Da troppo tempo il Mezzogiorno reale è senza voce e rappresentazione

Chianalea di Scilla – Calabria

 Sulla stampa e nel discorso pubblico dominano narrazioni superficiali, stereotipate, sommarie, manipolate e più di recente addirittura “neoborboniche”. Nell’opinione pubblica prevale un’idea di Sud economicamente e civilmente arretrato, impermeabile alla contemporaneità capitalistica, pervaso da particolarismo, inefficienze, corruzione, criminalità. Il Sud come un’”altra” Italia, con meccanismi di regolazione politico-sociale dissonanti rispetto a quelli dominanti, come l’area che deprime le potenzialità di sviluppo e innovazione dell’intero paese.La “costruzione” caricaturale di un Sud altero e inguaribile offre un duplice alibi alle classi dirigenti del Nord: da un alto, attribuire interamente al Mezzogiorno la responsabilità degli affanni del Paese, che senza il Sud sarebbe più ricca e crescerebbe più velocemente, e, dall’altro, invocare sistematici tagli ai trasferimenti pubblici, correnti e in conto capitale, verso le regioni meridionali considerate congenitamente incapaci di farne un buon uso. Le analisi basate su fatti, dati e osservazioni scientifiche mostrano tuttavia che i problemi e i bisogni del Mezzogiorno reale non siano dissimili da quelli del resto del Paese (deindustrializzazione, denatalità, disoccupazione giovanile, imprese sottodimensionate e familistiche, povertà e vulnerabilità sociale crescenti, bassa capacità burocratica, dissesto idrogeologico, evasione fiscale), anche se al Sud si presentano con maggiore intensità, diffusione e persistenza. Le indagini più accurate evidenziano pure che tra Mezzogiorno e Centro-Nord esistono dense complementarietà socio-economiche e ampie sfere di integrazione funzionale, che tendono a configurare una nazione ben più integrata di come viene rappresentata correntemente. Gli studiosi più avvertiti inoltre hanno dimostrato che l’accentuazione recente delle difficoltà del Sud è in larga parte il frutto di politiche economiche sbagliate, come quelle di austerità basate su drastici tagli di spesa pubblica, in particolare sanità, scuola e università, che hanno colpito in modo particolare l’area più debole del Paese, e della forte caduta degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno lungo l’intero decennio della grande crisi post-2007, che non solo ha inibito l’aumento del capitale pubblico meridionale ma non ha neppure consentito di compensare la sua obsolescenza. Il Mezzogiorno non è un blocco di indistinta miseria, familismo, sottosviluppo, mafia. Da decenni è caratterizzato da una moderna stratificazione sociale, anche se in un quadro di persistente deficit di borghesia produttiva. Il Sud soffre innanzitutto per la ristrettezza storica della sua base produttiva, in particolare manifatturiera, che determina allo stesso tempo asfissia dei processi di sviluppo endogeni, disoccupazione strutturale e dipendenza dall’esterno. Ma il Sud soffre con pari intensità di una modesta dotazione di servizi pubblici di qualità, vale a dire di ciò che lo Stato dovrebbe garantire con criteri omogenei e paritari. Tutto nel Mezzogiorno, per risorse e per standard, è di qualità inferiore rispetto al resto del Paese: la sanità, la scuola, gli asili nido, l’università, i trasporti, l’assistenza agli anziani, i servizi idrici. Il Sud mostra come le politiche neoliberistiche creano non solo disuguaglianze economiche tra le classi, ma anche tra i territori, nella qualità del welfare locale, nei diritti di cittadinanza fondamentali. Il Sud non è solo arretratezza economica e civile, immobilismo e declino. Nei suoi territori sono attivi imprenditori dinamici, imprese ad alta tecnologia, università, scuole, istituti di ricerca, centri culturali e artistici di prim’ordine, presìdi ospedalieri e istituti di cura qualificati, una gioventù studiosa che aspira a essere valorizzata e a operare utilmente per il proprio Paese. Si tratta spesso però di “eccellenze” isolate, di punti vitali che riescono ad affermarsi nonostante le esternalità negative ma che non hanno la forza di contaminare e trasformare il contesto. Al Mezzogiorno odierno non servono dunque gli “interventi straordinari” del passato, perché non è più una società “straordinaria”, e neppure cieca fiducia nei meccanismi di mercato, perché il liberismo ha accentuato le disuguaglianze e le debolezze anziché attenuarle e risolverle. Al Mezzogiorno servono le stesse politiche e gli stessi interventi che servono all’Italia. Il Sud ha bisogno di una strategia e di progetto politico e sociale, nazionale e locale, che valorizzi i soggetti all’interno dei singoli luoghi, con investimenti pubblici non assistenziali; ha bisogno di politiche per legare e federare le esperienze eccellenti, per dare massa critica agli innovatori, per incoraggiare la valorizzazione delle risorse locali e contrastare gli adattamenti regressivi, per interconnettere imprese, persone e comunità del Sud con imprese, persone e comunità di altri luoghi italiani e non.

Chianalea di Scilla

Il Sud, in virtù del clima, della biodiversità agricola, della ricchezza impareggiabile della tradizione alimentare, può rilanciare le sue economie valorizzando il proprio territorio, le sue culture, le sue comunità e il proprio paesaggio in maniera originale. Nel Sud ci sono occasioni formidabili di lavoro per le sue popolazioni nei campi della rigenerazione urbana, della cura e manutenzione del territorio, dei servizi avanzati della ricerca applicata, dell’arte, del turismo, della manifattura artigianale e industriale dei suoi beni agricoli e non solo, un potenziale di risorse enorme che può essere valorizzato a vantaggio dell’intero Paese. Senza trascurare che migliorare la sua attrattività civile ed estetica richiama economie, lavori e investimenti utili per il Mezzogiorno e per l’Italia, alimenta aspettative positive. Il Sud non ha bisogno di un nuovo partito ma piuttosto di partiti profondamente rinnovati nei contenuti programmatici e nelle forme di funzionamento, nella cultura politica e nella capacità di radicamento nei contesti territoriali, del Sud e del Nord. Il Sud ha piuttosto bisogno di una nuova visione e di un nuovo linguaggio. Ha bisogno di un radicale ripensamento della crescita economica fine a sé stessa, della concorrenza come gara distruttrice nel lavoro e nella produzione, rammendando che lo sviluppo economico deve oggi tener conto dei limiti ambientali del pianeta. È tempo di dare spazio a nuove parole, che guardino alla qualità dei beni e della vita: ai termini benessere e felicità collettiva, all’economia dei luoghi e della conoscenza, alla cooperazione, alla condivisione, al tempo liberato, alla creatività, alla cura del territorio e della natura come beni comuni e nostra casa. Siamo immersi in società opulente e che solo l’abissale iniquità con cui è distribuita la ricchezza ci costringe a vivere come se fossimo agli esordi della prima rivoluzione industriale. Il primo compito degli intellettuali è contribuire alla costruzione di un’immagine non stereotipata della società e delle condizioni di vita nel Sud d’oggi; raccontare e analizzare ciò che si muove e cambia e ciò che frena il cambiamento; i percettori di rendite che alimentano intenzionalmente l’immobilismo e i ceti che innovano produzioni, servizi, istituzioni; chi beneficia dell’arretratezza e chi la combatte; il Mezzogiorno buono da quello cattivo. Compito degli intellettuali è anche quello di proporre scenari e indicazioni di prospettiva sostenibili per il Sud, rispondenti ai bisogni reali delle comunità locali, favorendo la loro diffusione nella vita pubblica in modo da influenzare e condizionare positivamente i decisori politici e non. Oggi che i partiti non sono più “intellettuali collettivi” in grado di produrre progettualità sociale e visione di lunga lena, è più che mai urgente attrezzare “forze terze” in grado di farsi ascoltare, di incidere nel dibattito pubblico e nelle dinamiche politiche, di influenzare le scelte di governo.[…]

di Domenico Cersosimo

Fonte: http://www.osservatoriodelsud.it/2018/01/30/una-voce-per-il-sud-2/

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