Quando la scuola è scuola di vita

 

Quando si considerano i termini “cultura umanistica”, si deve valutare il termine “cultura” nel suo senso antropologico: una cultura fornisce le conoscenze, i valori, i simboli che orientano e guidano le vite umane. La cultura umanistica è stata, rimane e deve divenire non più per un’elite, ma una preparazione alla vita per tutti.

Letteratura, poesia e cinema devono essere considerati non solamente, né principalmente, come oggetti d’analisi grammaticale, sintattica o semiotica, ma come scuole di vita, e ciò in molteplici sensi.

— Scuole della lingua, che rivela tutta la sua qualità e possibilità attraverso le opere di scrittori e poeti e permette all’adolescente, delle cui ricchezze egli si appropria, di esprimersi pienamente nella sua relazione con gli altri.

— Scuole, come si è detto nel precedente capitolo, della qualità poetica della vita, e quindi dell’emozione estetica e dello stupore.

— Scuole della scoperta di sé, in cui l’adolescente può riconoscere la sua vita soggettiva attraverso quella dei personaggi di romanzi o di film. Può scoprire la rivelazione delle proprie aspirazioni, problemi, verità, non solo in un libro che espone idee, ma anche, e talvolta più profondamente, in un poema o in un romanzo. Alcuni libri costituiscono “esperienze di verità”, dando forma e svelandoci una verità ignorata, nascosta, profonda, informe, che portiamo in noi e che ci procura la doppia estasi della scoperta della nostra verità nella scoperta di una verità esterna a noi, che si accoppia alla nostra verità, la incorpora e diviene la nostra verità(3) E spesso caratteristico di queste opere, come Una stagione all’inferno, ciò che con parole straordinarie Eraclito dice della Pizia di Delfi: “Non afferma, non nasconde, ma suggerisce”. Com’è bello favorire tali scoperte!

– Scuole della complessità umana. Qui riprendiamo ciò che abbiamo indicato nel capitolo precedente, perché la conoscenza della complessità umana fa parte della conoscenza della condizione umana e poiché nello stesso tempo questa conoscenza ci inizia a vivere con esseri e situazioni complesse.

Come si sa dopo Shakespeare e come ha affermato Geneviève Mathis, “una sola opera letteraria cela un infinito culturale che ingloba scienza, storia, religione, etica…”(4) È il romanzo che estende il regno del dicibile alla complessità infinita della nostra vita soggettiva, che utilizza l’estrema precisione della parola, l’estrema sottigliezza dell’analisi per tradurre la vita dell’anima e del sentimento. È nel romanzo o nel film che si riconoscono i momenti di verità dell’amore, i tormenti delle anime straziate e che si scoprono le instabilità profonde dell’identità, come in Dostoevskij, la molteplicità interiore di una stessa persona, come in Proust, e, come in Papa Goriot o in Guerra e pace, la trasformazione degli esseri messi di fronte al destino sociale o storico, travolti dal torrente degli eventi che possono fare di noi degli eroi, dei martiri, dei vili, dei carnefici. È nel romanzo, nel teatro o nel film che si coglie che Homo sapiens è nello stesso tempo indissolubilmente Homo demens. E nel romanzo, nel film, nel poema che l’esistenza manifesta la sua miseria e la sua tragica grandezza, con il rischio dello scacco, dell’errore, della follia. È nella morte dei nostri eroi che facciamo le nostre prime esperienze della morte. E dunque nella letteratura che l’insegnamento sulla condizione umana può prendere forma vivente e attiva per illuminare ciascuno sulla propria vita. […].

– Scuole della comprensione umana. Nella lettura o nella visione cinematografica, la magia del libro o del film ci fa comprendere ciò che nella vita quotidiana non comprendiamo. Nella vita di tutti i giorni percepiamo gli altri solo in modo esteriore, mentre invece sullo schermo o attraverso le pagine di un libro essi ci appaiono in tutte le loro dimensioni, soggettive e oggettive. La letteratura “è la sola a saper rappresentare e chiarire le situazioni di incomunicabilità, di chiusura in se stessi, di qui prò quo comici o tragici. Il lettore scopre anche le cause dei malintesi e impara a capire gli incompresi”.(6) Attraverso la letteratura e il cinema possiamo comprendere che non si deve ridurre un essere a una sua minima parte, né alla parte peggiore del suo passato.

Allorché nella vita quotidiana ci affrettiamo a qualificare come criminale chi ha commesso un crimine, riducendo tutti gli altri aspetti della sua vita e della sua persona a questo unico tratto, scopriamo nei loro molteplici aspetti i re gangster di Shakespeare e i gangster reali dei film gialli. Possiamo vedere in che modo un criminale può trasformarsi e riscattarsi come Jean Valjean e Raskolnikov. Chi, per strada, prova repulsione verso i vagabondi che incontra, simpatizza di tutto cuore, al cinema, con il vagabondo Charlot. Allorché nella vita di tutti i giorni siamo quasi indifferenti alle miserie fisiche e morali, nella lettura di un romanzo o nella visione di un film proviamo commiserazione, pietà, bontà.

E infine, possiamo imparare le lezioni fondamentali della vita, la compassione per le sofferenze di tutti gli umiliati, e la comprensione autentica. Letteratura, poesia, cinema, psicologia, filosofia dovrebbero convergere per divenire scuole di comprensione.

L’etica della comprensione umana costituisce senza dubbio un’esigenza chiave dei nostri tempi di incomprensione generalizzata: viviamo in un mondo d’incomprensione tra stranieri, ma anche tra membri di una stessa società, di una stessa famiglia, tra partner di coppia, tra genitori e figli. Viene da chiedersi se le chiavi psico-psicoanalitiche, diffuse in modo dogmatico e riduttivo nella nostra cultura (complesso d’inferiorità, edipo, paranoia, schizofrenia, sadomasochismo ecc.), non aggravino l’incomprensione offrendo un’intelligibilità riduttrice.

Spiegare non basta a comprendere, come ha rivelato Dilthey. Spiegare è utilizzare tutti i mezzi obiettivi di conoscenza, ma che sono insufficienti per comprendere l’essere soggettivo. C’è comprensione umana quando sentiamo e concepiamo gli umani come soggetti; essa ci rende aperti alle loro sofferenze e alle loro gioie; ci permette di riconoscere negli altri gli stessi meccanismi egocentrici di autogiustificazione che sono in noi, così come le retroazioni positive (nel senso cibernetico del termine) che fanno degenerare le più piccole dispute in conflitti implacabili. E a partire dalla comprensione che si può lottare contro l’odio e l’esclusione.

Per affrontare le difficoltà della comprensione umana si richiederebbe il ricorso non a insegnamenti separati, ma a una pedagogia congiunta che raggruppi filosofi, psicologi, sociologi, storici, scrittori e ciò si coniugherebbe con un’iniziazione alla lucidità.

 

Edgard Morin, “La testa ben fatta”, Raffaello Cortina Editore

Foto RETE

NOTE

3.) Mi si permetta questa confidenza sulla relazione tra i libri e il vivere: non ho mai smesso di essere conquistato dal vivere, ma i libri sono stati onnipresenti nel mio vivere e hanno influito su di esso. I libri hanno sempre stimolato, illuminato, guidato il mio vivere, e reciprocamente il mio vivere, mantenutosi sempre indagatore, non ha smesso di affidarsi ai libri.

 

4.) G. Mathis, “La complexité au cceur de l’enseignement des lettres”, comunicazione al “Congrès interlatin pour la pensée complexe”, Rio, settembre 1998.

  1. G. Mathis, op. cit.

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