Il sogno nella cultura folclorica calabrese

I personaggi ricorrenti nei sogni contadini sono i santi e i morti. «In Calabria si dà molta importanza ai sogni, perché appariscono in essi e svelano le cose future, non solo i morti, ma anche i Santi». «I sogni vogliono dire che i morti ci vedono e quando ci vogliono dire qualcosa ci vengono nel sogno», afferma una contadina calabrese, affidando così al morto quel ruolo di protagonista onirico e conferendo al sogno una realtà «oggettiva», esterna e indipendente dal sognatore che si ritrova nella tipologia classica dei sogni.

Lo schema folklorico appare corrispondente al sogno oracolare, al chrematismos greco, riconoscibile, secondo le parole di Macrobio, «quando nel sonno uno dei genitori del sognatore, o qualche altro personaggio rispettato o solenne, magari un sacerdote, od anche un dio, rivela senza simbolismo quel che avverrà o non avverrà, o quel che si deve o non si deve fare».

«Io credo» afferma un uomo di Soveria «che quando sogniamo noi, non è che sogniamo, ma sono i morti che ci parlano e ci fanno vedere le cose che poi ci succedono il giorno dopo o dopo più giorni» e ancora: «Che sono i sogni? Sono i morti che ti parlano e ti dicono quello che ti succede di bene e di male, tanto che i sogni ti cadono sempre alle mani» (espressione dialettale vicina al significato di avverarsi con un’aggiunta di corposa inevitabilità e puntuale destinazione: vengono proprio a te, alle tue mani). «Certo che se volessimo noi [se dipendesse da noi] faremmo sempre sogni buoni, ma il fatto [è] che non sono opera nostra e non ci possiamo far niente se sono sogni cattivi».

La concezione folklorica dell’origine esterna, soprannaturale dei sogni, mentre dà conto — come notava Freud a proposito della concezione antica del sogno — del fatto che il sogno, «tramite il ricordo  che di esso rimane al mattino, si oppone al rimanente contenuto psichico come qualche cosa di estraneo, proveniente quasi da un altro mondo», affidando l’iniziativa onirica a figure esterne al sognatore (ai Santi, ai morti), riserva ai viventi soltanto l’uso di tecniche di provocazione del sogno e di propiziazione delle figure oniriche; sanziona, pertanto, la veridicità, la oggettività e la ineluttabilità del sogno, attribuendo ai messaggi in esso contenuti un carattere sacrale che si trasferisce nella tradizione culturale e ne orienta l’osservanza.

D’altro canto, essendo il sogno percepito anche come fenomeno «interno», alla sacralità della fonte si aggiunge, come misura di verità, di testimonianza e di consenso, l’interiorità, per cui l’eteronomia appare, inquietantemente e significativamente, autonomia culturale.

Non si può influire sulla qualità del sogno, anche se nella cultura folklorica affiora ripetutamente l’esigenza di strumenti culturali capaci di evitare sogni cattivi. Quello che comunque resta indeciso e semanticamente sfumato è se l’evitazione del sogno «cattivo» produca l’eliminazione della storia «cattiva» o semplicemente tolga dal quadro conoscitivo la previsione di un evento futuro, che comunque si realizzerà. «Si afferma l’esistenza di una relazione, di cui però non viene specificata la natura». Resta indeciso il valore causativo o profetico del sogno — il sogno come previsione o causa oggettiva di accadimenti storici? — anche se, nell’esperienza folklorica, il sogno è pur sempre vissuto come «fondatore di eventi» e se in una concezione tendenzialmente fatalistica, come quella che orienta la cultura contadina meridionale — anche se e quando è risistemata nella cornice del cattolicesimo popolare — la differenza tra presagio e causa sfuma fino a determinare un azzeramento della differenza o un’intercambiabilità di significato. Incertezza che si ritrova, simmetricamente, a proposito della capacità tecnica delle formule e dei riti di neutralizzare le conseguenze storiche dei sogni.

L’oscillazione tra presagio e causa si ritrova, ad esempio, drammaticamente, in un sogno raccolto a Soveria Simeri, in cui la sognatrice fa l’ipotesi che forse l’eliminazione del presagio, anche se verificatosi al di fuori del sogno, avrebbe potuto eliminare l’evento. «I sogni sono veri, e come sono veri!» racconta Rosina M., contadina analfabeta, di 69 anni. «Che quello che ho patito io non si può neanche raccontare. Un figlio mio è morto giovinetto, bello mio, ed io prima che mi succedesse questa disgrazia l’ho avuto il segnale. Ho sognato sempre per cinque o sei volte di seguito che andavo a legna e dopo che l’avevo legata e l’avevo caricata sul capo mi si slegava e mi cadevano per terra e dovevo raccoglierla un’altra volta e tornavo punto e da capo, una continuazione: io la legavo ed essa si scioglieva. Non c’è niente, la legna secca sono mortalità, sono micidianti. Era la disgrazia che doveva patire mio figlio: è rimasto sotto una trave che stavano caricando sopra un camion, una trave grande che due persone non potevano abbracciare. E dire che il giorno prima la gallina ha cantato come un gallo, chissà se quella gallina me la mangiavo, non succedeva niente. Una sfortuna troppo grande è stata per noi, che non ce la meritavamo».

Nella cornice fatalistica della storia, che sembra sostenere certe fasi della vicenda contadina, il sogno sembra precisarsi, comunque, come strumento di visualizzazione e di conoscenza dell’ignoto (il futuro e l’aldilà), estrapolazione dal flusso metaforico degli eventi di un segmento che il soggetto non tarderà a riconoscere nella sua quotidianità a venire, segno di volontà già determinate, come sembra confermare il convenzionalismo onirico, di cui alle preghiere di propiziazione.

Attingendo alle origini, il sogno si pone come fonte della storia; come scomposizione del tempo, correzione della sua irreversibilità, anticipa il futuro, presentifica il passato: l’esistenza si pone come conferma, ripetizione e prosecuzione del sogno. «Come i miti di origine sono il testo di fondazione e di garanzia per l’intero procedere dell’esistenza a livello sociale, così il sogno è determinante e garante per il procedere della vita — cioè del destino — a livello individuale.

Perciò sognare significa anche, per l’individuo, rinnovare dialetticamente l’unione con le origini mitiche della società e della cultura. In tal senso sognare è ridar vita agli enti mitici e agli eventi del mito. Non per nulla identici protagonisti agiscono nei miti d’origine e nei sogni, secondo le tradizioni di ciascuna cultura: siano essi spiriti dei morti o antenati, eroi culturali, enti astrali, divinità e via via gli altri esseri mitici tradizionali». Il sogno è detto da Bastide «mito individuale».

Da IL PONTE DI SAN GICOMO,  di L.M. Lombardi Satriani e M. Meligrana – Sellerio

Foto: RETE

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