VERBICARO 1855 – Drammatico racconto nel processo ai rivoltosi

[…] Ma la conseguenza più drammatica del colera fu un cruento tumulto che scoppiò tra il 18 ed il 19 novembre [1855], in seguito al numero spaventoso dei morti.

La devastante epidemia e la conseguente, terribile rivolta, così venivano descritte negli atti del processo contro gli insorti, celebrato a Cosenza:

Da quattro e più lustri l’Asiatico morbo, chólera denominato, si rese ospite pur troppo molesto in questi Reali domini, e sebbene mostrasse ritirarsi nelle Terre di origine, improvvisamente or in una, ora in un’altra parte del Regno ricompariva; e vittime non poche con se traeva in questa Citeriore Calabria negli ultimi mesi del 1855.

I comuni di S. Agata e di Verbicaro, più di ogni altro, ne risentirono i malefici influssi; ed in pochi giorni decimava quegli abitanti,facendo strage particolarmente tra i miseri.

Si appalesava il morbo con carattere fulminante: le famiglie agiate, e chi avea mezzi, fuggivano nelle casine di campagna e nei Comuni non attaccati; ed a’ stenti si otteneva dai morenti l’estremo conforto di Religione. Si vide inoltre qualche cadavere insepolto su la strada, che diveniva pascolo dei porci; ed altri, non rimossi dalle loro case, marcivano a vista dei congiunti.

La gente vedutasi in preda della desolazione, novella a quella strage, si abbandona agli errori, e cerca con l’alterata fantasia invano indagare la vera causa, che in modo sì strano rapiva al figlio il genitore — a costui l’amata prole, la consorte — a questa l’adorato sposo — ed a ciascuno il congiunto, l’amico, il benefattore!…

Una voce, uscita al certo da qualche bolgia infernale, comincia a brulicare nelle menti di quei sciagurati; e non infrenata per tempo dalle intiepidite autorità locali, qual fulmine si dilatava ed ingigantiva. Non più effetto del morbo le morti; non più effetto di precauzione l’allontanamento delle persone comode ed agiate; non più infine gl’incomprensibili giudizi di Dio: ma una e potente fu la voce, che di bocca in bocca si elevava e ripeteva — veleno, avvelenatori. Si giunse alla stranezza di ritenere avvelenate le acque della pubblica fontana. Quindi si cerchino, si rinvenghino, e si polverizzino gli autori.

L’ammutinamento popolare si manifestava, ed a folla si correva in detta fontana, per rompere ed esplorarne l’acquidotto. Si frapponevano il Sindaco e qualche Gendarme della Brigata colà residente; e minacciossi l’arresto a chi tanto osasse eseguire. Il Gendarme Luigi Mottola spinto da verace zelo, onde far ricredere quelle affascinate genti, alla presenza di ognuno, bevette a sazietà di quell’acqua; e così ciascuno rientrava nell’ordine. Ciò avveniva la sera dei 17 Novembre 1855.

Ma quel soffio Satanico, che offuscato avea le menti di quei rozzi abitanti, non cercava che ben lieve incentivo per rianimarsi; e tanto avveravasi per istraordinario accidente.

Ritiratosi, perché sedato il tumulto, il nominato Gendarme Mottola si vide assalito dal fiero morbo micidiale; ed in meno di due ore non era più tra viventi […].

Propalata quindi nel mattino del 18 Novembre la notizia dell’avvenuta morte del Gendarme Mottola, come più svellere da quelle accecate menti il concetto, che tale morte fu l’effetto delle acque bevute come si è detto, e che le medesime in realtà fossero avvelenate?

Il torrente popolare non trova più argini che lo infreni; si corre a rompere l’acquedotto della fontana; se ne strae della melma, si mostra agli abitanti; e ritenendo quelle innocue sostanze per venefiche, ivi depositate dalla mano dell’uomo, si corre per tutto il Villaggio e si grida — veleno, veleno. All’errore si unisce il pregiudizio, ed a piena gola si ripete — I santi Proteggitori han fatto la grazia di trovare la causa dell’esterminio.

Il farmacista D. Francesco Saporiti con la intera famiglia erasi allontanato da Verbicaro, lasciando la casa alla custodia di un tal Felice M. Lamenza.

Si vociferava che in un basso della farmacia Saporiti esisteva un meato [apertura], che corrispondeva con la pubblica fontana.

L’allontanamento, la qualità di farmacista bastarono per considerarsi come un untore novello.

Immantinente tentavasi penetrare in quella casa a viva forza; ma il custode Lamenza a ragione si oppose. Tale opposizione lo fa supporre partecipe dei fatti del farmacista Saporiti; e di essere stato lasciato colà per proseguire a mettere sostanze venefiche nel meato, che comunicava con la fontana.

Un rivoltoso gli impose il silenzio e con un palo lo colpì alla testa. Mentre il poveretto «allagato di sangue barcollando fuggiva», altri «con ulteriori percosse lo distendono a terra semivivo».

Una donna, Marta Fazio, futura suocera del Lamenza e vicina di casa, lo soccorse, ma fu costretta a fuggire nella casa del Brigadiere di Gendarmeria, Caporale Antonio De Stefano, in seguito agli schiamazzi di una donna che le gridava: «Uccidetela questa porca».

Felice Lamenza rimaneva, così, in custodia di un ragazzo, Gennaro Calvano, mentre

Le campane della Chiesa Parrocchiale suonavano a stormo; e per rendere più lugubre e desolante quel suono, eransi ricoperte con panno di lana all’esterno.

Al suono in tal modo procurato si aumentava il terrore, e si progettava la distruzione di tutti coloro che credevansi cospiratori nell’avvelenamento.

Le persone, credendo che suonassero da sole, «per miracolo della Madonna, si inginocchiarono in atto di ringraziamento, come pure il sindaco Biase Cersosimo davanti la sua bottega; le campane venivano però suonate a quattro mani da Pietro Nastralia e Antonio Damante; genuflesso ancora Biase Cersosimo riceve un colpo di scure alla testa; l’infelice si rotola nella propria bottega, e la rinserra, ma non può la porta resistere ai colpi di scure delle pietre de’ pali e cede fracassata».

Così due rivoltosi «con la scure in atto si avventano contro il sindaco, lo percuotono, lo trascinano nella strada» mentre altri «giuocavano i pali, vibravano le pietre […] lo lasciano per morto sotto un mucchio di pietre.

Tanto si meritava chi chiamato a tutelare la patria lasciava morire la gente di veleno».

Intanto Felice Lamenza, rimasto in custodia del giovane Calvano nella casa di Marta Fazio, veniva aggredito da altri rivoltosi che «lo presero dai piedi», «lo trascinarono al di sotto della fontana e lo finirono di uccidere», aiutati a colpi di pietre da altri compagni.

Nel frattempo, il Caporale De Stefano scacciava dalla propria abitazione Marta Fazio, apostrofandola:

«II popolo ai ragione».

La poverina, mentre fuggiva presso un certo Ippolito Cirimele, venne presa da alcuni rivoltosi e «spinta innanzi» fu «a colpi di pietre barbaramente maltrattata». Uno di loro chiamandola: «”Porca fottuta”, le fracassa con una pietra la terapia destra poi la spinge con violenza contro lo scalino della propria sua casa e nuovamente ne resta fracassata nella tempia destra»; sopraggiunge intanto un altro rivoltoso «ed una grossa pietra le vibra nella nuca del collo, e ne rimane con la testa piagata, che non potette più raddrizzare; […] l’infelice boccone a terra ed insanguinata come stava per ritirare pian piano il braccio destro, e rivolgere gli occhi verso la propria casa come se avesse voluto nella medesima trasferirsi», fu aggredita da un’altra persona che «prese a due mani una grossa pietra», e mentre le diceva: “porca fricala ancora ti rimisi la pena di fralima”, la colpiva «sul capo da parte destra»; sopraggiunse intanto un uomo che la colpì ancora con una pietra.

Marta Fazio, «abbominata carogna, si lagna in abbandono; ma da parenti dentata in casa e lavata con acqua si vide la testa coperta di ferite, vomita sangue, vive tre giorni e muore dalle percosse delle ferite».

Il popolo annoverava tra gli untori anche il parroco, il proprietario d. Francesco Guaragna, tutti i galantuomini ed il Giudice Regio. Infatti

Si compiva la tragica scena di quel giorno con assalire l’abitazione del Regio Giudice, a solo fine di trovarvi sostanze venefiche; ma perquisita inutilmente, ciascuno si ritirava per proseguire al nuovo giorno con impeto maggiore il vagheggiato progetto.

Si annunziava questo col solito suono delle campane a stormo. Subito la plebe composta di uomini, donne, di ogni età, si raduna nella pubblica piazza: chi si munisce di pietre, chi di bastoni o scure; e si torna in casa Saporiti, per compiervi la distruzione delle mobiglia e delle suppelletteli nelle superiori stanze esistenti, e lasciati intatti la sera precedente.

Si fruga in casa Guaragna; e, nascosto in un fienile si rinviene l’infelice settuagenario D. Francesco Saverio, che a furia di popolo vien trascinato nella pubblica piazza.

S’imbatte il corteggio con la forza di Gendarmeria ed Urbana, alla meglio aggranellata; e credendo non poter resistere alla forza maggiore, stimò utile depositarlo nelle prigioni Circondariali, come asilo il più sicuro.

Pel momento si acquetava la tumultuante plebaglia, assicurata dal Comandante la poca forza, che il Guaragna sarebbe stato dalla giustizia punito come uno degli asseriti avvelenatori.

Ma non si tardò molto ad insistere per veder morto l’untore.

Era la forza accorsa nella residenza del Regio Giudice, prevedendo dei tentativi novelli contro la di lui persona ed autorità. Profittarono gl’insorti di tale incidenza; irrompono nelle prigioni, e scassinando ogni imposta, se n’estrae violentemente il vecchio Guaragna; e ligatolo con fune, viene coi modi più atroci ed inumani condotto nella piazza

dove fu «precipitato di balzo» da una donna.

«Numerosi carnifici si avventano sulla preda»; uno di loro gli corre addosso gridando: «Ah Lupo! Ah Lupo!».

Una donna «lo percuote con una pala di forno, altri con pietre, altri con pali, e tanti che ne rimbomba come animale vaccino cui si deve distaccare la pelle»; un rivoltoso gli infligge infine il colpo di grazia e «gli precipita sul capo un grosso macigno a due mani alzato […], per quale contorce la bocca, e poi la socchiude all’eterno riposo; né basta una morte sola che trascinato […] per una corda, non più figura umana ma mostro insanguinato e lacero», veniva colpito ripetutamente da un altro rivoltoso «con un grosso palo che a due mani sosteneva».[…]

Continua

DA “Colera sovversivo”, di M.P. Lorenzo – Edisud

Foto: Rete

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