CALENDIMAGGIO, alla sua origine i FLORALIA

In Italia è detta Calendimaggio, ossia le calende di maggio, una festa stagionale che si tiene per festeggiare l’arrivo della primavera. L’evento trae il nome dal periodo in cui ha luogo, cioè intorno al 1º maggio, le calende del mese nel calendario romano.

La tradizione

Il Calendimaggio è una tradizione viva ancor oggi in molte regioni d’Italia come allegoria del ritorno alla vita e della rinascita: fra queste il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, l’Emilia-Romagna (ad esempio si celebra nella zona delle Quattro Province, ovvero Piacenza, Pavia, Alessandria e Genova), la Toscana (Montagna pistoiese), l’Umbria, le Marche e il Molise.

La funzione magico-propiziatoria di questo rito è spesso svolta durante una questua durante la quale, in cambio di doni (tradizionalmente uova, vino, cibo o dolci), i maggianti (o maggerini) cantano strofe benauguranti agli abitanti delle case che visitano. Simbolo della rinascita primaverile sono gli alberi (ontano, maggiociondolo) che accompagnano i maggerini e i fiori (viole, rose), citati nelle strofe dei canti, e con i quali i partecipanti si ornano. In particolare la pianta dell’ontano, che cresce lungo i corsi d’acqua, è considerata il simbolo della vita ed è per questo che è spesso presente nel rituale.

Si tratta di una celebrazione che risale a popoli dell’antichità molto integrati con i ritmi della natura, quali celti (festeggiavano Beltane), etruschi e liguri, presso i quali l’arrivo della bella stagione rivestiva una grande importanza.

In alcune località essa è associata al culto di San Michele, del quale è festeggiata l’8 maggio la sua apparizione nel santuario di Monte San Michele sul Gargano. (Wikipedia)

L’origine del Calendimaggio: i Floralia

L’usanza di celebrare il trionfo della primavera ai primi di maggio era diffusa in tutta l’Europa fin dai tempi arcaici. Protagonisti erano gli alberi e i fiori da un lato e, dall’altro, un rito stagionale che celebrava la lotta fra Inverno e Primavera con la vittoria di quest’ultima: da quella lotta rituale nacquero poi i tornei e le giostre medievali.

Tra il 28 aprile e il 3 maggio si svolgeva a Roma fin dal 238 a.C. una festa in onore di Flora, la dea che aveva la funzione di proteggere le piante utili e soprattutto gli alberi nel periodo della fioritura: Ovidio nei Fasti la chiamava, infatti, «madre dei fiori» e il suo nome aveva la stessa radice di flos, floris. Protagoniste e scherzose sacerdotesse dei Floralia erano le prostitute come simboli della sessualità allo stato puro, la grande energia cosmica che rinnova la vita.

Ai Floralia si doveva partecipare con vesti di vari colori sgargianti, a imitazione dei fiori. «Di vin tinte le tempie» soggiungeva Ovidio «si cingono di serti intrecciati e la splendida mensa è tutta sparsa di rose.»

Durante i Floralia si gettavano ritualmente alla terra semi per renderla propizia. Poi tra giochi, corse e rappresentazioni teatrali si simulavano cacce scherzose e incruente ad animali domestici su cui regnava lei, la dea dei campi coltivati, degli orti ridenti: quegli animaletti venivano poi dati in premio alle cortigiane vincitrici di corse o di scherzosi combattimenti gladiatori. Quanta saggezza in quella festa come in altre del calendario romano dov’erano celebrati via via tanti dei, manifestazioni dell’Uno nel mondo! Lo aveva ben capito il cardinale Nicola Cusano, uno dei maestri della cultura umanistica ed ermetica che seppe conciliare paganesimo e cristianesimo, spiegando nella Dotta ignoranza che i nomi degli dei erano esplicazioni di quell’unico nome ineffabile che complica tutti i nomi.

Scriveva a questo proposito: «E anche i templi, il tempio della Pace, dell’Eternità, della Concordia, il Pantheon, ci insegnano come i pagani attribuissero a Dio nomi tratti dalle sue relazioni con le creature. E tali nomi sono esplicazioni di quell’unico nome ineffabile che complica tutti i nomi … Questa è stata dunque la differenza fra tutte le genti, che tutte avevano una fede nell’unico Dio massimo … però alcuni, come i Giudei e gli Esseni, lo adoravano nella sua unità semplicissima, quale complicazione di tutte le cose, altri invece lo veneravano in quelle cose ove trovavano un’esplicazione della divinità, accogliendo quanto ci è noto ai sensi come uno strumento per ricondursi alla causa e al principio».

Trionfo di Flora – Tiepolo.

Flora, uno dei tanti nomi dell’Uno, e la sua energia fecondatrice erano celebrate anche con spettacoli orgiastici. Valerio Massimo narra che un giorno, alla presenza di Catone il censore, gli spettatori intimiditi non osavano chiedere alle cortigiane di denudarsi secondo l’usanza. Un amico di Catone, però, lo avvertì del loro imbarazzo ed egli, con molto tatto, si allontanò per non impedire che la festa si svolgesse normalmente.

In epoca imperiale Flora venne assunta addirittura come il nome sacrale di Roma. Scriveva Giovanni Lorenzo Lido nel quinto secolo: «Una città ha tre nomi, uno segreto, uno sacrale e uno pubblico. Il nome sacrale è Flora o Florens, cioè Fiorente; quello pubblico Roma».

Fonte: Alfredo Cattabiani, LUNARIO,  Mondadori

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