San Michele sul Gargano, di là dalla leggenda

Anticamente, prima dell’evangelizzazione cristiana, si svolgeva nella grotta garganica, come in altre della zona, un rito. I pastori, sia all’inizio della stagione calda, ai primi di maggio, quando portavano gli armenti e le greggi sui pascoli dei monti, sia alla fine di settembre, quando scendevano in pianura ai primi freddi, solevano compiere l’incubatio: sacrificavano un ariete nero alla divinità ctonia della caverna, sulla cui identità non abbiamo documentazione, e poi dormivano sulla pelle dell’animale per averne la divinatio.

Ai pagani succedettero gruppi di giudeo-cristiani, di gnostici e di manichei.

Alla fine del secolo V il vescovo di Siponto, per sostituire quelle usanze con le due festività di San Michele all’8 maggio e al 29 settembre, parlò al popolo del suo «sogno». Non stupisca la scelta dell’arcangelo perché san Lorenzo Maiorano era probabilmente di origine orientale e il culto di san Michele era vivissimo in Oriente dove aveva inglobato anche molti simboli della religione mitraica.

Si consideri ad esempio che Mitra era venerato nei mitrei, luoghi di culto a forma di grotta; e il suo mito narrava il sacrificio del Toro primordiale da parte del dio, sacrificio che dava origine a tutte le piante utili e agli animali benefici.

Infine vi è un’ultima sorprendente analogia: san Michele è raffigurato talvolta in clamide purpurea con la spada o la lancia in una mano e il globo nell’altra a simboleggiare la sua funzione di capo delle milizie celesti, di esecutore della volontà divina sul cosmo.

Ebbene, anche Mitra teneva in mano il globo come simbolo delle sue funzioni di demiurgo e kosmokrator, signore e animatore del cosmo.

La scena di Elvio Emanuele, che scocca una freccia contro il toro per punirlo della fuga, sarebbe invece spiegabile come una forma di oplomanzia, la divinazione per mezzo delle armi, frequente nell’Antico Testamento: «La freccia che ritorna indietro» ha scritto Francesco Paolo Fischetti «significa: “Alt! Questo è un luogo sacro. Terribilis est locus iste, hic domus Dei est et ianua coeli”. Così è scritto all’ingresso del santuario garganico: sono le parole di Giacobbe dopo la “incubazione” di Bethel».

Successivamente i longobardi del Ducato di Benevento, di cui faceva parte il Gargano, attribuirono a san Michele, che già veneravano nella grotta, la vittoria nel 647 sui Bizantini e ne importarono il culto a Pavia adottando la festa dell’8 maggio e promuovendo il pellegrinaggio a quello che diventò il loro santuario.

Da LUNARIO, DI A. Cattabiani – Mondadori

FOTO: Rete

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