IL PONTE DI SAN GIACOMO

Nel momento in cui nelle società industriali a capitalismo avanzato si verifica, con lacerazioni drammatiche, la crisi di quell’insieme concettuale, emotivo, comportamentale, istituzionale che potremmo definire organizzazione dell’estroversione collettiva — decisione, secondo l’intuizione pascaliana, di non pensare radicalmente la morte —, emerge, con impressionante puntualità ciclica, l’angoscia di morte che scompagina gli assetti tradizionali e introduce disordine a livello esistenziale, sociale e politico. Il rimosso ritorna, affermando la sua ineliminabile verità in un linguaggio spesso negato, misconosciuto, stravolto, perseguitato.

Si tenta di rispondere con una gestione assolutistica del privato, che annulla differenze e tensioni a più ampie solidarietà, costringendolo nel «pubblico» corporativistico, in un quadro di restaurazione politica. Le istituzioni, che pur sono messe profondamente in discussione da tale ritorno, reagiscono non nella direzione di un loro adeguato mutamento qualitativo, ma in quella di una strategia di captazione selettiva, attuata attraverso una gratificazione capillare, individuale e di gruppo, che ripropone antiche sicurezze socio-culturali.

Al «disordine», alla tensione eversiva, alla domanda aperta di nuova fondazione si risponde, cosi, con la riproposta di un ordine regressivo, dì un «numero chiuso», di una cifra critica conclusa, di un rigido assetto istituzionale e culturale. In questo senso la cultura politica accentua la sua latente necrofilia, diventando sempre più esplicitamente cultura della morte, assunta e spostata sugli altri. Si ristabilisce, sia pure in maniera formalmente diversa, il circuito dell’estroversione e si inserisce una più brutale dicotomia tra procuratori di morte e vittime, potenziali ed effettuali. Anche in questo senso va letto il «successo» della raccolta delle firme per reintrodurre nell’ordinamento giuridico italiano la pena di morte, estremo e grottesco paradosso per cui in nome della vita si decreta la morte.

Ma il rimosso che ritorna, questo gigantesco révenant che si agita nelle profondità della storia e in alcuni periodi ne ingombra la scena, non è tutto e completamente dominabile. Il linguaggio della morte non sempre si presenta come discorso immediatamente intellegibile; spesso si incanala in passaggi sotterranei, si muove sotto sembianze cangianti, alimenta settori già definiti nel linguaggio dell’ordine. Altre volte, si recuperano le estreme ragioni della lotta, dell’utopia in una tragica versione realistica che immediatamente, cioè senza il limite e il conforto della mediazione, dovrebbe realizzare l’essenza. Il terrorismo, ad esempio, in questa prospettiva, non è solo sentenza di morte, ma celebrazione rituale in cui, per disperato bisogno di vita, si esalta la morte. Per questo aspetto rientra in quell’universo di perdita radicale di senso, polo di attrazione verso cui è sospinta specialmente tanta parte delle giovani generazioni. […]

La «gratuità» della morte risalta esemplarmente nel delitto che alcuni giovani hanno commesso, bruciando «per giuoco» un somalo che dormiva sui gradini di una chiesa romana.

Terrorismo, omicidi, suicidi, droga, le diverse forme attuali di fuga mundi, pur nella loro differenziata fenomenologia, testimoniano, direttamente o mediatamente, sia il permanere di radicali bisogni irrisolti, sia l’inadeguatezza e la parzialità delle risposte approntate, sia, infine, la non captabilità totale di questo universo rimosso. La precipitazione realistica dell’utopia è il punto-limite della disperazione e confonde progetto di vita — che risulta, così, incapace di farsi discorso — e pulsioni di morte; lo scotto di questo errore decisivo è l’autodistruzione. Se la morte è la strumentazione essenziale del dominio (potere su), la negazione della vita può essere l’estremo tentativo individuale di negare il potere. La persecuzione è risposta omogenea e coerente, ma per ciò stesso inadatta a riaffermare la vita.

Da IL PONTE DI SAN GIACOMO, di Luigi M. Lombardi Satriani, Mariano Meligrana – Sellerio

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