La triste storia di zio Clemente (Seconda parte)

Sentite, che vi conto una storia.

Una volta un poverello, che era stato ricco come voi, e che poi era diventato vecchio e ammalato e pieno di piaghe come un asino di mugnaio, andava ogni giorno alla chiesa dei Cappuccini, ove ci era un Cristo miracoloso; e, giunto lì, s’inginocchiava, si battea il petto, e dicea lagrimando: Voi sapete, o Signore, che non posso più lavorare, e che non possiedo manco un filo di paglia. O mandatemi una santa morte, o datemi i mezzi per vivere.

Prega oggi, prega domani, una volta il Crocifisso gli rispose: Va, figliuol mio, va da Santo Còccio,(6) ed egli t’insegnerà il modo di tirare innanzi la vita. Dice il poverello: E chi è codesto Santo Còccio, e dove potrei trovarlo? Dice il Crocifisso: Non dartene pensiero, che lo troverai in questa stessa giornata. Il poverello esce da chiesa reggendosi sulle grucce, e piglia la via della campagna. Cammina, cammina. Incontra un ladro. Dice il poverello: Siete voi Santo Còccio? Sarei Santo Còccio se non avessi la carabina e il pugnale. Cammina, cammina. Incontra un Principe a cavallo, seguito da staffieri e campieri, che erano proprio un subisso. Dice il poverello: Siete voi Santo Còccio? Bestione! Se non fosse per me, Santo Còccio morirebbe di fame. Cammina, cammina. Incontra un eremita, che tira l’asino per la cavezza, e l’asino nelle bisacce porta ogni ben di Dio. Siete voi Santo Còccio? Sì, figliuol mio, son io per l’appunto. Dice il villano: Il santissimo Crocifisso dei Cappuccini mi manda da voi, perchè mi ammaestriate nell’arte di viver senza lavoro. Risponde l’eremita: Prendi una bisaccia, e va nei trappeti, nei palmenti, nelle aie, nelle mandre, nei maceratoi di canape; chiedi la carità per le anime sante del purgatorio, e pochi, ma pochi davvero ti daranno un rifiuto. Ciascuno dei benefattori ti darà, a dir vero, pochino; ma pensa che le tante grana forman le onze.(7)

Il povero lettighiero, che ha capito l’antifona, cangia a via di sforzi il bel timbro della sua voce in un altro orribilmente nasale; solfeggia le note più stridule, più monotone, più stizzose, che possano uscire da trachea di uomo; atteggia la faccia a un misto di compunzione sfacciata, e d’ipocrisia collerica, e appoggiato alla porta di una chiesa, di un caffè, di una bettola, di una rivendita di tabacchi, da mane a sera, al vento, al sole, alla nebbia, alla pioggia, con la mano perpetuamente distesa, non cessa dal declamare con orribile cantilena:

— Questa è la vera carità! Questa è la vera limosina! O buoni cristiani, date aiuto a un poverello che da tre giorni non apre la bocca! Fatelo pei vostri morti! Fatelo per le anime sante! Oggi è primo Lunedì, oggi è Venerdì, oggi è Sabato di Maria! Il Signore saprà ricompensarvelo e nel corpo e nell’anima. Fatelo per le cinque piaghe di Gesù Cristo! Fatelo per le sette spade di Maria Addolorata! Questa è la vera carità! Questa è la vera limosina!

Nei primi giorni la faccenda va un po’ zoppa, perchè il mestiere è tuttora grezzo, e ci è un residuo di vergogna, e gli altri poveri gli fanno guerra ostinata; ma a poco a poco lo zio Clemente raffina un po’ meglio la voce, gli atti, la cantilena, le formule: e ci è da contentarsene… parola di onore!

La figlia, che se ne accorge, comincia a fargli carezze, gli prepara il pan bollito, e glielo condisce con la maggiorana; gli lava la camicia, gli dà il miglior posto innanzi il braciere; stende un lenzuolo sulla paglia infradiciata sulla quale ci si corca, e vi stende anche una frazzata di cenci.(8) I nipotini non lo chiaman più nonno lanterna, o nonno chitarrone; ma papà grande e papà core,(9) e gli bacian le mani ogni mattina; il genero gli porta il vino rimastogli dalla settimana: ma nel tempo stesso gli fan costar salate codeste carezze, perchè stan sempre a tempestarlo e a spolparlo. Si presenta il genero:

— Suocero mio, ho avuto l’avvertimento pel maledetto affogato,(10) che li affoghino tutti quanti! nè so dove darmi di verso. Prestatemele voi quelle tre lire.

Viene la figlia:

— Padre mio, l’avete visto il porcello della gnora Catena? Voi, che siete pratico, quanto potreste prezzarlo?

— Privo della vista degli occhi! quel porcello a regalarlo val sette lire bollate.

— E a me lo darebbe per cinque lire, ma non ho manco un centesimo. Padre mio, datemele voi quelle cinque lire; non mi fate perdere quel negozio.

— E dove vuoi che le prenda?

— Non mi fate l’avaro, perchè la limosina per voi corre larga, e nei funerali dei ricchi siete sempre il primo a cui danno la torcia.

— Ti dico che non son la botte di San Gerlando.

— Via, padre mio, che vi farò un bel pastiere(11)di spinaci, natanti nell’olio… e con le ulive passe… e col pepe… e col tonno salato.

E lo zio Clemente che pel pastiere degli spinacci rinnegherebbe anche il battesimo, snocciola a soldo a soldo le cinque lire.

Vengono i nipotini:

— Papà grande, vedete… ho i piedi scalzi, e ci ho i geloni… Perchè non mi fate le scarpe?… Mi chiamo Clemente come voi, e voi non volete farmi le scarpe!

— Papà core, io sono Giovannella, quella cui volete tanto bene perchè somiglio alla nonna. Vedete qui; il fazzoletto è tutto stracciato.

E il nonno Clemente snocciola i soldi per le scarpe e pel fazzoletto.

Nè si creda che faccian riposare il povero vecchio quando si riduce a casa stanco dall’andare accattando, ma sempre son pronti a dirgli:

— Padre mio, vado a far visita alla vicina: accendete il fuoco per me; padre mio, intrecciatemi una scopa; padre mio, raccontate qualche fiaba a Grazietto che è ammalato; padre mio, portate attorno la bimba, che vorrebbe star sempre al capezzolo; padre mio, suocero mio, nonno mio, fate questo, fate quell’altro.

E lo zio Clemente, che vorrebbe e non può riposare un momento, per disperazione esce da casa; e al sollione e alla neve, quando nelle vie non ci è anima viva, si rannicchia come i cani sotto un arco di porta, o sotto l’olmo dei Cappuccini.

Un giorno — cosa insolita in lui — si sveglia senza appetito, e rifiuta, chi avrebbe potuto crederlo? un piattello di quelle lumache condite con pomidoro e cipolla, di quelle lumachette sì belle, sì appetitose, ch’erano state la sua passione. Il tempio(12)sta per crollare, dice fra se l’accattone. Bisogna mettermi in pace con Dio.

E quella mattina invece di stender la mano va difilato alla chiesa dei Cappuccini in cerca del padre Giambattista.

Ho la morte sul collo, Padre Giammattì, e son venuto a saldare il mio conto.

Il padre Giambattista lo confessa, l’assolve, e poi gli dice:

— E per l’anima non ci pensate? Voi dovreste avere un bel gruzzolo…

— Io, padre Giammattì? Io sono spolpato come un osso in bocca dei cani. Io l’olio, io il sapone, io le scarpe, io le gonnelle, io le tasse, io persino le fasce del neonato. Lasciatemi stare, Padre Giammattì. Vi dico che ho desiderato la morte cento volte il momento. Non mi restano che ventisette tarì, e ve li lascio per messe; ma vorrei ben anco che mi si sonasse l’agonia.

— Non datevene briga, che ve la farò sonare al Convento.

L’indomani lo zio Clemente restò a letto, travagliato da un’asma, che gli facea sobbalzare il petto come mantice di fucina. La figlia vedendolo infocato e affannato gli disse:

— Chè cosa avete? La febbre?… Via, fate uno sforzo, pensate che oggi è primo venerdì… e la limosina corre larga.

— Non posso, figliola mia, non posso. Forse non vedrò il sole di domattina.

— Non v’impaurite. Chiameremo la zia Margherita, che ne sa più dei dottori… Datemi però i quattrini per le medicine e pel brodo.

— I quattrini, figliuola mia? Gli ultimi che mi restavano li ho dati jeri al Padre Giammattì per dirmene messe.

— Dite da senno?… Ah, vecchio stolito!… E chi comprerà le medicine? Chi la carne pel brodo? Avean ragion gli antichi: Chi toccava i cinquant’anni gli si tagliava la testa. Per me me ne lavo le mani.

— E volevi dunque che all’anima non ci avessi pensato?… Volevi che fossi morto come un cane?

— Per l’anima vostra ci avrei pensato io, io che vi avrei ogni sera recitato il rosario, io che vi avrei raccomandato nella santa messa. Ma ora me ne lavo le mani: carne non ne posso comprare, medicine non ne posso comprare…

— Non importa, figliuola mia: morrò come vorrà il Signore.

— Ah, non importa? E le vicine che cosa direbber di me? Che direbbe di me quella svergognata di vostra nuora? Direbbero che vi ho fatto morir di fame; direbbero che non vi ho dati i rimedii per togliervi dagli occhi miei. E poi… e poi… se la malattia si aggrava, se ci sarà bisogno del santo viatico, dovrebber forse portarvelo nella stalla fra la troia, le galline ed i sorci?

— Non potresti per quell’occasione mettermi nel letto tuo?

— Mio marito mi ammazzerebbe. Se aveste i quattrini, via, gli si potrebbe tappar la bocca; ma giacchè deste i soldi al padre Giammattì, piangetene le conseguenze. Andrete allo spedale.

Il vecchio si alzò a mezzo letto, gridando come un pazzo. — All’ospedale? mai. mai! Nessuno della mia razza ci è andato, e non ci anderò neppur io. No; non voglio morire come i sorci, no, non voglio veder le anime condannate. Prima mi spezzerei la testa su questa ticcèna.

— Eh via, se anche vedrete le anime condannate, forse vi mangeranno? E poi c’è lì come serva dell’ospedale la nostra parente, la zia Maddalena. Starete come in casa vostra. Per me non voglio impicci, nè voglio essere ammazzata da mio marito.

Per capire quello sgomento, anzi quel terrore dello Zio Clemente per lo spedale è uopo far noto al lettore che nei Comuni della Contea di Modica non c’è pitocco, il quale non senta vergogna di non morire nella propria casuccia e in mezzo ai parenti. Codesto sentimento di orgoglio è così indomabile nei contadini, così radicato, così ritroso ad ogni ragionamento, che sarebbe fatica sciupata il combatterlo. E a questa si aggiunge un’altra falsa opinione, tenuta in conto di dogma, che i direttori, cioè, e i medici dell’ospedale ammazzino gli ammalati nei cibi o nei farmaci, quando la malattia duri a lungo. Sicchè per l’uno e per l’altro motivo non si dà il caso che un contadino si rechi volontariamente allo spedale, ma è uopo che lo si conduca riluttante, o quando per delirio o per prostrazione di forze non possa opporre menoma resistenza.

L’indomani un po’ prima di mezzogiorno un uomo addetto all’ospedale, e due facchini con una barella entran di botto nella stalla dello zio Clemente. Lo zio Clemente capì, fece uno sforzo poderoso, tentò sorgere in piedi, urlò come un toro, fu squassato da fieri tremiti in tutta la persona, ma lo tradiron le forze e cadde disteso sul letto. Era il momento opportuno. I facchini lo rinchiusero nella barella e s’incamminarono per uscire; ma sull’uscio ci era la figlia. E allora lo zio Clemente sbarrò gli occhi con terribile fissità, e riacquistando la loquela, perduta sino a quel punto per la rabbia selvaggia che l’invadea, apostrofò la figliuola:

— Senti, non ti maledico… perchè mi pare che… che tua madre… sorga dalla sepoltura per chiudermi la bocca con la sua mano… Ma ciò che hai fatto a me… un giorno lo faranno a te i tuoi figliuoli.

L’accattone da lì a poco coricato sul letto dell’ospedale non aprì più bocca, nè per parlare, nè per mangiare; non cacciò neanco le mosche che gli mangiavano il volto, e gli si assiepavano come una maschera. A la sera si bendò gli occhi col fazzoletto perchè non vedesse le anime condannate; ma sia per la febbre, sia per lo spavento, sia per la mente sconvolta gli sembrava che attraverso il fazzoletto scorgesse le anime di tutti i pitocchi che eran morti lì dentro; e allora dirugginava i denti per terrore, o pregava con viva fede:

— Gesù mio! Gesù benedetto! Gesù che patiste tanto per noi… Gesù mio, non voglio di siffatti spaventi!… Gesù mio, fatemi morire! Gesù mio, abbiate pietà di me peccatore!

L’indomani il medico lo trovò moribondo e ordinò apprestarglisi i Sacramenti. Oh quelli, quelli furono istanti felici per lui. Era la visita del solo amico, del solo conforto, della sola speranza che abbia l’uomo abbandonato da tutti. Accanto al letto stava una donna in cui la vecchiaia avea guasta orridamente la giovanile bellezza, che non dovea esser poca a dedurla dai lineamenti; ma ormai la pelle del volto, di un giallo screpolato e bilioso, avea preso colore e consistenza di carta pecora; gli occhi grandi e nerissimi parean vetrificati entro una cornice rossa e cisposa, e il labbro inferiore rovesciato sconciamente dava il varco a un sozzo fluire di bave filamentose, e lasciava apparire cinque o sei radici molari.

Il vecchio, che sino a quel punto sembrava non averla veduta, or la guardò a lungo, e poscia le si rivolse con espressione di angosciosa premura: …

— Comar Maddalena… Vi ricordate che un giorno vostro marito volea tagliarvi il collo con la falce?…

— Oh se me ne ricordo, compar Clemente!… ma io era innocente come Maria Immacolata…

— E vi ricordate che se non ero io a salvarvi, e a metter pace fra voi…

— Dio ve ne renda merito: non passa giorno che io non vi raccomandi nella santa messa.

— Or bene: nol vedete? ormai sono agli sgoccioli, ma muoio con terrore grandissimo. Comar Maddalena, voi siete l’unica mia parente. Giuratemi sul Crocifisso, di chiamar l’anima mia della strada.(13)

La vecchia si pose a piangere:

— Ve lo giuro, compare mio, ve lo giuro sul Crocifisso e sull’Ostia consacrata.

— Voi mi levate una spina dal cuore; ma questo solo non basta. Guardatemi, comar Maddalena: vedete come è ridotto lo zio Clemente?… sfuggito dagli amici, scacciato dai figli… costretto a morire nello Spedale… Chi nei tre primi giorni della mia morte metterà il pane e l’acqua innanzi all’uscio dello ospedale?(14)

La vecchia raddoppiò i singhiozzi…

Io, io, compar Clemente, io che sono parente vostra. Credete forse che io non ci abbia pensato? A bella posta invece del sabato vegnente ho fatto il pane sta notte. Ho detto: il povero Clemente è come me, è senza denti… conviene che gli si faccia un po’ di pane fresco: Nei tre giorni dopo la sua morte lo masticherà senza sforzo.

— Comar Maddalena, io sono un misero peccatore, ma vi benedico con tutta l’anima mia. Io non ho altro che questa corona: accettatela per mio ricordo. Ed ora un’altra preghiera: Vorrei il Padre Giammattì per raccomandarmi l’anima, e compar Diomede il becchino…

— Il becchino è quì. Nol vedete? È innanzi alla porta.

— Accostatevi un poco più, compar Diomede. Ci pensate? Un giorno vi ho fatto una grave ingiuria, dandovi del ladro e battendovi, perchè… perchè dopo un mese che era morta la mia compagna, vidi la gonnella con che era stata seppellita… addosso a vostra moglie. Or ve ne domando perdono… perdono con tutto il cuore… perdono con tutta l’anima mia. All’uomo che sta per morire non si ricusa nulla. Oh compar Diomede mio, vi scongiuro per le anime sante del Purgatorio, che non vogliate vendicarvi, legandomi i piedi(15)

— Morirete in pace, che vi ho perdonato da un pezzo. Non solo non commetterò l’iniquità di legarvi i piedi, ma invece di buttarvi a capo in giù nella fossa, farò scivolarvi sul cuoio dalla parte dei piedi.

— Lasciate che vi dia un bacio, e accettate questa tabacchiera come ricordo di un uomo che non possiede più nulla.

Passaron. quasi due ore. Il moribondo si era trasfigurato terribilmente nel volto; parea decomporsi ancor vivo. Non sentìa più, nè vedea, nè potea movere un dito, ma agitava le labbra come se un’idea insistente volesse tradursi a parole. E quell’idea ci era davvero, perchè il misero aspettava il suono dell’agonia, promessagli dal cappuccino… ma l’agonia non suonò.

Da lì a poco viene nuovamente il becchino, poi quattro Confrati della Carità che portano il cataletto, poi il cappellano che porta l’asperges, e il sagrestano che porta la croce di argento. Il morto viene rannicchiato entro la bara, e si dà principio al trasporto. Non appena però si oltrepassa l’ultima casa dell’abitato, il cappellano, che sente sonar mezzogiorno, e che pranza a mezzogiorno preciso, si ferma di botto, asperge di acqua benedetta il cadavere, e invece di accompagnarlo sino al camposanto si fa accompagnare dal sagrestano e ritorna a casa di furia. I quattro confrati lasciano anch’essi la bara, la danno a due manovali, e via a casa loro: sicchè il resto del viaggio si fa in quattro: il morto, il becchino e i due trasportatori.

— Cristo! quanto pesa! dice l’uno di loro. Lo zio Clemente dovea esser pieno di peccati sino all’ugne dei piedi.

Io sono in una saponata, risponde l’altro… e ne berrei volentieri uno o due litri.

— Anch’io lo berrei. Vogliamo giocare al tocco lo zio Clemente?

— Che diavolo dici?

— Intendo dire, di giocare quei pochi che ci dà la Congregazione pel trasporto del morto. Volete esser della partita anche voi, compar Diomede?

— No: mi piacerebbe meglio di giocarcelo a briscola.

— E il quarto?

— Puh! il quarto! C’è il custode del camposanto, che si giocherebbe il battesimo. Le carte le ho in tasca. Ci state?

— Bestia chi se ne pente!… Puh! come pute!… Avete tabacco, compar Diomede? Parmi di essere nella tana di una volpe figliata.

— Se S. Pietro non è raffreddato, lo caccia a calci dalla porta del paradiso.

Intanto l’un passo dopo l’altro son giunti al cimitero. Il becchino fruga il morto per vedere se ci sia da rubacchiargli o la camicia, o i calzoni, ma non trovando che cenci ed insetti, sclama indispettito:

Maledetti taccagni! l’han mandato via come Giobbe. Non c’è da spigolare un centesimo.

E lo butta con istizza entro una delle fosse pei poveri. Da lì a poco i manovali, il becchino e il custode sbevazzono, e giocano a briscola il morto.

Da LE PARITA’ E LE STORIE MORALI DEI NOSTRI VILLANI, Di Serafino Amabile Guastella – Bur

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NOTE

1.I paracalci erano stivali senza suola, infilati sui gambali degli stivaloni, tal che il tomaio, il quale corrispondeva sulla noce del piede, rimaneva eretto, e all’uopo attutìa i calci dei muli. Uso proprio dei lettighieri.

2. Famosi banditi. Salta le viti era di Mazzara, e aveva nome Antonio Catinella. L’egregio amico Salomone Marino ha pubblicato su quel bandito un canto popolano. Testalonga si chiamava Antonio Di Blasi, ed era di Pietraperzia. Avvi un racconto su lui di Vincenzo Linares.

3. Il fondaco è uno stallaggio.

4. Lanterna, come aggettivo appropriato a individuo, ha significato di magrissimo, anzi diafano per magrezza; chitarrone, uomo che si gratti sconciamente o per rogna o per pidocchi.

5. Scrofa, femmina del maiale.

6. Fari l’arti di Santu Còcciu vale far l’accattone. In Catania dicono esser divoto della Madonna del Còccio.

7. Narrato da Pasquale Bellio, contadino di Chiaramonte. Vedi in fine la nota BB.

8. La frazzata è una coltre di lana tessuta; ma i veramente poveri mettono in serbo i cenci di mussolino a colore, li attortigliono, li tessono, e ne formano una frazzata.

9.  Papà core, e mamma core son denominazioni colle quali i bimbi nostri denominano i nonni, o gli zii.

10. Il dazio sul focatico dai popolani è chiamato l’affogato.

11.  Pastiere, val lo stesso che pasticcio.

12. Metafora, con cui il nostro popolino denomina il ventre.

13. È credenza di Modica, che l’anima non possa uscire dalla stanza mortuaria, ove non sia richiamata con urli e stridi dalla via: costume, che tuttora è vivissimo, ed io stesso ne sono stato testimone parecchie volte.

14. Costume vivissimo nella plebe di Modica. Si crede che il morto nei primi tre giorni venga in sua casa a sfamarsi di un po’ di pane, e a spegner la sete in un catino di acqua. I parenti del morto lascian di notte per quei tre giorni l’uscio di casa socchiuso, e dietro l’uscio collocano l’acqua ed il pane.

15. È credenza che San Giacomo Maggiore prenda l’anima del morto, e prima la trasporti in Galizia, poscia la conduca per la via lattea. Se al morto però si allaccino i piedi, o i ginocchi, l’anima non potrà fare il viaggio, e resterà vagante per l’aria.

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