James Hillman: “Mi piacerebbe che per una volta fosse l’Italia a infettare l’America”.

Sandro Botticelli (1445-1510) LA PRIMAVERA

 

Allora perché ha accettato di farsi intervistare?

L’anno scorso ho di nuovo cercato di evadere dalla Schreibstube, quel ricettacolo di introversione dove non facciamo che scrivere ed esercitare. Ho girato l’America, ho parlato, ho ascoltato domande che mi hanno spinto a certe considerazioni e a certe risposte. Risposte delle quali, riascoltandomi, ero il primo a meravigliarmi, come se le mie corde vocali potessero comunicare contenuti nuovi, diversi da quelli che le mie mani esprimono quando scrivo. Ma c’è un’altra ragione: sono molto interessato a quello che succede in Italia.

Perché?

Perché credo che i miei scritti vengano da una fantasia mediterranea.

Cosa intende con «fantasia mediterranea»?

In parte penso al Rinascimento, al mio tentativo di recuperare uno stile di pensiero basato sulle «figure» – le persone, i tipi, la retorica, lo stile – in breve, una psicologia non esclusivamente concettuale. Tutte cose che, nella fantasia, collego all’Italia. Ma un’Italia della mia fantasia.

Potrebbe spiegarlo più chiaramente?  Non è facile per un italiano accettarsi come parte di una fantasia, anche se sempre e ovunque si è fantasticato sull’Italia e i suoi abitanti.

Non è che mi sia fabbricato un’Italia a mio uso e consumo. Piuttosto, il fatto è che ci sono una geografia fisica e una geografia dell’immaginazione. Shakespeare aveva la sua Italia dell’immaginazione, che ha fatto da scenario a ogni sorta di trama; Nietzsche aveva la sua Italia dell’immaginazione, Goethe la sua, e Jung ebbe grandi sogni ambientati in Italia. Per secoli questo paese ha subito l’immaginazione nordica, e se n’è avvantaggiata. E anch’io ho la mia Italia dell’immaginazione; anch’io fantastico sul fatto che la mente, il cuore o l’anima [In italiano nell’originale] italiani rispondano a un pensiero più basato sull’estetica. Per me, scrivere partendo da una fantasia mediterranea significa permettere alla sensibilità estetica di ricoprire un ruolo importante; non mi importa granché di commettere certi errori, di cadere nel sentimentalismo, di essere impreciso o ridondante, barocco e un po’ astruso, o troppo legato alle forme e ai termini tradizionali — insomma, di fare gli errori che possiamo considerare «italiani». Sempre meglio di quelli tedeschi, nordici, o di quell’assurdità che i francesi chiamano «chiarezza» e della loro ossessione per la semantica. Mi è sempre piaciuto il vostro Vico, con la sua insofferenza verso Descartes e la mentalità francese. L’America ha il «mal francese»: strutturalismo, lacanismo, Derrida; e quando guarisce prende il vaiolo tedesco: Heidegger, Hesse, per non parlare della psicologia del profondo di scuola germanica… Mi piacerebbe che per una volta fosse l’Italia a infettare l’America.

Mi chiedo se la sua «Italia» e i suoi «errori» appartengano all’Italia che conosco, o a una fantasia letteraria di cui ha bisogno per arrivare a ciò che le sta a cuore. Suppongo che lei abbia bisogno di un «luogo», un terreno geografico in cui coltivare le sue idee.

Sì, è vero. Ma c’è qualcos’altro sull’Italia che devo confessare. Per me è l’autentica società in stato di Umbruch [dissodamento, N.d. T.], come lo chiamerebbero i tedeschi; c’è l’idea dell’aprirsi ma anche del fendersi; un fendersi, a volte letterale, delle strade. Nello stesso tempo vedo molta più vivacità intellettuale in Italia che, poniamo, in Germania. Si pubblicano più libri nuovi e più traduzioni che in Germania, in Inghilterra o in Francia. In parte a causa di questa apertura, di questo fendersi, le idee non sono un lusso ma una necessità. Cosa si pensa e come lo si pensa è di estrema importanza in Italia perché determina ciò che si è. Così un’idea psicologica diventa non soltanto un modo di scoprire se stessi in senso intimista, come la cultura del «me» in California. In Italia le idee psicologiche vanno oltre la cultura del «me», passano nella cultura generale, nel modo di vivere, perché ci si scontra col problema del vivere. L’esperienza, si potrebbe dire — ma non uso questa parola, è troppo astratta – è quando ci sparano per strada, o ci rapiscono, o la polizia arresta un nostro amico, o Dio sa cosa, insomma quando succede qualcosa che impegna immediatamente il nostro intelletto.

Come nel Rinascimento. Non potete fare altro che impegnarvi. È una parte di quello che intendo con «estetica»; la consapevolezza sensibile immediata, come nell’animale che possiede ancora una vera intelligenza sensibile. Inoltre, in Italia c’è una sorta di consapevolezza collettiva dell’essere intenti a elaborare qualcosa. Probabilmente, si tratta dell’elaborazione di duemila anni di Cattolicesimo in un tempo molto breve, in cui l’antica cultura cristiana si confronta con la nuova: per me l’intera cultura occidentale è lì come in un microcosmo, in Italia più che in qualunque altro luogo. Santo Ciclo, quest’intervista non la volevo e ci sono già dentro fino al collo. Vede cosa temevo? L’inflazione psicologica. Le sto spiegando tutto dell’Italia — ma cosa ne so? Dopo tutto è il suo paese.

 

Da IL LINGUAGGIO DELLA VITA, James Hillman – Conversazione con Laura Pozzo, BUR

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