Dissidenze

 

“Tunejadstvo”, parassitismo, con questa accusa il poeta Russo J. Brodskji scontò prigione in Unione Sovietica. Era un regime che non ammetteva disoccupazione. Riporto uno stralcio del suo interrogatorio in Tribunale.

Giudice: Qual’è in genere la vostra professione?

Brodskji : Poeta, poeta traduttore.

G.:         È chi vi  riconosce che siete poeta? Chi vi mette nel numero dei poeti?

B.:         Nessuno. È chi mi mette nel numero del genere umano?

G. :        Avete studiato per questo?

B.:         Per cosa?

G.:         Per essere poeta? Non avete tentato di finire l’università dove preparano, insegnano…

B.:         Non pensavo… non pensavo che questo si ottenesse con un corso di studi.

G.:         E come?

B.:         Penso che (incerto) venga da Dio.

G.:         Avete richieste da inoltrare?

B.:         Vorrei sapere perché mi hanno arrestato.

G.:         Questa  è una domanda e non una richiesta.

B.:         Allora non ho richieste.

Il rapporto tra giudice e imputato è strambo sotto qualunque ordinamento. Appartiene di diritto al genere teatrale. Non fosse che al termine del dialogo il giudice rientra a casa sua e l’imputato va a scontare la pena erogata.
Brodskji fu condannato al massimo previsto. L’accusa di parassitismo era un pretesto per il castigo della sua dissidenza. Una mobilitazione intellettuale internazionale ottenne la riduzione di due terzi della detenzione. Del suo tempo rinchiuso disse che in prigione la mancanza di spazio è compensata da un’abbondanza di tempo. Già solo per questa ironia il Nobel letterario è meritato.
Da noi più allegramente la dissidenza, dalla Val di Susa al Salento, si sanziona con fogli di via,  divieto a mettere piede, pezzi di territorio messi a disposizione della polizia. Da noi più allegramente si isolano aree dove non è ammesso diritto di obiezione.

Di Erri De Luca

Fonte: http://fondazionerrideluca.com/web/dissidenze/

Foto RETE

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