GRANDE GUERRA – La decimazione della Catanzaro

Il comando della IV divisione a San Canziano dopo il bombardamento il 12 maggio 1917

Giuseppe Mimmi racconta fucilazioni, decimazioni, disciplina militare, morti, orrori a Santa Maria La Longa (UD) il 15 luglio 1917

Giuseppe Mimmi è testimone di uno dei fatti più controversi della Grande Guerra: l’ammutinamento e la decimazione della Brigata Catanzaro. Dopo diverse battaglie sul Carso nell’estate del ’17 la Brigata venne mandata in riposo a Santa Maria la Longa, quando si sparse la notizia che sarebbe stata mandata di nuovo in prima linea. Ne scaturì una protesta che si tramutò in vera e propria rivolta la sera del 15 luglio. Partì dai soldati del 141° e si estese anche a quelli del 142°, con scontri a fuoco con fucili e bombe a mano.

A sedare la rivolta fu inviata una compagnia di Carabinieri e si registrarono una decina di morti e una trentina di feriti.

Terminato l’ammutinamento scattarono le fucilazioni per quattro soldati colti con i fucili ancora caldi e per altri dodici scelti per ciascun reggimento per decimazione, anche se studi più recenti aprono nuovi interrogativi sui numeri e sulla distribuzione.

Il 16 luglio i soldati vennero fucilati sul muro del Cimitero di Santa Maria La Longa.

18 luglio

Quanto è accaduto nei giorni scorsi, rappresenta uno degli aspetti più terribili della guerra, se pure non si tratta di combattimenti col nemico, ma di fatti successi durante il periodo di riposo.

Come ho già detto, ci avevano promesso un lungo riposo, dopo gli ultimi eventi bellici, del quale avevamo assolutamente necessità, se non che improvvisamente, il 3 luglio venne l’ordine di ritornare in linea, durante la notte, per riparare ancora una volta, alle deficienze altrui. Il fante non apprese la comunicazione con il consueto rassegnato stoicismo e passò all’offensiva.

La sera, eravamo ancora alla mensa, quando giunse trafelato un porta ordini del comando di reggimento, ad avvertire, che la truppa si era ammutinata nei baraccamenti del 141°. Accorremmo subito, mentre una nutrita sparatoria si udiva dalla parte dove era scoppiata la rivolta. Nella baracca della mia compagnia, trovai ancora un discreto numero di uomini, che al buio, radunai dietro un greppo, per evitare i colpi, che ininterrotti partivano dall’altro lato della strada, ma nella confusione del momento, non mi fu possibile procedere ad un appello, neppure sommario dei presenti. Molti ne mancavano e si erano uniti ai rivoltosi. Intanto la sparatoria aumentava di intensità ed alla fucileria, si erano aggiunti gli scoppi delle bombe a mano e degli spezzoni di gelatina, ma doveva trattarsi di una dimostrazione senza scopi più cruenti, perché non si udiva il sibilo radente delle pallottole, segno evidente, che sparavano in aria. Il frastuono però era assordante, ordini non ne giungevano ed anche i superiori comandi, non sapevano che pesci pigliare. Il tempo intanto passava e non si veniva a capo di nulla. La strada, che da Palmanova porta ad Udine era intransitabile ed un automobile del Comando Supremo, che si azzardò a passare, fu investita dallo scoppio di uno spezzone e restò immobilizzata. Non vi furono morti, ma due ufficiali rimasero feriti.

Nel frattempo la notizia era giunta ai comandi di divisione e di corpo d’armata e numerosi ufficiali si erano precipitati a S. Maria La Longa, per rendersi conto della situazione. Verso l’una dopo mezzanotte, mentre ero sempre al riparo del greppo, passò un gruppo di ufficiali, che non distinsi bene, chi fossero. Uno di essi mi chiamò e mi chiese a quale reparto appartenessimo. Risposi che eravamo i componenti la seconda compagnia del 142° e ad una successiva domanda circa il numero dei presenti, risposi istintivamente e senza riflettere alle conseguenze, che la forza era al completo ed ai miei ordini. Qualcuno degli interroganti prese degli appunti e proseguirono oltre.

Per tutta la notte la sparatoria continuò violenta, per diminuire verso l’alba, fino a cessare del tutto. Alla distribuzione del caffè, ognuno era tornato al suo posto, come se nulla fosse accaduto e nessuno dei militari della mia compagnia fu trovato negli accantonamenti del 141°.

L’increscioso episodio di indisciplina era così venuto a cessare, ma le ripercussioni troppo gravi, per la forma e per il luogo dove era avvenuto, perché non dovesse avere conseguenze severamente tragiche ed esemplari.

Il Comando Supremo dispose infatti l’immediata decimazione. È questo un provvedimento di estrema gravità, al quale per la legge di guerra si ricorre, quando in seguito a fatti del genere di quello accaduto, non è possibile individuare i diretti responsabili. In base ai nomi iscritti nei ruolini dei reparti e scegliendone uno ogni un dato numero, i designati vengono fucilati alla schiena. Il sistema è evidentemente inumano, perché nel numero dei designati può capitare anche qualche innocente, ma che cosa vi è di umanitario nella guerra?

Ha voluto il cielo, che per la mia risposta data durante lo svolgersi della sparatoria, e secondo la quale, nessuno dei componenti la seconda compagnia aveva preso parte all’insubordinazione, il reparto è stato escluso dalla decimazione.

Quello che avvenne di poi, non posso descriverlo con esattezza nei macabri particolari, perché fortunatamente non fui obbligato ad assistervi, ma so che i designati vennero ammassati nel recinto del cimitero, con la faccia rivolta al muro e dietro di essi, ad una ventina di passi, i plotoni di esecuzione. Alle spalle di questi, sezioni di mitragliatrici dei carabinieri, pronti a far fuoco se i giustizieri non avessero seguito gli ordini perentori. Alle prime scariche, non tutti caddero e gli scampati cercarono di fuggire, tentando di scavalcare il muro; ne seguirono le scene più selvagge, poiché entrarono in azione le armi automatiche, che con le loro raffiche raggiunsero i fuggiaschi. Alla fine dell’autentico macello, un ufficiale dei carabinieri, diede con la rivoltella il colpo di grazia agli agonizzanti.

Sulla raccapricciante tragedia, calò così il sipario in quel triste mattino di giugno.

Non discuto la legittimità del provvedimento eccezionalmente grave, perché conosco le disposizioni repressive in tempo di guerra, ma mi permetto di dubitare fortemente sugli effetti pratici dell’esemplarità della pena. Infatti per insubordinazioni dello stesso genere e gravità, di quella della brigata Catanzaro, commesse da altre unità, in questo periodo di tempo e causate dagli stessi motivi, si ebbero le identiche repressioni, ma l’esempio non è valso affatto a far sì, che nuovi casi del genere, non si verificassero.

Penso invece, che sarebbe stato necessario indagare sulle cause che hanno determinato le rivolte, avvenute tutte nelle unità dislocate nel basso Isonzo e sul Carso, le quali non hanno mai dato segno di pusillanimità e si sono battute sempre eroicamente. Se gli alti comandi non si fossero limitati a vedere le cose dal trincerone del caffè Dorta, ma avessero ascoltato le giuste lamentele dei combattenti, sarebbe stato facile impedire tanti deplorevoli eccessi.

Bastava ovviare a certe palesi sperequazioni con criteri più sani di giustizia distributiva, per fare in modo che non vi fossero divisioni e brigate impegnate di continuo nel settore più sanguinoso del fronte, in confronto di altre unità, che dall’inizio della guerra, stazionano ancora nelle zone di “pace separata”, sui monti del Cadore e della Carnia. E non è a dire che tali diversità di trattamento non fossero note al quartier generale, ma con una logica assai discutibile si obbiettava, non essere necessari spostamenti, poiché il forte logoramento delle formazioni carsiche, provvedeva automaticamente al cambio degli effettivi.

Ma lasciando da parte le inutili recriminazioni postume, proseguo la narrazione degli eventi.

Dopo l’avvenuta decimazione, l’intera brigata fu trasferita altrove, in un luogo di punizione, una specie di domicilio coatto, nella zona più deserta e malsana della bassa friulana e cioè nel terreno paludoso verso il mare.

Caricati sugli autocarri, preceduti e seguiti da autoblindo e con la sorveglianza aerea di velivoli, i reparti partirono a scaglioni, per giungere in serata fra le cannucciaie di S. Canziano, dove ora siamo attendati.

Anche se i morti rimasero a S. Maria La Longa, l’esodo ebbe tutto l’aspetto di un lungo corteo funebre e funerei erano i pensieri ed i sentimenti di tutti, come lo sono tutt’ora, perché gli avvenimenti di cui fummo protagonisti o spettatori, hanno lasciato una impressione tale di doloroso sgomento, che non si cancellerà col passare del tempo.

Fonte: http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php?page=estratto&id=655&fbclid=IwAR3ZbEuMZDKlv5e5nalURA20NQpfCSu1Kh1oK1xhE7v_akYy9id8ghh1gl4

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