SAN NILO INCONTRA IL SECONDO DISCEPOLO ROSSANESE

Il brano pubblicato è tratto dalla VITA DI SAN NILO, scritta nel 1628 da Niccolò Balducci.

Un giorno, Stefano, essendo stato spedito da Nilo a Rossano per comprare inchiostro e carta pergamena, si fermò nella casa del nobile e ricco Giorgio, perché i monaci come i poveri, avendo bisogno di qualche cosa, ne vanno prima elemosinando il prezzo per l’amor di Dio.

Sbrigata la commissione e accingendosi a ritornare alla spelonca del suo maestro, si accompagnò a Stefano il nobile e vecchio Giorgio e così si presentò al cospetto del padre Nilo.

Richiesto da Nilo su che cosa cercasse, rispose in questa maniera:

«Standomene io seduto in casa con il pensiero rivolto alla vanità del mondo e alla moltitudine e alla gravita dei miei peccati, mi sopraggiunse una grande paura della morte, delle domande che dopo la morte ci saranno fatte dal Giudice Supremo e dello stretto conto che nell’ultimo giorno si dovrà rendere di ogni nostra azione.»

Mentre il mio animo era agitato da questa preoccupazione, mi addormentai e sognai di entrare nella nostra città attraverso la porta maggiore, presso cui è situata la chiesa dei SS. Apostoli, dalla quale giuntomi alle orecchie un suono di celeste melodia, subito mi avvicinai per veder chi fossero quelli che cantavano. Vidi che sul seggio episcopale del coro stava seduto un giovane di splendida bellezza.

Entrato in chiesa, ecco venire verso di me due eunuchi vestiti di bianco che mi dissero: «Vieni, il Signore ti chiama» Subito mi incamminai con loro e mi fermai davanti a quel giovane e vidi che rivolto verso di te disse: «Taglia i capelli a costui.»

Allora voi, b. Padre, accostandovi me li tagliaste e dopo mi vestiste da monaco. Destatomi all’improvviso, cominciai ad esaminare il sogno e a discorrere tra me e me così ragionando:

“La visione che mi è apparsa non può essere vera e non mi è mandata da Dio perché io non ebbi mai alcun pensiero di farmi monaco”. Con tutto ciò disposi nell’animo mio che se in quello stesso giorno fosse venuto in casa mia qualcuno dei vostri padri, avrei conosciuto da tale evento, senza dubbio, essere la volontà di Dio che mi facessi monaco; ma se tale cosa non fosse accaduta, mi sarei scordato del sogno ritenendolo ingannevole.

Dunque, per non passare oziosamente il tempo scesi giù sulla porta della mia casa e là appunto mi si fece incontro il padre Stefano dal quale avendo intesa la ragione del suo venire, veduti sì manifesti indizi della Volontà Divina, sistemai subito i miei affari e mi condussi con lui davanti alla Paternità vostra.

Ora eccomi, o Padre, si disponga di me come a Dio e come a voi piace. Così gli rispose il p. Nilo:

«Noi non stiamo in questa solitudine, o fratello, per amore di Dio né per amore della virtù, ma perché non sopportiamo il peso dell’osservanza conventuale. Tu operi molto bene e con prudenza a procurarti la salvezza dell’anima tua: vattene perciò ai monasteri e seguendo l’ispirazione divina adempi il tuo desiderio perché là potrai godere della tranquillità dell’anima e del corpo.»

Giorgio, dopo aver udito le sue parole, rimase però fermo nel suo proposito.

Venendo a quei tempi la Calabria devastata dai Saraceni, i tre monaci non potevano starsene sicuri in quei luoghi perché anche da quelle parti faceva passaggio l’esercito di quei malvagi. Parve dunque opportuno al b. Nilo abbandonare quei luoghi e ritirarsi su un monte vicino alle mura di Rossano, che gli sembrava adatto poiché vi era una chiesetta dedicata a S. Adriano e riteneva inoltre che tanto per la difficoltà del luogo aspro quanto per la lontananza dalla costa del mare gl’infedeli non vi sarebbero mai giunti. Avendo stabilito là la nuova dimora, cominciarono ad andare da lui molti individui pregandolo di riceverli in sua compagnia. Egli li accettava e provvedeva alla salute delle loro anime e dei loro corpi, cosicché in poco tempo i monaci aumentarono fino a raggiungere il numero di dodici unità e quel luogo diventò un monastero.

Una domenica, il b. Nilo condusse Giorgio con sé al vicino monastero del Castellano dove furono ricevuti con grande affetto e benevolenza. Dopo che si furono levati dalla mensa, il venerando Padre gli disse di aspettarlo lì fino a quando non sarebbe ritornato ma con tali parole lasciava chiaramente intendere di volerlo lasciare in quel monastero.

Accortosi di ciò il vecchio Giorgio, subito gli rispose:

«Non conviene che il cane lasci di seguire il suo padrone dovunque egli vada.»

Il Padre, meravigliato del paragone da lui addotto, l’accettò finalmente per compagno.

Quale fosse poi la cieca fiducia che Giorgio riponeva nel p. Nilo si arguisce da un fatto singolare: accadde una volta in Bisignano che un giovane ardito ed insolente, essendosi incontrato per caso con un ebreo che ritornava da certi suoi commerci l’uccise, gli tolse i denari e si impadronì anche del suo asino carico di merci col quale poi si dette alla fuga. Per tale omicidio fu messo in prigione il suocero dell’assassino che fu condannato a morte. Essendo ricorsi i parenti del condannato all’aiuto di Nilo ed essendo egli mosso a pietà per la moglie e per i suoi figliuoli che sarebbero rimasti poveri ed orfani, scrisse una lettera ai giudici della Causa con la quale, esortatili prima a liberare quel meschino, aggiungeva poi che se mai essi giudicavano di non poter fare ciò per essere costretti a dare soddisfazione ai parenti dell’ucciso, condannassero a morte il monaco per mezzo del quale egli inviava quella lettera affinché in tal modo il prigioniero fosse liberato dalla sua pena.

Scritta che ebbe la lettera, il p. Nilo chiamò Giorgio e senza fargli sapere ciò che conteneva, gliela dette e lo mandò a Bisignano.

Letta la lettera, i Giudici dissero al vecchio:

«O monaco,  il p. Nilo ci scrive che noi ti condanniamo a essere ucciso, piace a te questa proposta?»

Egli con animo intrepido rispose:

«Io sono pronto ad eseguire quanto vuole il mio Superiore, né mi pesa spendere la mia vita per ubbidire a lui che da me è stimato più di me stesso.» Quei Giudici, considerata non senza ammirazione la fortezza d’animo del vecchio monaco e la generosità di chi a loro l’aveva inviato, assolvettero quel meschino e con somma gloria mandarono libero Giorgio. Dopo aver fatto molte lodevoli azioni ed essersi dimostrato fedele servo di Dio negli atti di astinenza, ubbidienza, umiltà e mortificazione della propria volontà,

Giorgio passò a ricevere in cielo il premio tanto sperato.

Il p. Nilo ringraziò Dio di ogni cosa, convinto di avere offerto a Cristo per mezzo di quel santo vecchio le sue primizie.

FONTE: Brani della Vita di San Nilo – Ferrari Editore

FOTO: Rete

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