Riabitare l’Italia, Le aree interne tra abbandoni e riconquiste

Riabitare l’ItaliaLe aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli 2018), è un libro che ha diversi pregi, ne sottolineo qui, per cominciare, due: un consuntivo dettagliato di anni di studi e ricerche multidisciplinari sull’argomento; l’attenzione a un altro modo di guardare la penisola che indica delle possibilità e delle strade concrete in termini di strategia della politica nazionale sui territori e di rapporti con le istituzioni locali.

Come scrive nell’introduzione il curatore Antonio De Rossi, attraverso l’inversione dello sguardo, il libro tenta di restituire una rappresentazione dell’Italia vista dai margini molto più profonda e veritiera della versione mediatica del Paese. Una prospettiva che innanzitutto vuol dire non fermarsi alla classica dicotomia nord-sud, per fotografare, come sottolineato da Cersosimo nel primo capitolo, un’Italia dei vuoti e dei pieni, fatta di varietà incredibili ma anche di divari abnormi, in cui la dimensione demografica, per esempio, svela l’incidenza delle cosiddette risorse umane sullo sviluppo: i territori che attraggono maggiormente giovani laureati nella fascia 25-39 anni segnano un fattore determinante nella crescita e nello sviluppo di un territorio. Basti dire, per dare una cifra, che “la percentuale di cittadini laureati sotto i 40 anni nella provincia di Bologna, Firenze, Triste e Milano è più del doppio dell’analoga incidenza che si riscontra nelle province di Imperia e Barletta-Andria-Trani”.

Tra l’Italia dei pieni e dei vuoti, dunque, cambia anche la dimensione economica e sociale, motivo per cui nelle aree vuote o semivuote (spesso relative al centro-sud, ma non solo) è più rischioso fare impresa, i servizi e le infrastrutture sono assenti o scadenti, insomma lo svantaggio di partenza per il cittadino come per l’attore economico si fa addirittura schiacciante. In questa situazione l’attuazione della Costituzione e i diritti di cittadinanza restano mero proposito astratto, si vive in assenza di equità, le persone sono legate alla lotteria del luogo di nascita, ricorda Cersosimo, e il divario sociale di questa Italia mostra un’asimmetria inaccettabile.

Se poi si tiene conto della varietà italiana, ecco che, sottolineano Carrosio e Faccini, alla natura policentrica del territorio italiano dovrebbe rispondere un’implementazione dei servizi di base: un piano per incidere sulla qualità della vita attraverso un innalzamento dei livelli di inclusione sociale. L’Italia interna, per intenderci, è un’area che racchiude all’incirca il 60 per cento del territorio italiano e il 52 per cento dei comuni. Questo vuol dire che 13 milioni di abitanti, prevalentemente delle zone alpine e appenniniche, hanno meno opportunità e servizi (occupazione, reddito medio, mobilità). La conseguenza è lo spopolamento e l’abbandono del territorio, che non vuol dire solo perdita della superficie agricola, bensì dissesto idrogeologico (si veda il capitolo di Piero Bevilacqua all’interno del volume), contrazione demografica, sottoutilizzo o degrado del patrimonio edilizio pubblico e privato, e nel lungo periodo impoverimento generale della popolazione.

Occorrono, lo ribadisce da tempo il gruppo riunito da Fabrizio Barca intorno alla Strategia nazionale per le aree interne, politiche orientate ai luoghi e livelli essenziali di cittadinanza. Dopodiché occorrerà lavorare sul ruolo “scardinatore” delle istituzioni centrali, che devono aprire e emancipare le elites locali, spesso chiuse nei privilegi delle loro prerogative. Si tratta di veri e propri “soggetti propulsori” da attivare sui luoghi, per dirla con Bonomi, che vengano coadiuvati dalla rigenerazione della rappresentanza e attraverso il rapporto con le istituzioni centrali.

Riabitare l’Italia, quindi, ha l’indiscutibile merito di riportare al centro del discorso elementi di solito relegati “nella penombra del discorso mediatico”. Il fatto è che si impoverisce una popolazione non solo per via dell’inarrestabile e antico esodo rurale e poi intellettuale, ma per la perdita del patrimonio storico, del saper fare artigianale, della qualità e specificità delle risorse primarie. Insomma, se ripopolare e riabitare nella sinergia tra nuove tecnologie e vecchi saperi è una strada, l’altra parte della medaglia, di cui nessuno o quasi vuole parlare, è la decompressione delle aree massicciamente urbanizzate, per ridisegnare il territorio secondo un assetto più equilibrato e sostenibile. Il punto poi, dicono esplicitamente Lanzani e Curci, è la quasi completa assenza di una politica nazionale e regionale che abbia la capacità di guardare al tutto, e non solo a settori specifici, per altro sempre slegati e miopemente parcellizzati.

In conclusione, rimandando ai numerosi contributi interni, tra cui Clemente, Bevilacqua, Sacco, solo per citarne alcuni, è opportuno sottolineare che l’Italia fragile, dei pieni e vuoti, produce anche sradicamento, migrazioni, sdoppiamenti, gemmazioni, nostalgia (si veda il capitolo di Teti), e con esse una sostanziale continua richiesta di ri-appaesamento, e che questi stati d’animo portano parte della cittadinanza al rancore, al voto anti-sistema, al nazionalismo di stampo etnico, alla rabbia dei cosiddeti luoghi dimenticati, a cui la politica nazionale pare rispondere – prova ne è la questione degli sbarchi nel Mediterraneo – con un sostanziale populismo xenofobo più o meno bipartisan.

Allora, sebbene sia auspicabile una riterritorializzazione della politica in grado di calarsi nelle diversità e articolarsi sulla storia dei luoghi, come ricorda Clemente, questo non può passare che per una parallela politica di omogeneizzazione dei livelli socio-economici e culturali del Paese: base e ossatura della nazione. Solo la ricomposizione o almeno l’attenuazione dello squilibrio italiano, rimettendo al centro la Costituzione, potrà assopire le istanze pseudo-identitarie, gli egoismi regionali, il degrado inarrestabile del linguaggio e della proposta politica della classe dirigente nostrana, di cui è esempio lampante il tentativo di secessione mascherata dell’attuale locomotiva economica del Paese (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna), chiamata autonomia differenziata.

In definitiva, se si è guardato all’Italia sempre dal punto di vista urbano, una maggiore reciprocità prospettica, o, come dice Clemente citando Adorno, il centro visto dalla periferia, porta alla costruzione di una rete che per natura è policentrica e plurale. Si tratta di edificare il corpo democratico di un Paese e questo non può che darsi con un New deal dell’inclusione e della partecipazione, senza più margini né dimenticanze o veri e propri deliberati abbandoni.

Sandro Abruzzese

Fonte: – http://www.osservatoriodelsud.it/2019/08/29/riabitare-litalia-della-questione-italiana/

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