PARMARIJE – I tre fratelli soldati

Una volta c’erano un padre e una madre che avevano tre figli. Quando questi tre figli arrivarono all’età di lavorare, i genitori morirono.

“E ora cosa facciamo?” si domandarono i tre fratelli.

“E’ meglio arruolarsi nell’esercito”, consigliò il fratello maggiore. “Perché lì il mangiare non manca mai, mentre se stiamo qui ci mancherà il lavoro.”

Si arruolarono. Il più anziano divenne tenente; il mezzano caporale; il più piccolo era soldato semplice. Una notte, mentre il più giovane era a fare la sentinella, gli apparve un gigante e gli disse:

“Se tu sei capace di lottare con me e di vincermi, ti do un regalo importante per premio; se invece ti vinco io, ti ammazzerò.”

Il soldato ebbe paura. Ma che ci poteva fare? Dove scappava? Disse:

“Va bene!”

Cominciarono a combattere; e il soldato gli diede un colpo con la baionetta.

“Basta!” gli disse il gigante. “Sai combattere. Ecco, prendi questi stivaletti. Con questi ai piedi puoi andare dove ti piace, volando come il vento; e puoi inoltre ballare meglio del miglior ballerino del mondo”, gli disse il gigante e scomparve.

Il soldato corse a raccontarlo ai fratelli che stavano in caserma.

“Domani notte voglio fare io la sentinella”, disse il mezzano. Ci andò. A mezzanotte in punto, gli apparve il gigante:

“Se tu sai lottare con me, ti faccio un regalo importante, altrimenti ti ammazzo”, gli disse.

Cominciarono a combattere. Combatterono parecchio a lungo. A un tratto chi sa come il soldato colpì con la baionetta il gigante che disse:

“Bravo, tu sai lottare! Basta così. Ecco, prendi questo mantello. Basta che tu lo metta addosso e nessuno ti vede”, disse e scomparve.

Il caporale corse in caserma, trovò i fratelli e raccontò.

“Domani notte ci voglio andare io”, disse il tenente.

Ci andò. A mezzanotte precisa spunta il gigante e gli dice:

“I tuoi fratelli sono stati bravi. Se anche tu sarai bravo, farò anche a te un importante regalo.”

Cominciarono a combattere. Combatterono più a lungo che le due volte precedenti. Alla fine il tenente toccò con la spada il gigante e il gigante disse:

“Anche tu sai combattere. Prendi questo portafogli. Da questo portafogli più denaro ne levi e più ce ne sarà”, disse e scomparve.

Il tenente andò a trovare i fratelli e raccontò.

“Ora che stiamo a fare più qua?” concluse. “Noi potremo diventare ricchissimi e vivere di reddito.

Si congedarono e tornarono al paese. Al paese comprarono terreni, giardini, oliveti, frantoi, mulini, palazzi. Divennero assai più ricchi del barone, più ricchi anche del principe.

Un giorno al fratello minore viene la smania di partire.

“E dove vai?” gli domandano i fratelli.

“Dove mi portano i piedi”, egli dice. “Mi piace girare.”

“Fai come vuoi!”

Egli partì. Ma, prima di partire, ruba il portafogli fatato. Arrivò in una città e si installò nel migliore albergo. Una notte in questo albergo ci fu una festa fra i nobili della città. C’era anche la principessa, la figlia del re. La quale invitò il giovane a giocare a carte.

Egli era tutt’orgoglioso di giocare con la figlia del re. Ma perdeva; e più perdeva e più soldi aveva.

“Da dove ti vengono tanti soldi? Dove li tieni? Te ne ho vinto già due mucchi”, gli disse la principessa.

Egli, per vantarsi e per rendersi importante, le disse della virtù del suo portafogli.

“Fammelo vedere”, gli disse la principessa.

Quel somarone glielo porse. Appena la principessa ebbe in mano il portafogli, fece un cenno alle guardie che presero il giovane e lo buttarono in mezzo alla strada. Per non morire di fame, tornò dai fratelli.

“Finalmente ti sei stancato di girare!” gli dissero i fratelli. “E del portafogli che ne hai fatto? “

Egli raccontò la sua disavventura con la principessa.

“Ben ti sta! Meno male che siamo ricchi di già, altrimenti ci avresti lasciato sul lastrico… Mettiti a lavorare.”

Quello riprese ad aver pensiero della loro terra; ma presto gli risorse la smania di partire. Si prese gli stivaletti e partì. Tornò nella stessa città e cercò di avvicinare la principessa. In una festa da ballo, la vide; ma lei non lo riconobbe. Egli si mise a ballare e ballava come un ballerino mai visto, tanto che tutti l’ammiravano. Alla principessa venne voglia d’imparare a ballare con lui. Infatti l’invitò a palazzo e gli chiese d’insegnarle a ballare. Egli le diede lezioni di ballo; ma lei non ballava bene.

“E come hai imparato tu a ballare così bene?”

Egli le parlò della virtù degli stivaletti.

“Ah! Perché non me li fai mettere una volta per vedere se anche io ballo bene? “

Quel somarone glieli diede e la principessa con gli stivaletti ballava come nessuna ballerina al mondo aveva mai ballato. A questo punto fece cenno alle guardie; le guardie presero il giovane e lo buttarono in istrada. Tornò dai fratelli.

“Ti sei stancato di girare?” Gli dissero.

Egli raccontò della sua nuova disavventura con la principessa.

“Tu si che sei una testa!” commentarono i fratelli.

“Datemi il mantello e vedrete che quando ritornerò avrò tutto: stivaletti e portafogli”, egli disse.

“Meno male che c’eravamo arricchiti prima, altrimenti per te ora andremmo all’elemosina!” gli ripetevano i fratelli.

“Datemi il mantello e vedrete che tornerò con tutto.”

Tanto disse e tanto fece, che ottenne il mantello. Si presentò davanti al palazzo del re, indossò il mantello e non visto entrò. Andò difilato nella camera della principessa e cominciò a parlare a voce alta. La principessa si girò per guardare, ma non vedendo nessuno credette che ci fossero gli spettri e si spaventò. Gridò. Accorse suo padre.

“Papa, c’è uno spettro che parla nella mia camera.”

Guardarono sotto i mobili, negli armadi, dovunque, ma non vedendo nulla e non udendo alcun rumore o voce:

“Tu hai sognato!” le dissero e andarono via.

Appena fu nuovamente sola, egli riprese a parlare. La principessa, senza gridare, ma tremava di spavento, domandò:

“Chi sei?”

“Sono Sant’Antonio, e sono venuto a portarti in paradiso. La principessa si rallegrò immensamente.

“Sant’Antonio mio, io vi ho sempre amato e venerato”, disse. “Ma prima di partire, ti devi confessare. Comincia a raccontarmi i tuoi peccati.”

Quella s’inginocchia con le mani incrociate sul petto e comincia a confessare i suoi peccati. Quando finisce, egli le dice:

“Tu sei una grande bugiarda!”

“Perché Sant’Antonio mio?!”

“Perché non hai parlato degli stivaletti e del portafogli che hai fregati a quel giovane. Li devi prendere e glieli devi restituire.

“E dove lo vedo ora?”

“Glieli porto io stesso. Prendili e mettili su quel tavolino.”

La principessa si alza con slancio, prende gli stivaletti e il portafogli e li mette sul tavolino. Egli li prende e se li infila in tasca. La principessa a vederli scomparire, senza che appaia una mano, è sempre più certa che nella sua camera c’è Sant’Antonio. Ma a un tratto, mentr’è tutta estasiata dalla certezza di avere il Santo in casa pronto a portarsela in paradiso, si sente arrivare una sberla fortissima; e alla prima ne segue la seconda la terza e la decima. Insomma riceve tanti schiaffi e pugni, che rimane stesa a terra tutta livida. Egli, dopo averla conciata per le feste, torna allegro e contento dai fratelli e dice:

“Fratelli, avete visto che ho ricuperato tutto?” e mostra loro i tre oggetti fatati.

Da quel giorno vissero uniti e contenti.

Da MITI, RACCONTI E LEGGENDE DI CALABRIA, di S. Strati – Gangemi

FOTO: Rete

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