MENABREA: “I meridionali? In un campo di concentramento in Patagonia”

Menabrea

Nel 1868, Quando la resistenza del Sud andava già declinando, il presidente del Consiglio, non a caso un generale, Luigi Menabrea, pensò che il problema di quei riottosi poteva essere risolto con un “bel” campo di concentramento. Non in Italia, troppo comodo! Lontano, molto lontano, in Patagonia, nel Sud dell’Argentina, con i ghiacciai dell’Antartico all’orizzonte e con una temperatura media di 12 gradi sotto zero. Là i ribelli, abituati a un clima che consentiva loro di camminare scalzi, avrebbero trovato il fatto loro.

Una lettera, indirizzata al plenipotenziario Enrico Della Croce di Loyola, datata 16 settembre 1868, firmata dal capo del governo, contiene, nella premessa, l’esigenza che si «deve porgere ogni cura per quanto si riferisce all’efficacia dei sistemi punitivi onde migliorare la condizione morale del nostro paese». Poi scende nel dettaglio: «Ella non ignora certamente in quali tristi condizioni versino alcune parti d’Italia ed Ella ben conosce come già più volte abbia dato opera a ricercare se, col mezzo degli stabilimenti penali in lontane contrade e colla deportazione dei rei, non raggiungerebbesi quel miglioramento che, nelle condizioni presenti, è pressoché impossibile ottenere col sistema in vigore della reclusione». Occorreva accrescere – di poco, s’intende – il «sano terrorismo» di Minghetti.

Dunque? «In tempi addietro – continua il messaggio – furono fatti studi per fondare uno stabilimento di simil natura nelle regioni bagnate dal Rio Negro che i geografi indicano come limite fra i territori argentini e le regioni deserte. Quel progetto, rimasto allo stadio di semplice studio preparatorio, potrebbe forse utilmente essere coltivato». Occorreva perciò sondare le disponibilità del governo della repubblica argentina per farsi vendere qualche chilometro quadrato di deserto antartico. Beninteso: «Le terre da noi eventualmente scelte sarebbero fra quelle totalmente disabitate e l’occupazione non avrebbe in vista lo stabilimento di una colonia».

Menabrea non lo scrisse ma non c’è altra lettura: doveva essere un campo di sterminio, a cinque mesi di navigazione da casa, senza gente intorno che ficcasse il naso nelle faccende altrui.

Per sbarazzarsi di quei cafoni, l’Italia voleva la sua Cayenna. La voleva l’Italia “nuova” delle libertà ritrovate e del progresso auspicato, quella di Silvio Pellico che fremeva di sdegno per qualche anno di galera allo Spielberg e quella di Cesare Beccaria che da morto, più che da vivo, convinceva un salotto dopo l’altro sulla necessità di una giustizia umana.

Se la Patagonia non diventò la terra della deportazione in massa di poveracci che avevano avuto il torto di tenere la testa alta e la schiena dritta, si deve esclusivamente a ragioni diplomatiche. La risposta, da Buenos Aires, di Enrico Della Croce di Loyola troncò sul nascere le aspettative del presidente del Consiglio Menabrea.

Una volta tanto il timore di perdere un sia pur discutibile predominio territoriale su un angolo di deserto ghiacciato, sortì un effetto positivo. E il plenipotenziario argentino non dovette neanche impreziosire la volontà del suo governo; anzi fu inaspettatamente diretto.

«La repubblica argentina ha preteso in ogni tempo e tutt’ora pretende un assoluto diritto di neutralità sulle terre – tutte – al di qua e al di là dello stretto di Magellano. La sovranità argentina sulle zone indicate da Vostra Eccellenza è incontestabile essendo colà un luogo ove sorgeva l’antica missione di Carmen e un forte occupato dagli argentini». Frati e militari scapparono al Nord perché in quelle tundre flagellate dal vento del Polo Sud era impossibile resistere, ma i muri restavano là a testimoniare una presenza ufficiale. «Poca speranza mi rimane che ai disegni del Governo italiano possano essere favorevoli gli animi di questi Governanti, i quali, infatti, negarono la vendita, l’ospitalità, l’affitto, il comodato».

Forse senza rendersene conto il Sud America evitò una vergogna maggiore.

Da “MALEDETTI SAVOIA”, di Lorenzo Del Boca – Piemme

FOTO: Rete

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