Calende delle fave (Kalendae fabariae)

II primo giugno, in onore di Carna (1) – la dea, forse di origine etrusca, che proteggeva gli organi vitali -, si mangiava «il lardo e il farro caldo insieme alle fave», essendo Carna una dea antica, che si nutre del cibo di un tempo e «non cerca cibi rari»; d’altronde, «chi nelle calende di giugno mangia questi cibi mischiati non soffre d’intestino» (Ovidio, Fast. vi 101-82).

Macrobio pensa che «il lardo e le fave più degli altri alimenti diano forza» e crede che «Carna presieda agli organi vitali del corpo» (Sat. i 12, 32-33).

Ma non tutti avevano opinioni del genere.

In Egitto le fave non venivano piantate e, se crescevano spontaneamente, non erano mangiate «né crude, né cotte» e, riferisce Erodoto, «i sacerdoti, ritenendole un legume impuro, non ne sopportano nemmeno la vista» (n 37).

Per Pitagora, gli Orfici, Aristotele, le fave non dovevano essere mangiate e nemmeno toccate. Diogene Laerzio racconta che, secondo Aristotele, bisogna astenersi dalle fave «perché sono simili al sesso», e perché attraverso il gambo delle fave, privo di nodi, passano le anime dei morti.

Per non calpestare un campo di fave Pitagora e alcuni suoi discepoli furono uccisi all’incrocio di tre vie dagli Agrigentini (VIII 34, 45).

Per Aristotele mangiare fave equivaleva a mangiare i genitori. Porfirio dice che se si sotterra una fava dentro un vaso, dopo novanta giorni si trova o la testa di un bambino o un organo sessuale femminile. Cfr. anche Orph. Fragm. 291 Kern; Porfido, De antr. Nymph. 19.

DIZIONARIO DI MITOLOGIA CLASSICA, Luisa Biondetti  –  Baldini&Castoldi

Foto RETE

(1) Carna (probabilmente dal latino caro-carnis, carne) era una ninfa che risiedeva in un antico bosco chiamato Alerno, vicino al fiume Tevere. Viene successivamente accolta tra le divinità con il compito di proteggere gli organi interni, in particolare dei bambini, e più in generale di assicurare il benessere fisico all’uomo.

Ovidio nel libro VI dei Fasti racconta di come la ninfa si divertisse, tra una battuta di caccia e l’altra, a farsi beffe dei giovani che la vedevano e iniziavano a corteggiarla. Per concretizzare il loro desiderio amoroso li invitava a seguirla in qualche antro nascosto, fingendosi timida. Nel tragitto però la scaltra Carna non mancava mai di nascondersi tra qualche cespuglio, deludendo così le aspettative dei suoi innamorati.

 Un giorno però si presenta a lei il dio Giano in persona, con cui la ninfa mette in   pratica il consueto stratagemma, rimanendone però scornata. Il dio infatti, avendo la capacità di poter vedere in tutte le direzioni, vede il suo nascondiglio e si abbandona soddisfatto all’amplesso. In contraccambio della verginità perduta Giano concede a Carna di diventare la dea che presiede i cardini, controllando quindi l’apertura e la chiusura di ogni cosa e cacciando i mali dalle soglie con un ramo di biancospino (Wikipedia)

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