“996”

Significa “dalle nove di mattina alle nove di sera per sei giorni la settimana” ed è il sogno degli imprenditori globali e dei vincenti. Immagino che sia sempre stato così (il limite delle 12 ore giornaliere c’era nell’ottocento) ma la novità è che sono tornati a parlarne apertamente. È il neocapitalismo, baby, e trionfa anche in Cina, come potete vedere nell’articolo sotto (il link nel primo commento).


Che dovrebbe ricordarci che il nemico non è solo chi, come vogliono farvi credere i piddini e i liberisti in genere, sia nato nel privilegio. Certo, quello aiuta e di figli di papà appena tollerabili ce ne sono pochissimi. Ma il “merito” non rende migliori e il mito americano (e cinese) del self-made man non porta a una società più giusta. Anzi, chi per imporsi e avere più degli altri deve dedicarsi fanaticamente al lavoro e dimostrare doti eccezionali, immancabilmente diventa uno stronzo persino peggiore (perché pieno di risentimento) di chi abbia trovato tutto già pronto e abbia avuto una vita facile. Questo è il vero nemico: l’ideologia della competizione e del sacrificio come virtù sociali.

Chi oggi vi parla di meritocrazia (e ovviamente si oppone al reddito di cittadinanza e si lamenta della presunta crisi demografica) punta a quello: competizione e sacrifici. Che nell’epoca delle nuove tecnologie e dell’automazione non sarebbero affatto necessari; se non fosse che le macchine servono ai liberisti esclusivamente per arricchire oscenamente personaggi come Jack Ma Yun e riportare la classe media, ormai priva di lavori stabili, a una condizione di abbrutimento e servitù. In questo senso la proposta di tornare a uno sfruttamento dei lavoratori simile a quello dei primi tempi della rivoluzione industriale è grave non solo in sé ma in quanto segno del grado di rassegnazione e di avidità (svuotare la propria vita per avere più soldi con cui comprare oggetti di consumo ossessivamente pubblicizzati) attribuito alla gente dai ricchi e dai vincenti. Sono bastati pochi decenni di liberismo e se ne passeranno altri non ci sarà possibile riscatto, non per qualche secolo.

NOTA

Francesco Erspamer 1) Meritocrazia non significa merito; significa la prevalenza (crazia) dei meritevoli. Chi sa fare bene una cosa deve poterla fare ma non credo affatto che debba avere più potere politico o economico degli altri. Per cui i concorsi devono assegnare ruoli e competenze, non potere, come prescrive invece la meritocrazia. 2) In Italia si mitizzano altri paesi che assegnerebbero lavori e posizioni per merito invece che per raccomandazione. L’unica ragione è che in quei paesi i legami sociali sono deboli e dopo aver vissuto trent’anni in America non sono affatto sicuro che sia meglio, né in termini di giustizia (il merito “oggettivo” si basa su criteri meccanici o ideologici) né di efficienza (i medici italiani sono di media migliori di quelli americani, malgrado le raccomandazioni: come mai?; perché la selezione “oggettiva” riconosce i fuoriclasse, sì, ma appena al di sotto previlegia i conformisti e i furbi, per esempio i tanti che invece di studiare la materia studiano come fare bene i test di selezione).

Francesco Erspamer

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