VINCENZO PADULA, un grande calabrese

Nacque ad Acri, in provincia di Cosenza, il 25 marzo 1819, da Carlo Maria e da Mariangela Caterino.

Apparteneva alla piccola borghesia della provincia meridionale, un ceto segnato da quasi tre decenni di violenza politica, ma anche da nuove aspirazioni economiche, ideologiche e culturali. In questo ambiente l’identità sociale era determinata da percorsi obbligati, come il sacerdozio o l’iscrizione all’Università di Napoli. Vincenzo scelse la prima strada. Giunto in seminario, tentò di rinunciare a causa di uno sfortunato tormento amoroso, anche se poi tornò sui suoi passi: una vicenda che anticipò una biografia spesso sregolata e controversa.

Le cittadine del regno napoletano avevano una propria vita intellettuale, mescolavano idee provenienti dai centri della cultura italiana e tradizioni erudite locali. La formazione di Padula fu quella della gioventù dell’epoca: studio dei classici e attenzione al dilagante romanticismo europeo. Iniziò subito a scrivere poesie e prose, senza abbandonare la Chiesa (nel 1843 fu ordinato sacerdote).

Nelle composizioni giovanili sono presenti le linee della sua lunga attività di poeta erotico popolare, interessato alle tradizioni e alla cultura calabrese, e di intellettuale colto, impegnato sul versante politico-civile e nello studio della letteratura antica e moderna. Le sue prime opere comprendono testi passionali, alcuni dedicati al suo amore impossibile (Alla rondinella, Le lenzuola, Il Giornale di Maria, I quindici anni, Le tre Marie, Il bacio)poesie d’occasione, come quella per il suo maestro Domenico Gaudinieri, composizioni (Monastero di Sambucina, Valentino, Sigismina), pagine di prosa (La mia tabacchieraAll’avv. Achille Nigra, Impressioni di Viaggio), panegirici (Il sacerdozio).

La sua produzione giovanile fu nel complesso fragile e variegata, condizionata dalla complessità e dalla poliedricità dei suoi interessi. Maturò comunque una solida dimensione intellettuale, all’interno di un clero meridionale spesso corrotto e inadeguato, ma anche ricco di uomini colti e raffinati. Il che gli fece ottenere l’insegnamento, prima nel seminario di Rossano, poi in quelli di Bisignano e di S. Marco.

Faceva parte della generazione che, negli anni Quaranta, iniziò la militanza liberale e, in qualche caso, si avvicinò al nazionalismo italiano. Tra i suoi amici erano futuri dirigenti del liberalismo calabrese come Domenico Mauro e Vincenzo Sprovieri.

La società meridionale era divisa da una frattura profonda, apertasi nel 1798-99, che si sarebbe attenuata solo negli anni Ottanta del secolo. Il basso clero, numeroso e complesso, era una perfetta rappresentazione di questa divisione: al suo interno, in ogni appuntamento politico, emerse sempre una componente liberale, o addirittura radicale. Era un mondo politicizzato, partecipe di una vita culturale caratterizzata dal moltiplicarsi di fogli, riviste, società economiche. In provincia, come nella capitale, i giornali erano lo strumento di politici, eruditi, accademici, scrittori, giuristi.

Padula diventò un appassionato giornalista: partecipò alla esperienza del Calabrese e, soprattutto, alla fondazione a Napoli de Il Viaggiatore (con Mauro). La sua attività era paradigmatica dell’impegno intellettuale e politico dei settori più avanzati della borghesia meridionale. Nel 1844 fu testimone della rivolta di Cosenza e della fallimentare spedizione dei fratelli Bandiera (Mauro ne era stato tra i protagonisti). Nel 1848 aderì alla rivoluzione, scrisse poemi, inni, canti (La Coccarda, Abbasso, Al Nettuno), testi avversi al ministro di polizia borbonico Francesco Saverio Del Carretto. Ad Acri parlò a favore della Costituzione nella cattedrale e diventò l’oratore ufficiale del Circolo democratico, diretto da Sprovieri. La Calabria era la roccaforte del radicalismo meridionale e fu il teatro della principale insurrezione nel continente, dopo la crisi del 15 maggio 1848 a Napoli. Padula si schierò con i rivoltosi, scrisse un componimento dopo la loro sconfitta di Capotenese (Per la disfatta degli insorti calabresi)Il conflitto civile raccoglieva però opposte tensioni sociali e familiari, intrecciava scontro tra fazioni e adesioni ideologiche. Molti ambienti di Acri, avversari del suo gruppo, già avevano ostacolato la nomina di Padula a parroco, un posto di primo piano nel sistema di potere locale. Nel settembre 1848 fu vittima di un agguato insieme al fratello Domenico, che fu ucciso, mentre egli riuscì a fuggire, ma dovette abbandonare Acri.

Nel decennio successivo si collocò nella vasta area grigia che, dopo il 1849, si disimpegnò dalla militanza attiva pur mantenendo un atteggiamento critico verso il regime borbonico. Si rifugiò a Rossano, dove aprì una scuola privata, ma fu allontanato dal vescovo, per i suoi giudizi sprezzanti verso il notabilato locale (che aveva ritrattato la scelta costituzionale). Passò quindi da un luogo all’altro, da San Giovanni in Fiore a Cosenza, da Catanzaro a Napoli, lavorando come precettore di importanti famiglie calabresi (Cosentini, Ferrari, Berlingieri), offrendo corsi privati e promuovendo iniziative come il giornale Il secolo XIX. La sua attività risentì sistematicamente della decisa repressione antiliberale del governo di Ferdinando II. Il giornale fu soppresso dopo pochi numeri, la sua scuola a Cosenza spesso chiusa. Padula era nell’elenco degli ‘attendibili’ (i sospettati politici) e fu anche escluso, per una relazione di polizia ostile, dal concorso per la cattedra di letteratura italiana presso l’Università di Napoli.

Il suo ambiente era tra i più politicizzati del Regno. Tra i suoi allievi c’erano amici di Agesilao Milano (l’attentatore calabrese del re), come Giambattista Falcone, che fu poi ucciso nella spedizione di Sapri (in quell’occasione Padula fu arrestato per un breve periodo).

La vita personale gli suscitò altrettante ostilità. Si innamorò di una sua ospite, scrisse poesie d’amore, spesso erotiche e trasgressive (Il ritorno a Maria, Il cardello geloso, Il telaio, La tentazione) che, denunciate al vescovo di Acri, gli costarono ancora una volta la mancata nomina a titolare di una parrocchia, ma continuò a scrivere prose giornalistiche (I tre artisti), favole (La castagna, La noce, ll lacciaio), liriche d’amore (Il distacco), inni sacri (Il Natale, La Passione, Napoli 1854), versi celebrativi (In morte del marchese Cesare Berlingieri di Crotone, ibid. 1854), saggi e panegirici, tra i quali Per le sponsalizie di Giuseppe e Maria (Cosenza 1859) che ottenne finalmente un successo di pubblico.

In quegli anni l’esperienza letteraria assorbiva quella politica. Le sue produzioni più solide e mature mescolano un linguaggio classicista e un intenso romanticismo. Nelle storie emerge la vena sensuale e tempestosa, la curiosità per la cultura popolare, i canti e il dialetto, le credenze o la fiaba, riflettendo il profilo di un intellettuale figlio del suo tempo e del suo ambiente.

Nel 1860 fu tra i decisi sostenitori dell’unificazione. L’appoggio delle élite locali, del ceto medio e intellettuale a cui apparteneva fu un passaggio decisivo per la legittimazione della soluzione unitaria. Inoltre, i rivoluzionari della sua generazione si affermarono come classe dirigente del nuovo Stato. Padula aveva finalmente la possibilità di emergere nella società e nelle istituzioni sostenuto, anche economicamente, dagli amici calabresi e poi dal gruppo governativo di Silvio Spaventa. Gli fu assegnata una cattedra al liceo Vittorio Emanuele II di Napoli (1866-78), ma non l’agognata parrocchia, ancora una volta negatagli per le critiche alla sua condotta personale. Fondò due giornali, prima Il Progresso e poi Il Bruzio (1864-65), che fu un caso importante nella cultura dell’epoca: realizzò vere e proprie inchieste sulla società contadina calabrese, sulle lotte politiche locali, sul brigantaggio, sulla povertà, sulla violenza e sull’emarginazione delle donne.

L’attività politico-giornalistica di Padula, nella quale utilizzò tecniche moderne, come l’intervista, fu instancabile. Polemizzò contro le usurpazioni demaniali, criticò comportamenti del clero e gerarchie ecclesiastiche, si schierò con decisione per la repressione del brigantaggio, anticipando problemi e ricerche dei primi meridionalisti dei decenni successivi. La produzione di quegli anni fu anche la più efficace dal punto di vista letterario: i suoi migliori racconti sono quelli ispirati alla viva cronaca, alla realtà.

In quella fase prevalse però l’impegno pubblico. Non gli riuscì di essere eletto deputato, ma per un periodo fu nominato segretario di Cesare Correnti, ministro della Pubblica Istruzione (1867). Perse il concorso per la cattedra di letteratura italiana all’Università di Napoli, ma dopo la pubblicazione di una serie di raccolte delle sue opere (Il BruzioProse giornalistichePoesie varie, Napoli 1878) riuscì a vincere la reggenza della stessa docenza all’Università di Parma.

Scrisse anche saggi sulla cultura antica e sulla letteratura, oltre a pubblicare vecchie opere a lungo meditate, come il dramma Antonello capobrigante calabrese (Cosenza 1864). Come l’élite meridionale cui apparteneva, si dedicò inoltre alla celebrazione del Risorgimento e alla retorica della legittimazione della nuova patria, attraverso discorsi, opuscoli, ricordi, come l’Elogio dell’abate Antonio Genovesi (Napoli 1869) o l’Orazione funebre per Mariantonia Falcone (Napoli 1874), dove commemorò il patriota Giovan Battista Falcone.

Negli ultimi anni, le passioni intellettuali di Padula si allentarono. Si ammalò e lasciò l’Università di Parma, facendo ritorno nel suo paese d’origine. Lentamente ritrattò anche le critiche al papa e le polemiche anticlericali.

Morì ad Acri Il 7 gennaio 1893.

Di Carmine Pinto

FONTE: http://www.treccani.it/enciclopedia/vincenzo-padula_%28Dizionario-Biografico%29/

FOTO: Rete

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articoli correlati

Articoli più letti

Archivio articoli
Categorie
Close