Granaio

Voglio dormire nel granaio; nel granaio
di travi annose e pareti di fango.
Che mi stiano vicini gli arnesi che conoscono la terra.
Che mi dormano vicino le trecce dell’estate,
piene di aglio e di cipolle. Che il fieno secco
e i pezzi di legna mi sveglino col loro alito di notte.
Voglio dormire sulla pelle d’un puma ucciso da un antenato.
Voglio dormire assalito da ombre e sguardi antichi.
Che i miei cani mi sveglino ad ogni frutto che cade.

Che l’udito profondo del mio cavallo, sdraiato accanto a me,
mi porti per tutti i sentieri come un cavaliere addormentato.
Che i nodi del legno mi osservino nell’ombra.
Che la frutta messa a seccare mi tocchi nel dormiveglia.
Che s’annidino su me le civette centenarie,
e i loro occhi siano l’unica lampada accesa
a scrutare le tenebre.
Voglio spiare i cambiamenti della notte,
non per la paura della morte, ma bensì con stupore doloroso
di fronte a ciò che germoglia misteriosamente
o si trasforma all’improvviso,
o cambia posto in autunno,
come i frutti e gli alberi che già tagliati
continuano a maturare e a respirare nel granaio.
Perchè di notte si riempiono le anfore più ampie,
si colorano i piumaggi, i minerali si svegliano,
le bestie diventano umane, gli alberi si toccano.
Ed i fiumi allungano le loro mani infinite,
e la montagna apre le sue porte d’oro,
e i venti sbattono le loro ali oceaniche
per far scendere chi muore e far salire chi nasce,
dal fuoco all’acqua,
dall’acqua alla pietra,
dalla pietra a risuonare e ad accendersi di nuovo.

Di Efrain Barquero

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