PAPASIDERO – Dalla preistoria-protostoria all’età greco-romana

II tema delle “origini”, che il grande medievista francese Marc Bloch definì l’ossessione degli storici», è l’argomento di maggior fascino per i cultori di memorie patrie, i quali possono subire la suggestione di leggende, ricamando su ipotesi di dubbio fondamento. Risalire ai primordi di una comunità è un desiderio comprensibile, ma si tratta di un’operazione non sempre facile per quelle più antiche, anzi spesso complicata e scivolosa se strumentalizzata a fini identitari.

Nel caso di Papasidero, sarebbe facile legarne l’origine alla presenza dell’uomo del Romito, ma alla preistoria-protostoria non si possono applicare categorie concettuali, politiche e storiografiche, che cominciano ad avere un senso solo in età storica, da quando si codificano le delimitazioni confinarie e le logiche di appartenenza, sia pure talvolta con criteri discutibili e incoerenti.

Nondimeno, i progenitori stanziati nel Romito ci dicono chiaramente che la zona ha conosciuto un’intensa frequentazione antropica, iniziata nella seconda e terza fase della glaciazione wurmiana (terminata 12.000 anni fa circa) grazie al netto miglioramento delle condizioni climatiche. E’ l’era paleolitica, che nella fase cosiddetta “superiore” si caratterizza per la comparsa dell’homo sapiens dotato, rispetto al suo predecessore, di una più raffinata abilità nella lavorazione della pietra e nel suo utilizzo. Questo progenitore inoltre, come dimostra il sito del Romito, adotta tecniche e rituali di inumazione che denunciano la consapevolezza del rapporto tra vita e morte, attestata dalla funzione memoriale e protettiva attribuita agli oggetti deposti a fianco dei defunti e, verosimilmente nel nostro caso, anche alla stessa figura del toro, il bos primigenius, un bue selvaggio e feroce del pleistocene, poiché alla base del masso col graffito sono state rinvenute due duplici sepolture,  peraltro indizio eloquente del senso di comunanza degli abitatori della Grotta-Riparo.

Grotta del Romito

Molto significativa la presenza di industrie litiche in genere e di ossidiana in particolare, dalle cui tracce si desume che gli uomini qui insediati furono interessati alla movimentazione, o forse al commercio, di questo vetro di natura vulcanica molto tagliente e duttile proveniente dalle Eolie, portato sull’odierna sponda tirrenica per poi procedere verso l’interno della regione e approdare addirittura su siti slavi. Un contesto di intensi scambi, dunque, quello del Romito, per nulla relegato nell’isolamento e che ribadisce tale caratteristica nel neolitico, di cui la contermine Grotta della Manca ha restituito frammenti ceramici di tipo appenninico (tarda età del bronzo, 1200 anni a. C. circa) associabili ai coevi reperti della Madonna della Grotta a Praia a Mare e di Sant’Angelo III a Cassano allo Ionio.

In epoca magno-greca Papasidero non esiste ancora, ma la relativa vicinanza del suo territorio alla grande Sibari ha indotto lo storico Oreste Dito, vissuto tra Otto e Novecento, ad interpretare il poleonimo come derivazione da papàs Skìdros, nel senso di antica Scidro. Il riferimento era motivato, in un’epoca in cui l’esasperato mito della classicità incoraggiava spericolatezze filologiche e genealogie incredibili, dall’aspirazione a localizzare questa colonia, creata, secondo Erodoto, dai Sibariti superstiti unitamente a quella di Laos dopo la guerra persa con i Crotoniati nel 510 a. C., il saccheggio e la distruzione inflitta dai vincitori alla celebre città sommergendone i resti con la deviazione del Crati.

Laos, di cui riferisce anche Strabone, è ipotizzata con valide ragioni da studi archeologici recenti nella frazione San Bartolo di Santa Maria del Cedro. Alcuni reperti si possono ammirare nell’Antìquarium di Torre Cimalonga a Scalea, dove in località Varchera ritrovamenti accomunabili a quelli di Marcellina località San Bartolo lasciano credere vi sorgesse il porto della colonia magno-greca, che ha subito in età romana prima la sovrapposizione dell’abitato di Lavinium (indicato dalla medievale Tabula Peutingeriana), poi del castrum Marcelli (da cui il toponimo Marcellina). Di Scidro nel territorio papasiderese non si sono mai avuti riscontri archeologici che suffragassero l’ipotesi di Oreste Dito, basata sulla vaga assonanza tra “sidero” e “scidro”. L’opinione più attendibile degli archeologi e degli storici dell’età classica tende a collocare questa colonia dalle parti di Belvedere Marittimo, sbocco più verosimile di uno degli istmi magno-greci tra Jonio e Tirreno. Ciò non esclude che un asse viario segnato dal corso del Lao possa essere stato per i Sibariti un percorso alternativo tra la parte orientale a quella occidentale della Calabria, come proposto molti decenni fa dall’archeologo Amedeo Maiuri, seguendo l’asse Sibari, Coscile, Campotenese, Santo Nocajo, Papasidero, Orsomarso, Laos.

Tabula Peutingeriana: Bruttius. In alto la Puglia con il suo antico nome Calabria

Dell’età romana si dispone invece di una testimonianza precisa data da una villa del periodo imperiale (I – IV secolo d. C. circa) creata su un terreno donato a un miles a compenso della propria prestazione militare e di cui alla Casa della corte in località Vitimoso emergevano in anni non lontani alcuni resti di tubature in piombo. Tale struttura ci tramanda di una proprietà fondiaria e di un ceto servile, di cui è sopravvissuto il nome. Gli Incrioni della memoria locale erano infatti gli agrioi, un termine greco designante gli indigeni obbligati a prestare la loro opera nella tenuta anche come drappello armato. Per stare al comprensorio alto tirrenico, altre ville romane del I -IV secolo – esempi di insediamenti agrari di dimensione medio-piccola, autosufficienti e a produzione mono-pluricolturale – sono testimoniate sul promontorio di Scalea (località Fischia, con settori di pavimentazione a mosaico, Foresta, Petrosa), a San Nicola Arcella (San Giorgio), Praia a Mare (Fiuzzi), Marina di Grisolia, Orsomarso. Del periodo romano, inoltre, non vanno dimenticati i resti del mausoleo di Pergole e il centro di Blanda Iulia (distrutto probabilmente dai musulmani a metà del V secolo) nel territorio di Tortora.

Gli insediamenti agrari hanno caratterizzato il periodo romano dell’alto Tirreno anche nei secoli IV – III a.C. al Vallone dell’Arenella a Scalea, all’Acqua della Quercia (o della Cerza nel dialetto locale) e San Todero a Santa Domenica Talao.

SAVERIO NAPOLITANO

Da PAPASIDERO, dal passato un possibile futuro – Comune di Papasidero

FOTO: Rete

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