CALABRIA – Risorgimento e terre demaniali – Una storia esemplare

Il luogo canonico in cui si conviene che la Calabria nasca politicamente all’Italia è quella Rogliano dove, il 31 agosto 1860, Garibaldi è ospite del latifondista (nonché liberale) Donato Morelli. È proprio quest’ultimo, probabilmente, a suggerire al generale i decreti che aboliscono la tassa sul macinato e dimezzano la tassa sul sale, nonché l’ormai celebre decreto sugli usi civici: «In nome dell’Italia […] gli abitanti poveri di Cosenza e Casali esercitino gratuitamente gli usi di pascolo e di semina nelle terre demaniali della Sila. E ciò provvisoriamente sino a definitiva disposizione».

Cosa nota è anche la modifica del decreto, per iniziativa dello stesso Morelli, nominato da Garibaldi governatore della Calabria Citra, con un’ordinanza, emanata cinque giorni dopo, in cui si dichiarava, tra l’altro,

che «il conceduto esercizio degli usi civici non pregiudicherà il diritto che hanno i proprietari di far valere le loro ragioni avverso le ordinanze de’ passati commissari».

E perché non ci fossero equivoci, si stabiliva inoltre che

siccome la raccolta de’ prodotti silani nel corrente anno è finita, resta vietata ogni novità di fatto, anche sui pascoli, in attenzione di nuovi regolamenti che saranno emessi, che avranno in mira di determinare l’esercizio de’ diritti di pascolo,e sciogliere ogni difficoltà che potesse insorgere relativamente al diritto di semina.

Per dotarsi di una chiave di lettura dell’avvenimento, è necessario aggiungere qualche elemento sul personaggio Morelli, che conterà non poco in Calabria nei decenni successivi, in termini di potere reale per circa vent’anni, di immagine simbolica delle glorie risorgimentali e della Calabria liberale poi, fino ai primi del Novecento.

Donato Morelli era nato nel 1824 a Rogliano, piccolo centro di alta collina, posto alle pendici nordoccidentali della Sila Piccola, non lontano da Cosenza. Suo padre Rosalbo, educato a Napoli dai gesuiti, era tornato in paese ancora giovanissimo, per essere subito oggetto di ammirazione tra gli stessi possidenti (conosceva ben cinque lingue), e a diciotto anni era subentrato come capofamiglia al padre Francesco; poco più che ventenne, era diventato membro onorario della Società economica di Calabria Citra, nonché sindaco e consigliere provinciale. Padre di dieci figli tra i quali Donato, avrebbe amministrato con impegno i beni della famiglia, esercitando anche un’adeguata egemonia sul potere politico locale. Ed era compito non facile. La famiglia, che nel decennio francese aveva cercato di sottrarsi alla richiesta di ricoprire incarichi pubblici, e si era poi schierata su posizioni dichiaratamente filoborboniche fino alla fine degli anni trenta e oltre, possedeva in Sila centinaia di ettari di terreno. Ma nel 1838 e nel 1843 il governo borbonico decise di metter mano alla questione demaniale con due decreti che ordinavano ai possidenti silani di presentare i documenti giustificativi del possesso, per verificare le usurpazioni e quotizzare le terre demaniali dei comuni.

La forma specifica di dominio della grande borghesia terriera silana (e quindi anche di Rogliano) coincide, è cosa nota, con la decennale e violenta privatizzazione delle terre demaniali. E la prestigiosa famiglia Morelli vi è anch’essa dentro fino al collo. Ma bisognerà attendere il 1853 perché si possa vederla colpita dalle sentenze ardite del Commissario civile per gli affari della Sila8. Negli anni precedenti, a proposito dell’impresa dei fratelli Bandiera nel 1844 e dell’insurrezione del ’48, i Morelli si erano mostrati ancora assai prudenti: filoborbonici, almeno in apparenza, nel ’44; liberali ma moderati nel ’48, quando il sostegno della grande proprietà terriera era ormai perduto per i Borboni  e il movimento assumeva tinte radicali e populistiche accentuatissime. Dopo il ’48 la paura <<comunismo» contadino (ossia della lotta per le terre comuni) e il crollo della rivoluzione riaggregano la proprietà terriera ed emarginano le frange più radicali. Emerge così la leadership della famiglia Morelli, che non a caso si pone alla guida di un fronte liberal-moderato, ma energicamente antiborbonico, proprio quando (è il’53 ) la Giunta per gli affari della Sila decide che i Morelli sono usurpatori delle «difese» silane denominate Travi, Camarda Seconda, Gasparro, Tassitano, Cardilli, Camarda Prima, Melillo di San Demetrio.

Donato Morelli a quel punto è già quasi trentenne. Il padre Rosalbo è morto ormai da un decennio. Il fratello Vincenzo, condannato a morte in prima istanza in seguito all’insurrezione del ’48, si è mostrato con tutta evidenza troppo imprudente. Donato, invece, nella stessa circostanza, è stato dichiarato, in sede processuale, «attendibile» ” e prosciolto per insufficienza di indizi nel ’52. Ma dopo pochi mesi arrivano le pesanti sentenze del Commissario civile per la Sila: molla potente e decisiva, sicuramente, nello spingere Donato ad assumere risolutamente, anche in quanto erede e simbolo del prestigio familiare, la guida del fronte proprietario antiborbonico e liberale. E Morelli si rivela capace, anche grazie a una notevole intelligenza mediatrice, di contenere il radicalismo dei democratici cosentini, più legati alle professioni e alla piccola e media proprietà terriera del Vallo di Cosenza e dei paesi di lingua albanese, largamente delusi dalla privatizzazione delle terre demaniali.

Alla vigilia della spedizione garibaldina, dunque, la famiglia Morelli, la cui rendita complessiva ammonta ufficialmente a 7924,3 ducati12, si presenta come una delle più cospicue del distretto di Rogliano e della Sila. E tra i possidenti roglianesi Donato emerge come guida indiscussa del movimento liberale cosentino, che annovera o richiama i nomi più vistosi della grande proprietà terriera dell’area silana: Barracco, Berlingieri, Compagna, Gallucci, Guzzolini, Lucifero. Non è certo un caso che questi ed altri, come i catanzaresi Marincola e Stocco, nel corso degli anni cinquanta chiedano al Morelli «istruzioni e garanzie», rifuggendo «da agitazioni sterili, e pericolose senza scopo».

In tale contesto il decreto sugli usi civici, nella sua genericità, intende rispondere sicuramente anche alle ansie ed alle aspettative dei contadini silani, ma non può, né vuole, scatenare alcuna guerra sociale. Al contrario, si tratta di integrare i contadini nell’evento unitario, di prevenirne e contenerne il possibile dissenso, ma soprattutto di interrompere le operazioni di rivendica al demanio delle terre usurpate. E tuttavia, mettere sul tappeto la questione demaniale comporta un alto tasso di rischio, che sarà però brillantemente gestito dal Morelli e dalla grande proprietà fondiaria con le modifiche ai decreti e soprattutto con l’occupazione del potere politico locale, a partire dalla formazione di un Consiglio governativo, che emargina irrimediabilmente gli elementi democratici e mette fuori gioco quella piccola e media borghesia radicale, esclusa dalla grande possidenza, che sola avrebbe potuto muovere i contadini all’assalto dei demani.[…]

Vittorio Cappelli

FONTE:  “Storia d’Italia – LA CALABRIA” – Einaudi

FOTO: Rete

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