casa col tascapane a tracolla. La Valle dell’Argentino brulica di gente, di automezzi, di teleferiche, di pastori. C’è anche un trenino che va e vine da Canale Tufo carico di fusti di faggio.  Mare Piccolo accoglie molte famiglie in baracche. I muli portano su l’essenziale per vivere. Ogni tanto si fa vivo anche qualche prete per la messa.

Alla Vianova, mattina e sera, è uno sciamare di contadini, a piedi o a dorso d’asino. Spendono la giornata nei campi per strappare alla terra il necessario.

La popolazione cresce. Negli anni Cinquanta arriverà a circa 3300 unità.

Le notizie più importanti le porta in giro Zi’ Federico, banditore. Poi verrà Learco (“A chiazza su arrivati i pisci a tanto u chilu…”).

A preti, medici, avvocati, benestanti, ci si rivolge col “don”, qualcuno ne approfitta. I contadini sanno di non avere “potere”. Molti sono analfabeti. Molti vanno scalzi anche d’inverno. Molti portano nell’animo e nel corpo cicatrici della guerra appena finita.

Da lì a poco la Storia volterà pagina.

La Segheria consumerà gli ultimi scampoli di bosco, poi la fine. L’emigrazione svuoterà il paese. I rovi e la macchia si riprenderanno tanti campi. Il Sessantotto metterà radici anche ad Orsomarso. Finisce la civiltà contadina.

Il “don” lo conserveranno solo i preti.

Nella foto fatta alla Segheria vedete Salvatore Bottone e Raffaele Russo. Degli altri due signori non so dirvi il nome, me ne scuso

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