Orsomarso Blues"Faccio dire agli altri quello che non so dire bene io" (Montaigne)

PARMARIJE – La penna dell’uccello grifone

Nei tempi antichi, c’era un re; e questo re un giorno perse la vista dei due occhi. Egli aveva tre figli. Li chiamò intorno a sé e gli disse:

“Figli miei, se a voi piace che io riabbia la vista, dovete essere capaci di trovare la penna dell’uccello grifone e passarmela sulle palpebre.”

I tre figli partirono, per trovare la penna dell’uccello grifone.

A un tratto si separarono e ognuno imboccò la sua strada. Camminarono e camminarono per pianure e monti; attraversarono fiumi e laghi. Un giorno, in cima a una montagna, il più giovane dei fratelli s’imbattè in un vecchio. Il quale era tanto vecchio, che gli era cresciuta l’erba sul collo. Questo vecchio gli diede da mangiare e da bere; poi gli domandò:

“Come mai ti trovi da queste parti? E’ raro che passi un’anima cristiana.”

II giovane gli raccontò di suo padre e concluse:

“Tu non mi potresti dire, buon vecchio, dove posso trovare l’uccello grifone?”

Il vecchio conosceva molte cose del mondo e quel giovane così buono e onesto gli riusciva simpatico. Gli disse.

“Prendi questo pugno di crusca e vai avanti. A un tratto vedrai tre uccelli che verranno a mangiare la crusca. Quello che sta in mezzo è l’uccello grifone. Tu ti avvicini mentre mangia la crusca e gli stacchi una penna. Se tu sei bravo ad avvicinarti a lui mentre mangia, quello neanche se ne accorge; altrimenti non sarà possibile avere una sua penna.”

Il giovane fece come il vecchio gli aveva consigliato. Staccò la penna all’uccello grifone e pensò di nasconderla bene per non perderla e anche perché nessuno gliela rubasse. Per essere proprio certo di non perderla, se la infilò nella scarpa.

Sulla via del ritorno, quasi nei pressi della città, incontrò i due fratelli che gli domandarono:

“Tu l’hai trovata?”

Egli negò. Aveva paura, segretamente, dentro di sé, della gelosia dei fratelli. I quali non gli credettero. Lo presero a forza e gli frugarono i vestiti, gli tolsero le scarpe e vi trovarono la penna dell’uccello grifone. Ingelositi che il fratello minore aveva trovato la penna che avrebbe ridato la vista al loro padre, e che pertanto sarebbe diventato il beniamino e di conseguenza il futuro re, decisero di ucciderlo. Lo uccisero infatti, lo seppellirono e tornarono dal padre. Gli passarono la penna sulle palpebre e al re tornò subito la vista. Abbracciò i due figli, domandò loro del fratello ed essi gli dissero di non saperne nulla. Forse era sulla via del ritorno, dissero, forse era incappato in qualche disgrazia.

I giorni e i mesi trascorsero e il figlio minore non tornava e il re anche egli si convinse che certo era stato divorato da qualche drago.

Avvenne però che, dopo pochi anni, un pastorello portasse le sue bestie là dove il principe era stato assassinato e sepolto dai fratelli. Il cane del pastorello si mise a scavare e tirò fuori le ossa del principe. Il pastorello prese l’osso di una gamba e ne fece uno zufolo; se lo portò alla bocca e invece di suoni uscirono parole.

Diceva lo zufolo:

“Pastorello che in bocca mi tieni, tienimi stretto, non farmi cascare; per la penna dell’uccello grifone, i miei fratelli si fecero traditori.”

Il pastorello s’impressionò. Volle risentire e lo zufolo ripetè la stessa canzone. Il pastorello, per incuriosire la gente, fece ripetere questa canzone in giro, per le strade e sulle piazze. La cosa arrivò all’orecchio del re, il quale ordinò subito che il pastorello fosse condotto davanti alla sua sacra presenza. Il pastorello vi fu condotto e il re volle sapere come mai quello zufolo parlasse. Il pastorello gli raccontò come il suo cane aveva messo fuori le ossa di un cristiano e com’egli da un osso ci aveva fatto lo zufolo. Il re glielo prese di mano e lo volle suonare lui in persona, ma fra lo sbalordimento dei presenti lo zufolo disse:

“O padre che in bocca mi tieni, tienimi stretto, non farmi cascare; per la penna dell’uccello grifone i miei fratelli si fecero traditori.”

II re capì; e, sebbene fosse addolorato e sgomento, chiamò i figli e a uno di essi porse lo zufolo e:

“Suonalo!” gli disse.

Quello lo prese e portò alla bocca lo zufolo:

“Fratello che in bocca mi tieni, tienimi stretto, non farmi cascare; per la penna dell’uccello grifone mi ammazzasti.”

I due fratelli quasi morirono dallo spavento. Il re li fece subito chiudere in un carcere scuro e tenne con sé il pastorello che poi divenne re.

Da MITI, RACCONTI E LEGGENDE DI CALABRIA. Di Saverio Strati – Gangemi Editore

FOTO: Rete

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