I RITI DELLA SETTIMANA SANTA

I riti della Settimana santa sono celebrati in tutta Italia con profonda partecipazione per la comunità dei fedeli, dalla domenica delle palme all’ultima cena, dal Venerdì di passione al giubilo della Resurrezione di Pasqua.

Accanto alla liturgia ufficiale si affiancano manifestazioni di pietà popolare veicolate da canti, poemi e raffigurazioni sceniche della Passione di Gesù, nonché comportamenti devozionali estremi come la flagellazione e la mortificazione della carne. In queste circostanze il valore simbolico della devozione a carattere popolare evidenzia una più profonda stratificazione storico-sociale.

La Chiesa, d’altro canto, tollera queste manifestazioni nei limiti di una paraliturgia che rinnova il sentimento religioso e l’appartenenza dei partecipanti alla comunità dei cristiani.

Numerose sono le manifestazioni devozionali cui è possibile assistere in ogni borgo della nostra penisola durante la Settimana santa. In molti casi la gestione della ritualità è affidata alle Confraternite, organismi associativi di nuova fondazione e non, se non direttamente connessi con la nascita del fenomeno fin dalle sue origini, a partire cioè dal Basso Medioevo.

Una seconda ondata di diffusione del fenomeno confraternale si registra all’indomani del Concilio di Trento, quando per arginare la diffusione della dottrina protestante, quasi ogni parrocchia fonda la sua Confraternita. Fin dal loro nascere, le Confraternite si configurano come associazioni composte da laici, anche se con un forte carattere istituzionale religioso diretto soprattutto al controllo delle dottrine estranee alla Chiesa di Roma.

L’azione fu avviata grazie all’azione pastorale di Ordini Mendicanti, come i Francescani e i Domenicani, per assumere presto, sotto l’influenza di ondate di pensiero mistico-penitenziale, aspetti di drammatizzazione del dolore cristiano.

Le prime processioni penitenziali sembrano essere iniziate nel 1260 a Perugia ad opera dei Flagellanti e dei Disciplinati, di cui alcune pratiche odierne ne richiamano l’origine, basti citare i Vattienti di Nocera Terinese (CZ), i Battenti di Guardia Sanframondi (BN) o quelli di Verbicaro (CS).

In queste cerimonie è assicurato lo “spargimento di sangue” che un devoto scelto attua per penitenza, ma anche come identificazione con la passione del Cristo, in vista della purificazione attraverso il dolore, e la rinascita ad uomo nuovo. La collettività segue il percorso penitenziale partecipando altresì all’iter di dolore/salvezza.

Nel caso del rito dei Vattienti di Nocera Terinese, per esempio, la processione del Sabato santo, che si snoda per le vie del paese, è il culmine della vita di passione dell’intera settimana: in testa procede la suggestiva statua dell’Addolorata con il Cristo morto ai suoi piedi, dietro i fedeli, gruppi di donne che accompagnano il corteo con i loro canti di dolore e i vattienti, il cui numero non è determinato poiché dipende dalla decisione del singolo, di manifestare o meno in pubblico l’adempimento del voto, anche per evitare forme di spettacolarizzazione cui le feste popolari sono andate incontro di recente.

Ogni vattiente, vestito di nero, con una corona di spine di arbusti in testa protetta da un mannile (fazzoletto nero), è legato da una cordicella ad un compagno, l’acciomu(ecce homo), e si aggira, sostando in luoghi sacri o presso casa di amici porgendo la sua gestualità rituale, ossia battendosi cosce e polpacci con un cardo acuminato.

C’è chi, tra gli studiosi di storia delle religioni, ha avanzato origini precristiane e pagane della pratica dei vattienti, nello specifico associando questo rito alle liturgie dedicate al culto del dio Attis, importate a Roma dalla Frigia e celebrate il 24 marzo con il nome di “giorno di sangue”. Del resto non è inusuale rinvenire nelle forme festive di origine popolare un’ideologia pagana che si è sincreticamente fusa nei secoli con l’ideologia religiosa dominante.

In molte altre circostanze, invece, è possibile riscontrare comportamenti di ritualità che richiamano la penitenza senza per questo ferirsi volutamente: è il caso dei riti delle Confraternite cilentane (SA) che osservano la Disciplina.

“Con discipline e pianto, penitenza fo’ “, recita un canto per sottolineare il gesto simbolico di percuotersi le spalle in ginocchio, di fronte al sepolcro, con delle lamelle di metallo, evidente ricordo della pratica di flagellazione. Da una cronaca napoletana del 1505 possiamo leggere: “il Giovedì santo si battevano con certe fruste di cordelle ov’erano certe rosette d’argento fatte a modo di speroni, co’ i quali si cavavano dagli omeri moltissimo sangue in memoria della Passione di Cristo e portavano con essi gran numero di torce accese e camminavano gran parte di quella notte visitando con grandissima devozione i Sepolcri delle chiese”.

Altri canti tipici sono il Miserere, lo Stabat Mater, il Pianto di Maria, generalmente su testi latini.

Nel Cilento, inoltre, la devozione del Venerdì santo è particolarmente suggestiva, poiché alle prime luci del giorno, ogni comunità del luogo, posta sulle pendici del Monte Stella, e rappresentata da una propria Confraternita, esce in processione, compiendo visita ai sepolcri delle chiese vicine, in uno scambio reciproco e simultaneo di dono e devozione per tutto l’arco della giornata.

Questa peregrinatio, pressoché unica in Italia, è una sorta di circuito devozionale chesegna antichi confini, e che dal territorio aperto si dirige al chiuso dei sepolcri in un pullulare di riti, canti, colori di tuniche diverse a seconda dell’appartenenza alla Confraternita.

Le visite sono organizzate secondo multipli di tre, come i giri che i confratelli percorrono in chiesa, cantando, attorno al perimetro della navata principale. Si parte dal proprio paese, e si ritorna allo stesso, dopo aver “varcate le soglie” e onorato il sepolcro, l’altarino provvisorio, in cui è deposto il Cristo sacramentato, e che ogni comunità addobba con i caratteristici “grani”, che Frazer identifica come i giardinetti di Adone.

Anche a Ceriana (IM), le storiche Confraternite della città iniziano i loro riti dalla sera del Giovedì santo. Precedentemente gli anziani hanno costruito per i più piccini dei corni di corteccia di castagno, a volte lunghi anche due metri, che vengono suonati prima delle funzioni.

Ad aprire i riti di passione è la Confraternita della Misericordia, che intona il Miserere; poi di Santa Caterina, che porta la croce dei flagelli al canto dello Stabat, segue la Confraternita della Venerazione con l’Alma Contempla e infine quella di Santa Marta con litanie a Gesù crocefisso.

Gli esempi potrebbero continuare con spunti di particolare interesse per ogni regione. Quello che ci interessa evidenziare è il tratto comune emergente della Settimana santa nella sua veste paraliturgica, la devozione e la polivocalità, il cantare in gruppo, come armonica fusione sociale e religiosa delle parti, nonché elemento di congiunzione tra la tradizione colta e orale.

Si ipotizzano al riguardo processi di discesa, per esempio dal canto gregoriano e di ruralizzazione, ossia piena espressione della vocalità tipica della fascia folklorica contadina e agropastorale.

Esempi musicalmente noti e rappresentativi sono i canti di passione sardi come quelli di Castelsardo, delle confraternite umbre e alto-laziali, da Gubbio ai borghi dell’area viterbese (Blera, Latera, Villa San Giovanni) e campane, come il più conosciuto Miserere di Sessa Aurunca (CE).

Di Monica Sanfilippo

Fonte:
http://www.instoria.it/home/riti_devozione_settimana_santa.htm

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