Il matrimonio nel tempo contadino

Il barone Serafino Amabile Guastella, la cui vita ha attraversato tutto l’Ottocento, nei suoi libri raccontata la vita del contadino siciliano del circondario di Modica. Lo fa con crudezza, senza romanticherie, ma con intima partecipazione.

Veniamo così a conoscere la miseria, le superstizioni, le tradizioni, ma anche l’ironia, il disincanto, l’estro creativo, di un mondo ormai scomparso, che in qualche modo ci appartiene.

In questo brano viene raccontato il “rito” del matrimonio.

Quando un villano sentiva il bruciore del matrimonio, avea rossore di annunziarlo ai parenti (usiamo tuttora parenti nel senso latino), ma ricorrea a un sottinteso: non versava in mano alla madre la mercede settimanale. La madre capia a volo l’antifona, e andava in cerca di una nuora, vagliandola fra quelle che avea precedentemente adocchiato, ma la sottoponeva a un esperimento superstizioso. Se trovava la giovinetta intenta al lavoro, il matrimonio era bello e conchiuso, e le due madri s’intendevan fra loro senza molti preamboli: se però la giovinetta prendea in quel momento un po’ di riposo, la visitatrice cercava un pretesto alla visita e uscendo da quella casa segnavasi in fretta, e ripetea tre volte la parola abrenuntio sicilianizzata alla meglio. Quando l’affare era di reciproca convenienza si facea a meno del notare, ma sceglievasi una persona di fiducia, la quale stabiliva la dote, e ne redigea la minuta: e quello straccio di carta facea le veci dell’ atto, notarile, né mai dava luogo a contesa. Or tutto ciò avveniva senza che i futuri sposi ne sapesser nulla, anzi cinque volte su dieci senza che neanco si conoscesser di vista. Eppure, avvezzi a obbedienza passiva, non trovavano a ridire: e se un’ amica officiosa susurrava all’ orecchio della ragazza che il fidanzato era tignoso o sbilenco, e se un amico ripetea al giovane che la futura sposa era zoppa o libbrina(l), ambedue si rassegnavano in pace, ripetendo. Quando l’ ha deciso mia madre !

Se ogni accordo era stabilito fra i rispettivi parenti, la giovinetta venia avvolta in fronte da una larga benda bianchissima, che le discendea per le guance, annodandosi sotto il mento con un nastro purpureo. Il costume oggidì non sussiste, ma un modo di dire, ed un canto lo ricordano tuttora fra noi. Quando una fanciullina, cadendo, si fa un’ ammaccatura alla fronte, in guisa che è mestieri fasciargliela, in via di conforto le si ripete gioiosamente: sta zitta, che ti sei fatta zita ! I primi distici del canto sono questi:

Comu ‘na principissa siti misa,

Ora ca siti alla seggia assittata.

Lu curuzzu vi trippa ccu surprisa,

Ca la facciuzza vostra fu nfasciata (2).

Fra le vesti nuziali regalate alla sposa ci era inevitabilmente lu ‘ntrizzaturi cioè una larga fettuccia che serve tuttora ad annodare le chiome; ed era ed è il dono più accetto, perché simbolo dell’amore, o della fedeltà coniugale: ma la sposa dovea ricambiare al domani le vesti presentatele, con una camicia, un paio di mutande, un paio di calzette, ed un panciotto, cucita ogni cosa con le sue mani. Fatto lo scambio degli abiti lo sposo avea il permesso di conoscer la sposa, dì coglierne l’amore in un bacio, e di farle una serenata.

Il matrimonio suol contrarsi fra individui della classe medesima, ma son tante le distinzioni e le sottodistinzioni di classi, che è bravo davvero chi non si smarrisca in quel laberinto. I villani stanno tanto sul tirato in fatto di nascita, da disgradarne i tedeschi coi loro settantadue quarti di nobiltà.

Un pecoraio che viva del proprio val molto più di un massarottò scaduto, e pure il massarotto lo ripulserebbe per genero; il bracciante non sarebbe accettato in una famiglia di cavallaro, né questi in altra ove il capo sia guardiano di porci o di bovi. Lo zappatore che sappia potare la vigna, non si degna di chi non sa che zapparla; il vaccaro guarda dall’alto al basso il bovaro, equesti a sua volta il vitellaio; il guardiano di pecore si stima nobile a petto di chi guarda le capre e così di altre minutissime distinzioni. Quando un villano pretende una giovinetta di condizione diversa, spera vincere le difficoltà scegliendo un paraninfo tra gli uomini più cospicui del suo paese natio, ma il paraninfo udrà inevitabilmente rispondersi : II giovane è onesto, laborioso ha vigna ha terreno, ha tutte le qualità, ma,..,non è della mia condizione!

Innanzi ai passi dei nuovi sposi, che ritornano dalla chiesa si spargono noci e frumento, costume antichissimo, il quale vale ad augurare la futura agiatezza alla nuova famiglia, e a rimuovere gli auguri sinistri: Di avertant! Prima che entrino in casa, si sparge vino sull’uscio, rompendone il recipiente, come simbolo di contentezza, e n’è chiara prova il proverbio: Res, j boni festi. Entrati in casa fannu lu tuornu, cioè si dispongono a, cerchio e i parenti per primissima cosa presentano agli sposi un cucchiaio di miele: il marito se ne lecca la metà, e dà l’altra alla moglie. Indi si distribuiscono li spinnaggi agli astanti, e ai vicini, principalmente la calia, e la cubbàita, inaffiate da larghi sorsi di vino (1).

Nel banchetto nuziale, sopra la menza imbandita vien posto un piatto destinato a raccogliere i donativi dei commensali alla sposa: chi dà monete, chi oro; costui dà un anello, quell’altro una piastra, né chi vien dopo suol esser da meno dei primi. Sul finir del banchetto quando i fumi del vino, i cibi pruriginosi, l’allegria espansiva han riscaldato le teste, e dato il volo all’immaginazione, il poeta della comitiva (se ne invita sempre qualcuno) improvvisa brindisi e versi, che pencolano sullo sboccato, ma che sempre vengono accolti con fragorosissimi applausi. L’ espressione più o meno salsa vien perdonata in grazia della buona intenzione. […]

Alla sera poi si fanno quattro salti, cioè il ballo paesana del Ciovu, al suono dei violini, o della cornamusa, o della chitarra battente, e quando non c’è altra orchestra, pazienza! una coppia di tamburelli, e uno scaccia pensieri si fa presto a trovarli. Apre il ballo il zito, che prende in mano il berretto, e fa una profonda riverenza alla zita, la quale si alza briosamente e si dà a ballare di tutta lena. Un romanziere fiammingo darebbe un occhio del capo a poter descrivere i salti mortali, ele contorsioni di fianchi, i movimenti rapidi delle braccia ora in alto, ora in basso, ora a cerchio, ora a croce, ora a foggia di triangolo, or di trapezio, or di rombo; e le mutabili espressioni della fisonomia, e le espansioni di giubilo, e lo scagliar dei baci sulla punta delle dita, dalla parte del maschio; e il brio, e la vivacità, e la rustica grazia da parte della femmina, la quale coll’una mano trattiene il grembiale per una punta, e con la sinistra fa semicerchio alla cintola.

Il maschio fa un’altra riverenza, e si ripone a sedere, e allora la femmina, ballando da sola, fa un giro per la stanza, e sceglie a ballerino un altro della comitiva; e cosi da maschio a femmina e da femmina a maschio con graziosa alternativa di scelta.

Costume brutalmente selvatico, or non più in uso, era quello che alla domane delle nozze si mettea in mostra la camicia della sposa, perché i parenti e i vicini potessero scorgervi le macchie di sangue: uso che traeva probabile origine dei primi tempi feudali, quando fra i dritti del Barone c’era quella di mettere pria del marito, una gamba nel letto della sposa novella; o forse scaturia da quella fierezza siciliana che fa trarre il coltello al menomo sospetto sulla fedeltà coniugale. Nei nostri canti non ho però trovata un’allusione, anche indiretta , su quell’uso turpissimo: bensì è comune il modo di dire, che nelle risse donnesche vien rimandato da questa a quell’altra: ‘a me’ cammisa ‘un arristau bbianea! Credo che siffatto costume non fosse sconosciuto nelle provincie italiane: ad ogni modo era comune nel Napolitano, e lo desumo da taluni versi della Vaiessaide di Giulio Cesare Cortesi, poeta vernacolo del secolo XVII:

Mostraro la cammisa allegramente,

Quanno venette po’ lo parentato,

Che pareva na veste de vattente,

Tanto che nne rommase conzolato.

Da CANTI POPOLARI DEL CIRCONDARIO DI MODICA, di S.A. Guastella – Primary Source Edition

FOTO: Rete

Note

(1)   Spinnaggi da spènniri che fra noi ha anche il senso di prodigare. La calia significa ceci ammollati e poi torrefatti, la cubbaita è una pasta di miele e di sesamo. Ambedue le voci sono arabe.

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