LA LAVORAZIONE DELLA GINESTRA IN CALABRIA

Fra le antiche tradizioni di questa terra ritroviamo la lavorazione della ginestra, praticata in diversi paesi per realizzare dei filati economici.

Un tessuto grossolano e poco resistente che consentiva di fare, al telaio, lenzuola, tovaglie da tavola, strofinacci per la cucina, sacchi per il grano e la farina, oppure ai ferri maglioni e calze per l’inverno.

Le peculiarità orografiche della regione favorivano la crescita spontanea di questa pianta che, nel periodo della fioritura, colorava di giallo immense distese e profumava di una essenza intensa le nostre colline.

Una lavorazione antica, ormai in estinzione […]

In tarda primavera e all’inizio dell’estate, principalmente le donne, in compagnia di altri parenti compresi i mariti, nonché le amiche andavano di buon mattino a raccogliere la ginestra sfiorita.

Prendevano le parti migliori, le legavano in piccoli mazzetti con gli stessi rami flessibili e resistenti e li portavano a casa. Immersi in una grande caldaia venivano bolliti con l’aggiunta di cenere per le proprietà sbiancanti e disinfettanti, che loro ritenevano tali.

Una volta bolliti, questi mazzetti di ginestra venivano portati al fiume o al ruscello, dove si era provveduto a interrompere con delle grosse pietre il corso dell’acqua, creando così dei piccoli stagni per poterli immergere.

Per evitare che la corrente li portasse via, venivano trattenuti con altrettanti massi e tenuti a mollo per circa 10 giorni.

Questi corsi d’acqua erano realizzati, di solito, nei terreni di proprietà e per quanto possibile in posti non facilmente esposti alla curiosità dei vicini o degli estranei che, in alcuni momenti, si potevano impossessare dell’operato.

La fase successiva era la più laboriosa: la ginestra diventata morbida e facilmente trattabile, sbiancata dall’aggiunta della cenere, si strofinava mazzetto dopo mazzetto con della sabbia, in modo da liberarla dalla parte legnosa, e si batteva con un bastone sulle stesse pietre al fine dì separare la fibra dalla corteccia.

Quest’ultima veniva utilizzata per accendere il fuoco, mentre la fibra veniva lasciata al sole per l’asciugatura.

La matassa, un groviglio stopposo senza forma e pieno di residui, veniva portato nelle abitazioni dove le donne, quasi per passatempo, provvedevano alla cardatura, utilizzando come per la lana due tavolette con diversi chiodi per districare la fibra e predisporla alla filatura.

Con conocchia e fuso si provvedeva a realizzare gomitoli dì filo che successivamente venivano lavorati al telaio.

Questi gomitoli potevano essere lasciati di colore naturale o tinti con gli stessi fiori della ginestra, giallo solare, o con la parte legnosa, un marrone scuro.

[…] La tintura avveniva sempre in delle grosse caldaie, quasi sempre in numero di tre, ove venivano immersi i gomitoli puliti con l’aggiunta di coloranti naturali come rosso, giallo e azzurro.

Come detto prima, si realizzavano dei filati alquanto grezzi e a volte pungenti che, pur non essendo resistenti, assolvevano al gradito compito di riscaldarsi durante l’inverno o preparare dei contenitori per l’agricoltura.

[…] Questo filato grossolano assomigliava allo spago e veniva utilizzato in famiglia per preparare dei tappeti ai ferri. Per aumentare la resistenza venivano aggiunte, tra un pezzo e l’altro di ginestra, delle striscioline di stoffa di vestiti in disuso, al fine di garantire una durata nel tempo per diversi anni.

Così la profumata pianta di ginestra, oltre a colorare le colline, serviva per realizzare dei manufatti e contribuire a ridurre le spese di una società non certamente nel pieno del suo splendore economico. Antiche tradizioni che portano sempre più a pensare a quelle peculiarità sopite e scomparse di una terra che meriterebbe un’attenzione maggiore.

Da LA CIVILTA’ CONTADINA IN CALABRIA, di Antonio Pugliese – Calabria Letteraria Editrice

FOTO: Rete

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