Perchè gli esseri umani tendono a preferire luoghi o suoni naturali?

Campotenese (Morano Calabro)

 

L’innata tendenza degli esseri umani a preferire luoghi o suoni naturali e a mostrare curiosità, attrazione o comunque attenzione verso gli altri esseri viventi è stata spiegata in termini evoluzionistici con l’introduzione del concetto di biofilia.

Coniato agli inizi del Novecento con un significato un po’ diverso da quello attuale, il termine biofilia è stato ripreso a metà degli anni Ottanta del secolo scorso dal biologo-entomologo dell’Università di Harvard Edward v O. Wilson (il padre della sociobiologia), per descrivere «la tendenza innata dell’uomo a concentrare il proprio interesse sulla vita e sui processi vitali», o anche «l’innata affiliazione emozionale dell’uomo agli altri organismi viventi, quel rapporto emotivo che da sempre lega gli esseri umani alle altre forme di vita e che li ha accompagnati nel lungo viaggio dell’evoluzione».

Il concetto di biofilia, dunque, rappresenta l’idea che gli esseri umani, essendosi evoluti in luoghi del pianeta ricchi di specie vegetali e animali, posseggano una sorta di intima attrazione biologica verso quello che noi oggi identifichiamo con il termine generico di «natura». Questa  affinità con la natura e con tutto ciò che ne fa parte non è dunque altro che un prodotto della selezione naturale.

Dopo Wilson, molti altri studiosi hanno ipotizzato – e poi dimostrato – che la predisposizione dell’uomo verso la natura ha origini genetiche.

Quando si parla di «impronta» della natura su certi comportamenti e su certe reazioni istintive dell’uomo ci si riferisce proprio alla matrice genetica di queste influenze; ne è una prova il fatto che soggetti provenienti da culture diverse e da Paesi geograficamente distanti fra loro mostrano preferenze analoghe nei confronti di determinati modelli di habitat. Esisterebbero quindi dei veri e propri «archetipi di ambiente» che l’uomo porta dentro di sé da moltissimo tempo.

Per avere un’idea di quali possono essere questi modelli di habitat particolarmente graditi all’uomo occorre nuovamente partire dalle parole di Edward Wilson nel suo volume II futuro della vita: «Le ricerche condotte […] nel settore della psicologia ambientale indicano costantemente la seguente conclusione: le persone preferiscono stare in ambienti naturali, in particolare nella savana o in un habitat simile ad un parco. Amano poter spaziare con lo sguardo su una superficie erbosa relativamente piana, punteggiata di alberi e cespugli. Vogliono stare vicino a una massa d’acqua – un oceano, un lago, un fiume o un ruscello. Cercano di costruire le proprie abitazioni su un rilievo, da cui poter osservare in sicurezza la savana o anche l’ambiente acqueo.

Gaccale (Orsomarso)

Con regolarità quasi assoluta questi paesaggi sono preferiti agli scenari brulli o con scarsa vegetazione».

L’autore precisa poi che non tutti gli ambienti naturali hanno la stessa fascinazione: «In una certa misura, le persone mostrano di non amare le immagini di boschi in cui lo sguardo non può spaziare, la vegetazione è complessa e disordinata e il terreno è accidentato – in breve: le foreste con alberi piccoli e fitti e un denso sottobosco. Prediligono caratteristiche topografiche e aperture che consentono una visione più ampia».

Non è difficile concludere che simili preferenze sarebbero state espresse anche dai progenitori dell’Homo sapiens (potremmo quasi immaginarli assentire vigorosamente in un’ipotetica intervista sull’argomento).

Diversi studi giungono a queste stesse osservazioni: in particolare ve ne sono due che è opportuno citare. Il professor Roger Ulrich, dell’Università A&M del Texas, in un lavoro pubblicato nel 1993 indica che proprio gli ambienti riconducibili alla tipologia della savana, tra diversi modelli di contesto naturale sottoposti alla vista dei partecipanti alla sperimentazione, sono risultati quelli maggiormente associati a stati d’animo di calma e serenità.

Da una ricerca compiuta dagli statunitensi John D. Balling e John H. Falk (Edgewater, Maryland) è risultato che questo tipo di preferenza è addirittura più marcata nei bambini, che risentono meno dei condizionamenti dati dalla famigliarità con certi modelli. In altre parole, i bambini manifestano tendenze più simili a quelle degli antenati della nostra specie, che hanno sviluppato per primi questo tipo di adattamento.

La ricerca era condotta per esaminare le preferenze di gruppi di nordamericani di differenti età rispetto a cinque diversi modelli ambientali (savana, foresta di latifoglie, foresta di conifere delle zone temperate, foresta pluviale della fascia equatoriale, deserto). I risultati mostrarono una significativa preferenza per l’ambiente della savana tra i bambini di età compresa tra gli 8 e gli 11 anni; i bambini più grandi, invece, sceglievano in ugual misura la savana e la foresta di latifoglie, vale a dire un habitat del quale avevano avuto un’esperienza più diretta.

Questi due ambienti risultavano molto più graditi dei restanti tre: evidentemente la già citata impronta evolutiva è più forte nel periodo dell’infanzia, mentre a mano a mano che aumenta l’età intervengono fattori di tipo culturale che orientano la scelta verso un ambiente più conosciuto

 

Da LA TERAPIA SEGRETA DEGLI ALBERI, di M. Mencagli e M. Nieri, Sperling & Kupfer

 

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