Il ciocco di Natale e le pratiche divinatorie

Accanto all’abete era viva in tutta l’Europa fino a qualche decennio fa un’usanza che ora sopravvive in poche famiglie e in aree limitate: il ciocco natalizio, detto in tedesco Jul e in francese calendau o chalendel con un evidente riferimento all’inizio dell’anno, ovvero al periodo solstiziale . In Italia è chiamato in vari modi secondo le regioni: süc in Piemonte, zóch nel trevigiano e ceppo o ciocco nell’Italia centrale.

Il filologo Pietro Fanfani nel Vocabolario dell’uso toscano scriveva che nella val di Chiana, in provincia d’Arezzo, la sera della vigilia di Natale ogni famiglia si riuniva mettendo nel camino un ciocco di quercia e dicendo: «Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane; ogni grazia di Dio entri in questa casa; le donne facciano figliuoli, le capre capretti; le pecore agnelletti, abbondi il grano e la farina, e si riempia la conca di vino». Poi si bendavano i bambini che dovevano avvicinarsi al camino e battere con le molle sul ceppo recitando una canzoncina detta «Ave Maria del Ceppo» che aveva la virtù di far piovere su di loro dolci e regalini.

Sul ceppo si sistemava altra legna che bruciava più facilmente sicché esso si consumava lentamente durante i dodici giorni natalizi fino all’Epifania. Questa antichissima usanza venne interpretata nel primo medioevo in senso cristiano: il süc – come si diceva ancora all’inizio del secolo nelle campagne piemontesi – era il simbolo del Cristo che si era sacrificato per salvare l’umanità, per sostenere l’uomo nel suo viaggio terreno. Il ceppo doveva bruciare lentamente per dodici giorni, simboli dei dodici mesi dell’anno, e analogo dunque al sole che, nato al solstizio d’inverno, avrebbe nutrito la terra per un anno intero. Per questo motivo si diceva «domani è il giorno del pane» e si mangiavano nel periodo natalizio, come oggi d’altronde, dolci a base di farina, fra i quali il più celebre in Italia è il panettone milanese. un’usanza diffusa in tutta l’Europa: in Francia, per esempio, si usa cuocere nelle campagne il pain de Calandre. Poi se ne taglia nella parte superiore un pezzetto su cui vengono incise tre o quattro croci: è un talismano, dicono i contadini dell’Alvernia, capace di guarire da molti mali. Il resto del pain de Calandre viene mangiato da tutta la famiglia. In Inghilterra i fornai regalavano ai clienti una focaccia beneaugurale, detta Christmas-bathc, non diversamente da quelli lombardi che, prima della pancommercializzazione moderna, offrivano il panettone a Natale.

D’altronde, come si sarebbe potuto vendere quel che simboleggiava il giorno del pane? E quale mai altra definizione del Natale potrebbe essere anche oggi più appropriata?

Nella preghiera che il Cristo insegna ai discepoli si chiede al Padre: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»; il quale altro non è che il pane suprasostanziale, come spiegava il Cristo alla folla il giorno dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per tutta la vita eterna e che il Figlio dell’Uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha posto il suo sigillo». Allora la folla sconcertata gli domandò: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna del deserto, come sta scritto: “E diede loro da mangiare una manna dal cielo”».

Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene da me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete… Io sono il pane della vita. I vostri padri han mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Quel «pane» s’incarna nella notte della Natività a Betlemme che nell’ebraico Bet Lehem significava profeticamente Casa del Pane, nome derivato probabilmente dal fatto che la cittadina era un granaio perché la circondavano campi di frumento. Ma vi è un’altra coincidenza strabiliante: in arabo Betlemme si dice Baitlham che significa Casa della Carne. Sicché in un trascolorare simbolico il Cristo alluso dal ciocco, secondo l’interpretazione dei medievali riportata da Amadeo Costa nel suo Curioso discorso («Il metter Ceppo e abbrugiarsi quel legno o zocco, come diciamo, più grosso e grande del solito, significa che il Cristo volle nascere in terra per distruggere gli Idoli e superstizioni de’ Gentili, illuminando e purgando i petti degli uomini con la verità del suo Santissimo Natale»), si trasforma nel pane di Natale e infine con l’Ultima Cena trasforma il pane nel suo corpo, e non più simbolicamente ma realmente.

Ma se dal cristianesimo scendiamo alle tradizioni precristiane, il ceppo era il simbolo del dio che governava il destino nel cosmo: nella religione ittita il primo dio, Alalu, personificazione del destino, significava ciocco. «Nelle usanze del Natale» scrive Margarethe Riemschneider «questo significativo ciocco si è mantenuto, e sarebbe strano il contrario… Il ciocco vale come amuleto protettivo per tutto l’anno seguente. Nel periodo natalizio non deve mai spegnersi: ma non deve neppure consumarsi del tutto giacché ciò che ne resta garantisce protezione e benedizione e il nuovo ciocco va acceso con un pezzo dell’antico sacro non il focolare in se stesso, non il fuoco, che offre all’uomo (soprattutto nel Nord) l’auspicata luce e il sospirato calore ma il ciocco, collegato per la sua forma all’immagine del fallo e alla fertilità, e quindi all’idea di fortuna.»

Il collegamento antico del ceppo con il destino e con il dio che lo personifica è analogo al gioco dei dadi – l’attuale tombola – che, come si è spiegato, era tipico dell’antica Roma nel periodo presolstiziale su cui regnava con la falce-lituus Saturno, ovvero l’autore «del grande gioco», il grande Prestigiatore.

Per questo motivo si dice che nel periodo natalizio sarebbe possibile pre-vedere l’anno nuovo. E se nel gioco della tombola si è ormai dimenticata questa funzione divinatoria, alcuni proverbi la rammentano a proposito dei dodici giorni. «Le Calende della festa del sol le mostra al mondo quel che Cristo ‘l vol» afferma un proverbio istriano, che denuncia chiaramente la sua origine precristiana.

Secondo un’usanza estesa in tutta l’Europa, osservando i dodici giorni che vanno dal Natale all’Epifania è possibile trarre pronostici sull’andamento dell’anno.

Spesso vengono considerati i primi ventiquattro giorni di gennaio, come testimonia un proverbio diffuso in tutte le nostre regioni: «Delle Calende non me ne curo purché a San Paolo non faccia scuro».

Le Calende in questo caso connotano due usanze diffuse nelle campagne fino all’avvento dell’automobile e della televisione. La prima consiste nell’osservare il tempo futuro nei primi ventiquattro giorni di gennaio: cominciando a contare dal primo del mese, si rappresenta gennaio con il primo, febbraio con il 2 e così di seguito fino al 12 che è dicembre; poi si ricomincia dal 13 rovesciando il conteggio sicché il 13 è dicembre e il 24 gennaio. Basandosi sui due giorni che rappresentano il mese, si ricava il pronostico. Ma, come spiega il proverbio, le previsioni pessimistiche vengono annullate dal bel tempo del 25 gennaio, festa della Conversione di San Paolo, detta anche San Paolo dei Segni.

La seconda usanza è collegata direttamente a San Paolo. Le Calende consistono nel seguente gioco divinatorio: si prendono 12 mezzi gusci di noci ponendoci dentro un poco di sale, e li si espongono all’aria la notte di San Paolo numerandoli fino al 12 che è dicembre. Al mattino si osserva in quali gusci il sale si è sciolto. Al guscio del sale sciolto corrisponde un mese asciutto; al guscio del sale rimasto concreto un mese piovoso. Tuttavia se quel giorno è asciutto e sereno può eliminare le cattive predizioni.

Da CALENDARIO, di Alfredo Cattabiani,  Mondadori

Foto RETE

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