CALABRIA, le minoranze insonni

La città di pietra di Zungri

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La Calabria non è fuori dal mondo e dai suoi travagli, delle sue contraddizioni. Se i problemi di questa regione sono anche i problemi tipici delle società avanzate e di massa, non resta che prenderne atto.

L’auspicio, allora, deve andare in direzioni diverse: perché il problema non grave, ma gravissimo, di una società evolutasi così velocemente è tutto nell’obbligata necessità di assolutamente conquistare, della modernità, non solo il facile benessere dei tutelati, le bellurie e gli ostentati generi di vita da società affluente, i consumi cospicui con la connessa miseranda arroganza, e, soprattutto, l’assistenzialismo e il clientelismo che li sostengono – ottenuti, conservati e goduti a spese della collettività nazionale -; ma autonomia economica, dignità sociale, strutture civili veramente moderne. Senza delle quali, il pericolo della regressione e del naufragio è sempre dietro l’angolo. I giovani calabresi di oggi potrebbero pagare, domani, il durissimo scotto di un progresso materialmente cospicuo e spiritualmente nullo. Laici e preti lo hanno visto nascere ed esplodere, e non lo hanno combattuto.

Intanto, si può dire che, trascorsi gli anni in cui tutto il passato della tradizione sembrava essere stato bruciato nell’ecpirosi dello sviluppo, gli ultimi tempi hanno consentito un qualche recupero d’identità: stavolta, sotto la spinta di quei processi che hanno caratterizzato l’Italia degli ultimi tempi (esigenza forte di moralizzazione del costume, e del costume politico anzitutto; bisogno di trasparenza ed efficienza nella pubblica amministrazione; maggiore sensibilità per i beni culturali, per la tradizione, per la tutela ecologica ecc.), e secondo quel modello di evoluzione che scorge più forte potere di conservazione nelle fasi di sviluppo rallentato, pare che qualcosa possa rinascere. Ora, il rispetto per il proprio passato, per la propria identità, ha riacquistato qualche dignità tra gli interessi degli enti e dei privati di Calabria, anche se spesso questi interessi sono viziati da finalità di ben più terrestre tornaconto.

Gli usi e i costumi, certe tradizionali forme di artigianale, certe forme di rappresentazione culturale tornano ad ottenere ossequio e gradimento: spesso perché il turismo onnivoro li pretende, ma spesso anche per una gelosa rivendicazione dell’identità propria: e questo è un gran bene. Passati i tempi in cui ogni manifestazione della cultura tradizionale – profana, ma assai più spesso sacra – veniva bollata come segno di ignoranza e di superstizione, adesso ci si applica alla salvaguardia e al recupero di quello che si è salvato dalle ingiurie del tempo e della rapina umana: paesaggio, opere d’arte, cultura, linguaggi. Anche se – è doveroso aggiungerlo – quest’opera è merito di agguerrite insonni minoranze, che – stanche di sentirsi chiuse e assediate nella torre d’avorio della sterile rivendicazione dell’identità – hanno aggredito

i problemi e hanno mirato, e quotidianamente mirano, a costruire qualificati e più ampi consensi intorno a programmi di valorizzazione pura, e dunque colta, della grande e bella eredità della Calabria migliore, senza secondi fini di promozione turistica. Queste minoranze di sensibili intellettualità non sono poche, e sono tenaci e ben indirizzate; ma la loro è una battaglia difficile.

Da STORIA DELLA CALABRIA, DI Agusto Placanica – Donzelli

FOTO: Rete

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