L’ottimismo della volontà

Quando introduco l’Italia ai miei studenti americani, fra i primi esempi che porto, oltre all’immancabile, geniale rito del caffè (un’occasione di socialità breve, assente nel mondo anglosassone), ci sono le formule stereotipate con cui si risponde alla domanda “come stai?” quando non si intenda dare un’informazione personale e si preferisca mantenere lo scambio a livello fàtico, di convenevoli: “non c’è male”, “abbastanza bene”. Se rispondessi in quel modo in inglese il mio interlocutore penserebbe che ho qualche serio problema; perché la formula corretta e automatica, e vuota di significato, è negli Stati Uniti positiva: “good”, “very good”, “fine thank you”. Gli americani, spiegano le grammatiche, tendono a minimizzare o comunque non comunicare gli aspetti negativi della propria esistenza. È la stessa ragione per cui abusano della frase fatta “andrà tutto bene”, “everything will be alright”, anche in situazioni disperate. Un ottimismo obbligatorio, come quello del personaggio deriso da Voltaire nel “Candido”, Pangloss, convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, qualunque cosa accada.
L’ottimismo è fortemente individualista e meritocratico: chi sta bene e crede in sé stesso si basta e chi si basta non vuole la compassione altrui e non ne ha per nessuno; e lo spirito del capitalismo, sostenne Max Weber in un libro famoso, assomiglia al calvinismo e altre dottrine protestanti in quanto nega la possibilità di salvarsi con le opere e considera invece il successo, comunque raggiunto, un segno della grazia divina.
Ben diversa la proposta gramsciana, profondamente italiana e cattolica (Gramsci la riprese dal francese Romain Rolland), dell‘ottimismo della volontà o dell’azione con cui si può superare il pur necessario pessimismo della ragione. Un simile atteggiamento porta alla solidarietà, all’impegno, in quanto la realtà in sé è ostile e crudele e soltanto una “guerra comune” in nome dell’”umana compagnia” può darci, se non la vittoria, almeno la felicità sufficiente per sopravvivere. Queste ultime citazioni sono di Leopardi, dalla sua ultima grande poesia, “La ginestra”, in cui malato e prossimo alla morte lanciò un appello per la coesione civile, in modo che “quell’orror che primo / contro l’empia natura / strinse i mortali in social catena, / fia ricondotto in parte / da verace saper, l’onesto e il retto / conversar cittadino, / e giustizia e pietade”.
Valori negati e disprezzati nelle strade di Milano e Roma da leghisti, fanatici complottisti e forzati dell’edonismo: i quali in nome di un ottimismo all’americana (ciò che non piace non esiste) pretendono il diritto di tornare al loro individualismo senza patria, senza tradizioni e senza pietà, plasmato da usi e consumi in gran parte d’importazione e alla lunga insostenibili. Contro questa deriva verso sentimenti e modi di vita estranei alla nostra storia e identità, bisogna che gli italiani che davvero amano l’Italia facciano sentire, forte e ferma, la loro voce.

FRANCESCO ERSPAMER

Dalla pagina Fb dell’autore

FOTO: Rete

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