Il senso del Sacro

1. Si narra che Eraclito, ad alcuni stranieri venuti a trovarlo e che si erano fermati sulla soglia poiché l’avevano visto scaldarsi al fuoco in cucina, avesse detto: “Entrate senza timore, anche qui ci sono gli dei”. La frase riproduce alla perfezione lo spirito classico secondo cui “tutte le cose sono piene di divinità” e la natura nel suo insieme appare, così Giordano Bruno, “instituto santo”. Lo stesso vale per tutte le civiltà, delle quali nessuna risulta priva di divinità, riti, credenze, perché l’esperienza del sacro è da sempre presente nell’essere umano che prende coscienza del mistero insondabile, amico e nemico al contempo, della natura. Oggi però, nell’epoca della scienza, è legittima questa visione? È lecito a una coscienza responsabile vivere l’esperienza del sacro al cospetto della natura? 

2. Oggi molti pensano che l’esperienza del sacro sia riconducibile all’ignoranza degli antichi riguardo ai fenomeni naturali e alla generale paura della morte, rispetto a cui la religione si offrirebbe come erronea spiegazione e illusoria consolazione. Ma le cose stanno veramente così? Anche ammettendo ignoranza e paura, l’esperienza del sacro non è interamente riducibile a esse. Ha scritto Einstein: “Ritengo che il sentimento religioso cosmico sia il più forte e nobile incitamento alla ricerca scientifica”. In precedenza Planck aveva affermato: “Scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno l’una dell’altra per completarsi nella mente di ogni uomo che seriamente rifletta”. E proseguiva: “Non è certo un caso che proprio i massimi pensatori di tutti i tempi siano stati anche nature profondamente religiose, benché non svelassero volentieri il sacrario del loro animo”. Ma da dove nasce il sentimento religioso cosmico di cui parlava Einstein ponendolo alla base della ricerca scientifica? Esso sorge laddove il soggetto percepisce di trovarsi al cospetto di qualcosa di più grande e di più importante di sé, nasce cioè dal senso del sacro. Il sacro impaurisce e al contempo attrae. Facendone esperienza, talora si viene come avvolti dalla maestà dell’essere, talora sconvolti o addirittura travolti. Può trattarsi di una maestà minore, come quella del focolare domestico di Eraclito, o di una maestà maggiore, come quella che portò Dante a considerare che “le cose tutte quante hanno ordine tra loro, e questo è forma che l’universo a Dio fa simigliante” , oppure di una maestà terribile, come quella che portò l’anonimo autore del trattato sul sublime a scrivere: “Il sublime, quando al momento giusto prorompe, riduce ogni cosa in briciole, come una folgore”; sempre, in ogni caso, il sacro suppone l’esperienza di una dimensione vitale avvertita come più importante di sé, e che per questo fa nascere stupore, meraviglia, riverenza, devozione, e muove alla celebrazione secondo le più molteplici forme di ritualità.

3. Il senso umano del vivere si esprime sempre come autosuperamento. Ogni vera esperienza estetica infatti è sempre anche un’esperienza estatica, perché conduce il soggetto a uscire da sé verso una dimensione più grande. Il termine estetica va inteso qui nel senso originario dell’etimologia greca, cioè “sentire, percepire, captare”, il che mostra come ogni vera esperienza estetica rimandi alla percezione di un livello di realtà al di là dell’ordinaria attestazione dei sensi e che per questo fa uscire da sé, secondo il significato del termine estasi. Sto dicendo che ogni vera esperienza estetica è sempre anche un’esperienza del sacro. La dimensione intuita nell’esperienza del sacro è più grande, ma rispetto a essa non ci si sente estranei bensì desiderosi di appartenervi, per quanto un senso diffuso di indegnità (sia esso chiamato “timor di Dio”, “sindrome di Stendhal” o in altri modi ancora) sempre permanga. Come nominare questa dimensione più grande, e che quindi incute timore, alla quale però si sente di appartenere, e che quindi emana fascino e attrae? Suprema bellezza, armonia compiuta, gioia del cuore, luce dell’essere? Come nominare l’esperienza di quando si esce da sé, senza tuttavia perdersi nel nulla, ma ritrovandosi a un livello più alto dell’essere? Come nominare l’emozione dell’intelligenza e delle viscere di fronte alla bellezza accecante della vita che si manifesta in un paesaggio naturale, in un’opera d’arte, in una musica, in uno sguardo? Termini quali “sacro, epifania, teofania, mistero, mistica, Dio, divino, divinità” sono i simboli più efficaci escogitati finora dalla mente per nominare questa realtà eccedente, a volte amica e a volte nemica, a volte mysterium tremendum e a volte mysterium fascinans, che gli umani sperimentano in alcune peculiari esperienze vitali. Quindi è vero: siamo stati noi a inventare Dio, Dei, Paradisi, Inferni e le altre immagini dell’universo religioso; non per questo, però, tali immagini sono false. Semmai occorre dire che sono imperfette, perché cercano di esprimere con categorie antiche e talora ingenue una realtà che oltrepassa ogni concettualizzazione. Il sacro nasce quindi dall’eccedenza della vita, la quale si manifesta supremamente nella maestà soverchiante della natura. Se gli esseri umani hanno da sempre considerato qualcosa come sacro, l’hanno fatto per esprimere la sensazione di essere circondati da una realtà molto più grande che richiede di essere ascoltata con tutte le dimensioni del proprio essere: ragione, volontà e sentimento.

4. Un tempo l’esperienza del sacro poteva forse provenire dall’ignoranza della natura; oggi, al contrario, è alimentata dalla conoscenza dei risultati della ricerca scientifica. Si consideri ciò che la scienza ci fa conoscere sul mistero per eccellenza della natura, cioè l’origine della vita. Oggi nessuno sa da dove viene la vita, è noto però quanto siano alte le probabilità contrarie al suo darsi. Soffermandosi solo sulle proteine, uno dei quattro composti biochimici alla base della vita, scrive l’astrofisico Paul Davies: “Le probabilità contrarie alla sintesi puramente casuale delle sole proteine sono circa 10 elevato a 40.000, un numero che scritto per esteso riempirebbe 30 pagine”. Come non parlare dunque di mistero riguardo al darsi della vita, giungendo a un arcano senso del sacro di fronte al nostro essere qui? È esattamente questa la ragione che legittima il linguaggio del sacro: la vita naturale. Tale mistica della natura, coltivata da tutte le civiltà, in Occidente ha trovato espressione soprattutto nel Rinascimento italiano (Ficino, Pico, Telesio, Campanella, Bruno, Leonardo da Vinci) e nel Romanticismo tedesco (Goethe, Hegel, Schelling, Hölderlin). È presente nel Cantico delle creature di Francesco d’Assisi, in Spinoza e nella tradizione classica simboleggiata dal focolare di Eraclito. Lo attesta anche la lingua nel sostantivo natura, termine che deriva dal latino nascitura, participio futuro del verbo nascor,‘nascere’: la natura è percepita come ciò che sempre deve nascere e che così rende possibile il sorgere sempre nuovo della vita. Per questo il fenomeno natura in chiunque vi si accosti incute rispetto, essendo il rispetto il sentimento di quando ci si trova di fronte a qualcosa più importante di sé. Tale sentimento genera a sua volta atteggiamenti quali reverenza, deferenza, devozione, venerazione, adorazione.

5. La natura fa sorgere il senso del sacro e da questo vengono le religioni, complessi istituzionali e gerarchici che intendono rappresentare presso i singoli la voce primordiale del sacro e del divino. Ora, come non vi sono dubbi sulla realtà dell’esperienza originaria, così neppure ve ne sono sulle frequenti strumentalizzazioni in cui essa incorre e sulla superstizione, intolleranza, violenza che ne consegue. Occorre quindi considerare con attenzione il rapporto tra esperienza originaria e religioni, e al riguardo la mia tesi è la seguente: nella misura in cui le religioni si pongono al servizio dell’originario senso del sacro che è il mistero della vita, sono buone e vanno coltivate; nella misura in cui divengono fini a se stesse, sono negative e vanno combattute. Le religioni collocano il sacro in oggetti e momenti particolari quali riti, feste, liturgie, istituzioni, gerarchie, dogmi, dottrine, leggi, libri da esse stesse proclamati sacri… Tutto ciò ha valore nella misura in cui serve la primordiale sacralità della vita in tutte le sue forme (uomini, piante, animali), essendo il primato della vita, non della religione. Una delle più lucide formalizzazioni contemporanee di questa prospettiva si deve ad Albert Schweitzer, teologo, filosofo, musicista, medico, Nobel per la pace nel 1952, che riassunse la sua visione nell’assioma Ehrfurcht vor dem Leben, solitamente tradotto “rispetto della vita”, ma che si rende meglio con “reverenza per la vita”. Il termine Ehrfurcht è il medesimo usato da Kant nella conclusione della Critica della ragion pratica quando il filosofo dichiara la sua esperienza del sacro: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di reverenza (Ehrfurcht) sempre nuove e crescenti, quanto più spesso e più a lungo il pensiero vi si ferma su: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Queste celebri parole mostrano come il senso del sacro (“ammirazione e reverenza”) e il mistero della natura (“il cielo stellato”) siano intimamente connesse con la dimensione etica (“la legge morale”). Il primato della vita e il primato del bene in quanto attiva reverenza verso la vita è e deve essere per la coscienza sempre la medesima cosa.

VITO MANCUSO

Fonte:https://www.vitomancuso.it/2018/04/25/il-senso-del-sacro-e-il-mistero-della-natura/

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