ALVARO racconta Serra San Bruno

Questo brano è preso da “Un treno nel Sud”, pubblicato per la prima volta nel 1958. Contiene testi scritti tra la fine degli anni Quaranta ed i primi anni Cinquanta. Sono “resoconti sentimentali, letterari etnografici”. Racconta il come eravamo, che serve per capire chi siamo. Alvaro, da grande scrittore, “ci fa vedere quanto d’indecifrabile, d’inesplorato, di mitologico si nasconde sotto la patina delle tradizioni e dei pregiudizi”.

Quando le truppe americane arrivarono a Serra San Bruno, in qualcuno di quei soldati si destò una improvvisa vocazione di monaco certosino di questa certosa. Una certosa in un angolo favorevole delle Calabrie, in un paese d’una pace umbra, fra gente mite. Attorno sono grandi boschi di abeti; l’ingresso della certosa è un prato verde sotto i pioppi alti trenta metri, e pecorelle e bambini; c’è una fonte d’acqua freschissima più bassa del suolo, raccolta in un ninfeo; insomma un paesaggio quale si pensa nelle fantasie d’una vita semplice. Tutto ciò poteva parlare persuasivamente a gente stanca della guerra. Gl’improvvisi conversi assediarono di domande gli otto monaci superstiti, tutti stranieri: tedeschi, spagnoli, irlandesi, d’un ordine troppo rigido per trovare tanti aspiranti. Quei soldati, congedati, scrissero dall’America dicendosi pronti a monacarsi. Il padre superiore rispose che venissero pure, ma che portassero, occorrendo, il denaro del viaggio di ritorno. Accadde come egli aveva previsto: nessuno resistette là dentro più di tre giorni.

Visitandolo, mi dicevo di continuo: «Sta tranquillo: non ti sei ancora fatto monaco certosino». Me lo dicevo davanti agli alberi carichi di frutti non colti e puliti, senza una foglia o un frutto appassiti; sui prati netti come in un affresco dell’Angelico; me lo dicevo nelle celle, che sono ognuna un appartamento spazioso, con laboratorio, stanza da letto e studio e inginocchiatoio, proprio come nei quadri, e con giardinetto privato fra quattro alte mura. Me lo dicevo nella cappella, dove un frate tirava la fune della campana che pende da un foro del soffitto, e il suono veniva di lontano, soffocato, vincendo con difficoltà il silenzio. L’impressione era di essere uscito dal tempo. Il monaco che nel giardino ripuliva delle rose secche un rosaio, aveva il colore irreale delle statue sacre di Lecce e dei reclusi. Tre anni fa, il padre superiore aveva dovuto fare un viaggio a Roma. Dal 1908 non usciva, e perciò, a più di settanta anni, fu affidato a un giovane che viaggiava nello stesso treno perché lo sorvegliasse. Non aveva mai veduto un elettrotreno, né la moda succinta delle donne, e neppure la carriola delle aranciate-birra-panini alla stazione. Fece il viaggio con un termos di caffè, frutta e indifferenza.

Un tempo, tutta Serra apparteneva al convento, che era costruito con un’architettura simile a quella della Grande Chartreuse di Francia, ma che fu demolito dal terremoto della fine del Settecento. Intorno crebbe un abitato di boscaioli e di artigiani, e difatti Serra San Bruno non si trascina dietro l’eredità feudale delle Calabrie; vi si sente una società d’uguali e intimamente libera; il paese ha urbanisticamente un senso, e nella stessa abitazione esprime una vita senza contrasti. Vi sono tre chiese graziose in cui le epoche dell’arte maggiore europea sono rivissute con l’ingegno e l’ingenuità e la fantasia d’un’arte provinciale che ha un suo gusto. Insomma, Serra San Bruno, è il paese di Calabria in cui si vorrebbe sostare. Ha un colore alpino e vi arriva spiritosa l’aria del mare. E poi è nell’atmosfera di una delle più autentiche tradizioni calabresi, il monachesimo. È facile in Calabria incontrare gente vestita da monaco di nessun ordine, monaco libero, che si ritira in cima a una montagna o in un bosco e va alla cerca portando un serpente in una cassetta, un vero romito medioevale.

Ma gli artigiani vanno scomparendo da Serra San Bruno e dalla Calabria. Le tracce dell’antico artigianato calabrese le hanno cancellate quasi dappertutto i terremoti. Oggi l’artigianato calabrese non è più che uno dei tanti poetici ritiri di individui solitari, di donne che avendo rinunziato a sposarsi si fanno «monache di casa» e creano quelle coperte coi disegni tradizionali, di canapa, o di lana, o di ginestra, e i damaschi rosso granato, giallo oro, bianco gelato, di cui qualcuno si può vedere in qualche negozio di lusso a Roma. In genere sono le ragazze che lavorano a queste cose pel loro corredo. Lo mostrano, se si vuole. Qualche telaio si sente ancora, si sente il tintinnio del grappolo di campanelli appesi alla trave, a ogni colpo del battente.

Un artigianato ancora vivo è quello degli orci, giare, ziri, cuccume di creta. Ogni contrada ha le sue forme di orcio, dalle più classiche alle più barocche. Più a sud si trovano le forme più primitive. Un vasaio presso Stilo modella certe forme di giare e di piatti che sembrano venuti fuori da uno scavo. L’orcio è indispensabile per portare l’acqua dalle sorgenti a valle, la giara, per conservare le salamoie e l’olio, le fiasche per portarsi l’acqua al lavoro dei campi o in viaggio. C’è ancora chi viaggia con Torcetto dell’acqua. C’è una sorta di questi orci da vino col trucco. Girati da una parte, una pallina dentro li tappa, versate e non viene giù niente. Li rigirate, e il liquido corre. Credo sia uno dei più vecchi giuochi di prestigio. È da credere che, perpetuandosi le forme più remote, anche un ingenuo trucco come questo abbia un’età.

Gli artigiani di Serra San Bruno hanno chiuso bottega e hanno emigrato. L’assenza degli artigiani e degli artisti si sente nella Calabria ricostruita dopo i terremoti più recenti, cioè da quaranta anni a questa parte. Si sente nella monotona urbanistica coloniale che mortifica il paese al confronto della sua natura varia e ricca e fantastica. È che, dove non esiste società né possibilità di progresso sociale se non per cause esterne, non esiste arte, cioè non esiste il conforto, la gioia, l’ornamento della vita. La Calabria, nelle sue parti più moderne, ha l’impronta del governativo Genio Civile. Il modello della sua comune abitazione è la baracca. In qualunque altra regione d’Italia si trova una rispondenza fra natura e architettura. Non in Calabria. A tratti capita di rimanere incantati a una scena del tutto casuale e che genuinamente si può vedere soltanto qui: una casupola rustica, un ruscello, un gruppo d’alberi, e occasionalmente un uomo e un animale, formano una visione come nelle illustrazioni di qualche fiaba, e nelle incisioni dei viaggiatori del Settecento e dell’Ottocento francesi e sovrattutto inglesi, che in Calabria vennero a ricercare proprio questa primitività. La può cercare ancora chi vuole trovare il senso primordiale della vita.

Il gusto, la fantasia, il sentimento calabrese, sono in aspetti occasionali, e nella natura, nei grandissimi alberi, l’ulivo, il pioppo, la quercia, il frassino. La montagna tormentata dai venti e dalle piogge offre a volte grandi esemplari d’una plastica aborigena. E dove c’è l’acqua si vedono meraviglie. La natura irrompe allora con tutte le sue forze, la vegetazione si addensa, una flora che è quella mediterranea ma di più grandi dimensioni, di più splendenti colori, esplode con un vigore insolito. I fiori più comuni acquistano un che di tropicale. Dove cade l’acqua è come fosse caduto un seme. Le piante non pare vi nascano ma vi accorrano da tutte le parti. Nei paesi più arsi la donna del popolo, cui l’acqua costa fatica trasportarla dalla valle, alleva garofani che sono il suo orgoglio, che le fanno da tenda e da drappo alla finestra. Esiste una tendenza al bello, all’ornato, al confortevole. Ma si capisce che il minimo di questi vantaggi, che non provenga dalla natura, è una vittoria continua contro la povertà, una conquista agognata per anni, e forse per generazioni.

Da “Un treno nel Sud“, di C. Alvaro – Rubbettino

FOTO: Rete

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