I Basiliani, risorsa del territorio

Affresco bizantino Caulonia

Il territorio su cui dimorava questa popolazione di Calabria doveva essere in condizioni di assoluta primitività colturale; il merito di aver portato dissodamenti in terre incolte spetta per buona parte ai monaci, che organizzavano le popolazioni spingendole a procurarsi dalla terra maggiori risorse. Sappiamo che, a metà del secolo X, i monaci Saba e Macario, aiutati da una preesistente comunità monastica che si era costituita e insediata utilizzando il legname delle foreste del Pollino, effettuarono dei dissodamenti al comprensorio del Merkourion, e altrettanto fecero due successivi monaci, di nome Elia, nella zona delle Saline. La vita di queste zone non doveva essere agevole, nemmeno per i monaci, anche per via dell’altitudine e dell’isolamento dei siti: a Kellerana – come osserva il Guillou, che ha identificato la zona con Gallinaro, nei pressi di Mammola – il monaco San Nicodemo (al quale poi sarebbe stato intitolato il monastero basiliano) viveva con i suoi monaci alimentandosi di castagne e di ammali selvatici. Furono i monaci orientali a portare incrementi all’agricoltura calabrese, e, insieme con essa, anche la lingua, la cultura e il gusto artistico dell’Oriente. Questa origine, o anche questa origine, spiega l’enorme diffusione che in Calabria ebbe l’ordine basiliano, le cui case si incrementarono e svilupparono lungo i secoli dell’alto e basso Medioevo: nella sua Calabria illustrata del 1691, il padre Giovanni Fiore enumera ben 108 conventi, tra grandi e piccoli, di cui restavano in vita – e ormai da parecchio tempo – appena 14: degli altri residuava soltanto la «lagrimevole ricordanza». Si tenga presente, però, che la denominazione di basiliani, da san Basilio, è, tutto sommato, successiva (è termine della cancelleria romana del secolo XI), e non sempre appropriata, giacché con questo nome si vollero identificare, genericamente, tutti i monaci, e i regolari in genere, che fossero attivi nell’area meridionale, e di origine italogreca, dunque calabresi soprattutto.

Naturalmente, i conventi di questi monaci orientali erano davvero – a somiglianzà dei cappuccini di fra’ Galdino – come il mare, che tutto riceveva e tutto restituiva: con la rilevante differenza, però, che nel nostro caso si trattava quasi di creazione di ricchezza da parte dei monaci: dissodamenti, messe a coltura, impianti di specie vegetali, organizzazione della produzione e degli scambi, insediamento di nuclei abitati con iniziali caratteristiche di tenui fattorie, coordinamento «politico» e culturale di queste popolazioni, in nome e sotto l’egida di una forte identificazione religiosa. Si venivano a creare, così, da una parte, embrioni di centri urbani, e, dall’altra, una certa normativa che sovraintendesse alla proprietà, all’uso e alla gestione economica e giuridica dei fondi rustici che nascevano da questa cooperazione tra laici e clero: benché si possa notare che, in Calabria, la forza economica e il possesso terriero dei monasteri bizantini non raggiunse mai la forza di altri consimili di regioni non troppo lontane (Bobbio, Farfa, ad esempio).

San Giovanni Teristi a Bivongi (RC)

Il riflusso della ricchezza verso il settore laico, però, doveva essere rilevante, se solo si pensa che, mentre i conventi e monasteri di Calabria di assai più recente istituzione conservarono posizioni economiche di prim’ordine (a meno che non si trattasse di ordini veramente mendicanti), i basiliani presto dovettero trovarsi spogliati d’ogni bene: i pochi monasteri sopravvissuti nel secolo XVIII dovevano combattere con la fame. Con la figura dei vecchi igùmeni (capi di una comunità monastica), anche le vecchie tradizioni dei basiliani di Calabria si erano pressoché dissolte nel nulla: anzi, una visita apostolica ai basiliani di Calabria del tardo Settecento era costretta a constatare che non solo le abbazie erano povere, ma anche popolate di monaci in piccolo numero e, per giunta, affamati, ignoranti e poco amati dalla gente. Triste fine di una lunga vita, densa di benemerenze nei confronti della regione.[…]

Un grosso debito verso i monaci bizantini, poi, la Calabria contrasse per l’immissione della sericoltura. Come vuole la tradizione, furono proprio due monaci orientali, inviati da Giustiniano in Cina per apprendervi i segreti dell’arte della seta, che ne ritornarono recando con sé, nascosti nei loro bastoni, alcuni bozzoli. È probabile che per la Calabria, fin da quel lontano Medioevo, si sia aperta la lunga avventura dell’arte della seta, che avrebbe portato questa regione alla ribalta della notorietà internazionale.

Cattolica di Stilo

Noi ne abbiamo notizia solo a partire dalla metà del secolo XI, grazie a un brébion (catalogo, registro) pertinente alla metropoli di Reggio: ne ricaviamo che, intorno al 1050, il tema di Calabria accoglieva 24000 piante di gelso, la cui foglia (semplicemente detta, fronda, secondo la terminologia calabrese rimasta fin quasi ai nostri giorni) era destinata all’allevamento del baco: la coltivazione del gelso, la bachicoltura, la trattura della seta cruda e le successive fasi di lavorazione, fino alla tessitura e al completamento del ciclo, restarono a lungo una prerogativa delle aziende familiari contadine, che spesso, operando su ordinazione nelle prime fasi del ciclo (stricu o séricu, nel dialetto di Calabria), e cioè nella gelsicoltura, nell’allevamento e nella trattura, operazioni alle quali partecipava tutta la famiglia, poi procedevano a commercializzare la materia prima così ottenuta. L’esportazione interessava anche mercati lontani: nel 1037, secondo certe carte dell’Italia settentrionale, si parla di alcuni contadini, di una non meglio nota terra di Chama, che dovranno consegnare dieci libbre di seta da portarsi a Pavia per qui vendersi a cinquanta soldi: il toponimo Cama, in realtà, è citato negl’inventarii reggini, ed ancor oggi Cama è cognome diffuso nello stesso reggino.

Per il resto, la produzione agricola seguì ritmi di sviluppo estremamente lenti, sui quali, per altro, siamo scarsamente informati.

Da STORIA DELLA CALABRIA, di A. Placanica – Donzelli

FOTO: Rete

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