Carnevale e Quaresima.

Lotta tra Carnevale e Quaresima è un dipinto a olio su tavola di Pieter Bruegel il Vecchio, datato 1559 e conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna

Nella tradizione italiana ed europea, Carnevale è grosso, panciuto, rubicondo. E l’imperatore dei poveri costretti alle erbe e che sognano carne di maiale fresca, ossa bollite, salsicce, polpette, braciole fritte, cotenne, lardi, soppressate e vino. Carnevale moriva per aver troppo mangiato e bevuto: il desiderio di morire per stravizi alimentari rivelava il terrore e l’angoscia di poter morire di fame. Derise o invidiate, dileggiate o osannate, le persone grosse, rubiconde, con le pance piene e sporgenti rappresentano il modello estetico per persone denutrite, emaciate, scarne, magre, dal colore pallido e smunto delle erbe povere. Al contrario, Quaresima è oggetto d’ironia e disprezzo: raffigurata come una strega cattiva, vecchia, secca, ricurva, dispensatrice di astinenze ed erbacce che facevano piangere grandi e bambini. La magrezza fa paura, terrorizza: è una condizione negativa perché si situa sul limite incerto tra vita e morte. Il magro era temuto come una figura perturbante, minacciosa, che portava sfortuna.

La tipizzazione più nota dello «jettatore», che ampia risonanza ha avuto nella letteratura e nelle culture dei diversi ceti sociali di Napoli e delle province meridionali, era macilenta e pallida, esile e spettrale. L’immagine del vampiro, delle grandi epidemie vampiriche settecentesche nell’Europa centrale e orientale (Teti, 1994), riporta a credenze presenti in altri contesti caratterizzati da fame, epidemie, mortalità, oltre che da particolari vicende storico-religiose. Il potente e temibile vampiro folklorico e il pallido e magro vampirizzato non ricordano proprio le opposizioni tra grassezza e magrezza, Carnevale e Quaresima, il sogno di morire per eccessi nutritivi e la paura di morire di fame?

Nell’arco dell’ultimo cinquantennio la grassezza e la magrezza hanno conosciuto rilevanti mutazioni di senso. A cavallo tra il campo semantico della salute e quello dell’estetica, la loro variabilità testimonia le lacerazioni subite dal rapporto tra noi e il cibo e dai canoni della bellezza fisica e del benessere. Giulia, la domestica strega dai piedi scalzi che si prende cura del protagonista di Cristo si è fermato ad Eboli, quando gli insapona la schiena commenta: «Quanto sei bello», «quanto sei bello grasso». E Levi spiega: «L’essere grasso è qui il primo segno della bellezza, come nei paesi d’oriente; forse perché per raggiungere la grassezza, impossibile ai contadini denutriti, è necessario essere Signori e potenti» (Levi, 1984).

Come sappiamo, il problema quotidiano dei contadini era «mangiare o non mangiare» e pertanto per loro, come attesta il folklore, soprattutto nelle fiabe, l’«essere grassi significava essere belli» (Darnton, 1988). Scrittori, viaggiatori, relatori di inchieste nel corso dell’Ottocento e del Novecento trovano in Italia, specialmente al Sud, i «signori», i proprietari terrieri, aristocratici e borghesi, rubicondi, ben nutriti, grassi, ricchi. In un universo di miseria, la pinguedine, la carnagione bianca, la bocca carnosa, l’agilità sono i segni del potere ma anche della rapacità e dell’ingordigia dei signori rappresentati in tanti autori del Novecento (Fortunato Seminara, Luca Asprea, Corrado Alvaro, Ignazio Silone, Nuto Revelli, Grazia Deledda, Elio Vittorini).

Ancora in anni recenti, in molte zone dell’Italia contadina e in ambiente borghese la donna bella è pingue, formosa, piena e dal bel colorito, e si maritava senza dote (Sorcinelli, 1995). Gli «americani», gli emigrati ritornati al paese, ostentano un benessere alimentare conquistato a caro prezzo: il fisico robusto, il buon colorito, l’aspetto imponente sono la rappresentazione del loro nuovo status economico e sociale, del considerarsi appartenenti a una «nuova classe», diversa da quella dei «cafoni» da cui provengono e da quella dei «signori» a cui guardavano con invidia e risentimento.

Se i ricchi signori sono rappresentati in tutta la loro opulenza, gli appartenenti ai ceti popolari entravano in scena come comparse, fantasmi denutriti, con corpi magri e fiacchi, deboli e cadenti, afflitti dalla fame e da febbri malariche, da apatia e melanconia. La grassezza significava capacità lavorativa. Pierre Clastres(1980) ricorda che i Guayaki, cacciatori nomadi del Paraguay, «hanno orrore della magrezza, segno per loro di cattiva salute, specialmente nelle donne che preferiscono grasse». Una donna «dalle ossa secche» non ha la forza necessaria per marciare nella foresta, con il paniere sul dorso, sormontato da due o tre coati, il bambino nel portaneonati e un tizzone in mano. Una «donna magra non va proprio bene, è uno spettacolo avvilente. Perciò non si tralascia nessuna precauzione perché le cosce e i polpacci delle kuja vengano su torniti a dovere».

Nella tradizione occidentale colta non mancano figure e immagini negative della grassezza, di cui si trovano tracce e risonanze anche nel folklore. Durante il Medioevo si afferma l’immagine del grosso ebreo, con allusione alla sua capacità di accumulare denaro.

Le grandi epidemie vampiriche descrivono il revenant che viene a succhiare il sangue come grosso, gonfio e obeso. Questa immagine del vampiro che ingrassa perché succhia il sangue diventerà, nella tradizione politica che va da Voltaire a Marx, una metafora del capitalista grosso, ingordo e incontentabile. Studiosi come Furio Jesi e David Bidussa hanno tracciato i punti di sovrapposizione tra ebreo, vampiro, capitalista, tutti succhiatori di sangue, grassi e linfe vitali a spese della povera gente. La tradizione medica delle élite ha dovuto del resto fare i conti con forme di pinguedine patologica. La gotta, dall’antichità agli albori dell’era industriale, miete vittime illustri: filosofi, scrittori, poeti, aristocratici che del buon mangiare, dell’abbondanza e dei piaceri della tavola facevano una pratica di vita. La gotta, come il sovrappeso e la grassezza in generale, erano uno status symbol, invidiato e insieme detestato dalla povera gente. Il paziente ostentava e contrastava con tenacia la sua malattia, non rinunciava alla sua vita di ricco e di gaudente. Sul versante opposto, non sono infrequenti gli esempi di una concezione della magrezza come positivo modello estetico, dietetico ed etico.

Il corpo magro, per gruppi marginali come pitagorici, orfici, monaci, santi italo-greci, era sicuramente segno di «purezza», «santità», «beatitudine». I grandi mangiatori dell’epoca cavalleresca non sono necessariamente dei grassoni e addirittura praticano diete dimagranti, non tanto per ragioni di salute, quanto per motivi estetici (Montanari, 1989). Si tratta di comportamenti minoritari, che si opponevano ai modelli dominanti, e come tali riprovati dalla maggioranza. Soltanto nel corso del Settecento il valore della magrezza, collegato a quello della rapidità, dell’efficienza e della produttività, si diffonde all’interno dei gruppi sociali in ascesa, che affermano nuove ideologie e nuove forme di organizzazione economica e politica. In epoca romantica, l’eroe maledetto, di ascendenza byroniana, di cui proprio il vampiro letterario è la più inquietante incarnazione, è un seduttore bello, magro, pallido, fatale. A inizio Ottocento, ne La fisiologia del gusto, Brillat-Savarin (1978) si sofferma sull’obesità e sulla magrezza, considerate ormai diversamente da come era avvenuto nel «vecchio ordine». «L’obesità, – scrive, – è sconosciuta presso i selvaggi e in quei ceti sociali in cui si lavora per mangiare e si mangia unicamente per vivere». La causa dell’obesità che colpisce individui usciti da un regime alimentare di sopravvivenza è una «naturale predisposizione» (il loro apparato digerente elabora una quantità maggiore di grasso), legata al consumo dei farinacei e dei cereali, che sono alla base dell’alimentazione giornaliera; all’effetto «della fecola più rapido e sicuro quando a essa si unisce lo zucchero»; a quello della fecola veicolata da bevande come la birra; all’«abitudine di dormire più del necessario e nella mancanza di esercizio fisico»; infine, agli «eccessi del bere e del mangiare».

Nei luoghi dove la fame è stata un’esperienza recente e ancora viva, sono in molti ad abbandonarsi a eccessi. Quasi per scongiurare i tempi dei digiuni obbligati, per dimenticare un passato affollato da corpi scarni, deboli, ammalati. «E, naturalmente, al centro di tutto è la carne: molta carne, a saziare una fame e un desiderio atavico» (Montanari, 1989). Le fotografie (i celebri ritratti di Richard Avedon del 1968) di Twiggy (all’anagrafe Lesley Hornby, nata a Londra nel 1949), la modella «stecchino», con le lentiggini e la minigonna, sono il simbolo di una rivoluzione nel campo dello stile e della moda, anche nella bellezza e nella concezione del corpo. La nuova icona sostituisce le più familiari e rassicuranti immagini di Marilyn Monroe, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Anna Magnani, Anita Ekberg, Ava Gardner, che, con le loro forme, con il loro essere in carne, avevano scatenato le fantasie erotiche degli uomini di tutto il mondo. Lentamente, e con tante resistenze, anche tra i ceti popolari si diffondono il mito della magrezza e l’idea della grassezza come malattia e segno di «bruttezza».

Da FINE PASTO, di Vito Teti, Einaudi

FOTO: Rete

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