SAN NILO – Accoglie il primo discepolo

Stefano, giovane di umili origini, rimasto orfano dopo la morte del padre sotto la cura della madre insieme con una sorella, compiuti venti anni e guidato dalla Grazia Divina, se ne andò al Mercurion, là dove il p. Nilo dimorava in solitudine e avendolo ritrovato gli si pose a sedere accanto senza dire una parola.

Il monaco, alla vista di quel giovane, non si distolse affatto dalle sue solite occupazioni, ma, tramontato il Sole, vedendo che l’estraneo non faceva né diceva nulla, gli chiese che cosa andasse cercando; quello rispose che avrebbe voluto farsi monaco.

Soggiunse allora il padre: «Se tu vuoi farti monaco io ti insegnerò i monasteri e tu andrai là a vestirti perché qui non potresti vivere non essendoci da mangiare.»

Replicò allora Stefano: «So che qui vi sono dei monasteri e ne ho buona conoscenza, ma non mi piacciono; questo luogo dove tu dimori è il solo di mio gradimento.»

Interrogato da Nilo se avesse qualche parente, rispose affermativamente e manifestò al venerando Padre la sua condizione, ma egli cominciò ad esortarlo che se ne stesse nel mondo per poter mantenere la madre e la sorella.

Stefano nondimeno replicava: «Per tale motivo io non tornerò giammai indietro perché quelle due finora le ha mantenute Dio e tuttora le mantiene Dio e non devo pensarci io.»

Dunque, non avendo il p. Nilo potuto mandarlo via, gli dette un pezzo di pane e rimase egli stesso digiuno il giorno seguente poiché, per essere quello il penultimo giorno della settimana e non usando egli conservare cibo se non per quanto gli bastava, la porzione dell’ultimo giorno era già venuta meno.

Intanto il p. Nilo, accortosi che Stefano era per natura semplice e insensato, non gli diceva mai una parola cattiva, ma l’ammaestrava con amore e mansuetudine adoperandosi di farlo diventare accorto. Passati però tre anni e non facendo Stefano alcun progresso, a Nilo venne questo pensiero: “Se costui mi fosse fratello o figliuolo, o nipote, non userei io con lui rimproveri ed ingiurie ed anche altri modi più rigorosi allo scopo di istruirlo e correggerlo?”. Si mise dunque a trattarlo con durezza, a schernirlo, a insultarlo e a offenderlo con parole e fatti; quando poi gli insegnava a dire i salmi e le preghiere, spesso a motivo dello scarso comprendonio del discepolo, era costretto a dargli buffetti sulle guance. Stefano, però, sopportava ogni cosa di buon animo e non restava spaventato da quell’aspra norma di vita né fuggiva le beffe e gli scherni che gli venivano fatti dal p. Nilo; tollerava ogni mortificazione e si esercitava in ogni fatica: per la qual cosa meritò d’essere preservato da Dio, senza che mai, con tutte le astuzie del Diavolo, patisse alcuna tentazione.

Passato alquanto tempo, Nilo ritenne opportuno prendersi cura egli stesso della madre e della sorella di Stefano. Scrisse dunque alcune lettere e datele in mano al monaco, lo inviò a Rossano dalla veneranda Madre Teodora, vergine beatissima che viveva vita religiosa con la cura di alcune donzelle in un luogo chiamato Arenario e che aveva amato con affetto materno, da giovanetto, il b. Padre, onde ella non rifiutò di ricevere nel suo monastero la madre e la sorella di Stefano. Per tutto il tempo che esse camparono, Stefano andò ogni anno a quel monastero a lavorare nei raccolti e poi ritornava nel suo monastero dove non tralasciava alcuna faccenda a servizio dei monaci, ma lavorava con essi continuamente, servo di ognuno tranne che di se stesso. Molti furono i precetti che Nilo impartì a Stefano.

Una volta, volendo Stefano lessare dei legumi, li pose nella pignatta che però improvvisamente crepò e si ruppe.

Radunati insieme tutti i cocci, li presentò al p. Nilo e confessando il suo errore glieli mostrò. Ma Nilo gli disse: «Che giova accusarsi del mancamento solo con me? Vai al monastero e mostrali a tutti i monaci affinchè si sappia che gli eremiti rompono le pignatte.» Egli per ubbidire al suo maestro prese quei cocci e se ne andò dal b. p. Fantino e gli raccontò l’accaduto.

Il saggio egumeno, come colui che indirizzava l’occhio dell’intenzione al medesimo segno dove già l’aveva rivolto il b. Nilo, cioè alla gloria di Dio e al profitto di quel semplice e trascurato monaco, ricevette sopra di sé il riflesso di quel raggio che aveva illuminato la mente del Padre; onde, congiunto a lui nella medesima volontà, nell’operare non fu diverso dal desiderio del p. Nilo, perché raccolti insieme quei pezzi e legatili con una corda, li attaccò al collo del b. Stefano e fattolo stare in piedi nel Refettorio mentre i monaci mangiavano, lo rimandò indietro poi alla spelonca, meglio emendato per l’avvenire.

Un altro giorno, andando Stefano per la campagna trovò degli asparagi, li raccolse, li mise a cuocere e al momento del desinare li pose in tavola. Appena Nilo ebbe assaggiata quella insolita vivanda e sentendo che era molto gustosa, gli domandò se anche lui avesse sentito il medesimo buon sapore e avendo risposto di sì, gli ordinò di gettarla subito via dicendo che un cibo amaro per natura non poteva esser diventato dolce se non per azione del Diavolo. Un’altra volta mentre Stefano si tratteneva nel monastero di Fantino imparò da un vecchio a tessere le corde di vinchi con le quali si fabbricano ceste e panieri, onde fabbricò una cestarella. Nel ritornare alla spelonca la portò con sé credendo in tal modo di fare cosa gradita al p. Nilo, ma egli vedendola disse: «Orsù, fratello Stefano, eseguiamo qualche precetto della nostra Regola: tu fabbricasti la cesta senz’ordine, gettiamola perciò nel fuoco perché così comanda il grande Basilio.»

Mentre così parlava, levandosi in piedi accese il fuoco e ve la gettò sopra ed essendosi accorto che a Stefano ciò dispiaceva e che non sopportava questa mortificazione con pace né con rendimento di grazie, ma piuttosto con avversione d’animo, lasciò che la costarella ardesse tutta e così liberò Stefano dal morboso affetto verso la roba.

Un giorno, quello stesso vecchio pregò il p. Nilo di consentire che Stefano andasse con lui a raccogliere l’erba di cui si serviva per il suo lavoro. Stefano vi andò perché così gli era comandato, ma avvenne che avendo il vecchio riposto per la campagna il suo Salterio si scordò il posto dove l’aveva lasciato e così lo perse. Tornato dunque dal b. Padre, cominciò a dolersi della perdita e cadde in una profonda malinconia. Nilo, mosso a compassione di lui, cominciò a rimproverare Stefano dicendogli: «Tu sei uno sciocco e un balordo perché non cercasti il Salterio. La colpa è tutta tua, perciò è giusto che il vecchio si prenda il tuo Salterio.»

Da BRANI DELLA VITA DI SAN NILO, di A. Sitongia e S. Ferrari – Ferrari edizione

Foto RETE

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