I calabresi e la loro terra

I calabresi hanno un rapporto ambivalente – se non anche ambiguo – con la loro terra: la amano di un amore struggente e nostalgico, ma anche la odiano, come si può odiare una prigione.

La geografia, la storia, gli uomini stessi, con i loro improvvidi comportamenti, ce l’hanno messa tutta per creare questo dissidio apparentemente irrisolvibile. L’esiguità delle pianure ha fatto odiare ai calabresi le montagne. Le paludi e la malaria nelle pianure li hanno ricacciati, per secoli, proprio sulle montagne. Le incursioni piratesche

sulle coste hanno fatto sì che i calabresi odiassero il mare. Le selve estesissime hanno fatto ritenere il bosco come ladro di terra.I diboscamenti e il disordine idrogeologico hanno prodotto frane e alluvioni. I fiumi, distrutti i boschi sulle pendici delle valli, hanno accolto quantità incalcolabili di detriti e sono divenuti fiumare, furiose e catastrofiche d’inverno, arse e siccitose d’estate. Tante, troppe volte, una divinità misteriosa ha scosso la Calabria, distruggendo paesi e città, sconvolgendo i contadi, provocando lutti e povertà. Per cui, i calabresi pur essendo vissuti per secoli immersi nella natura, pur avendo contribuito, con la loro opera, a forgiare un paesaggio ancora straordinariamente attraente nonostante gli scempi, non hanno avuto il tempo di emanciparsi dalle loro ataviche paure. Ancora oggi fanno fatica a pensare alla natura e al paesaggio della loro regione come a un tesoro da proteggere e accudire.

Ma tra i calabresi e la loro terra ce anche un rapporto improntato a sensi di colpa e a reticenze. Quando uno dei protagonisti de I fratelli Rupe di Leonida Repaci, torna dal Nord verso il suo paese, in Calabria, colpito da un grave terremoto, così commenta la voce narrante: «La terra natale non fa a Tristano Rupe grandi feste nel riceverlo, che non è del vero amore la smanceria. Anzi l’incontro tra lui, figliol prodigo, e la Calabria, ha sempre una cert’aria di imbarazzo, dovuta al fatto ch’egli non sa giustificare dinanzi a lei (il bisogno non basta!) la sua lontananza, ed essa non vuole confessargli di soffrire per il suo abbandono».

A loro modo, i calabresi, affamati per secoli dalla scarsa produttività dei poderi e delle colture, e tuttavia dipendenti, per sopravvivere, proprio da essi, hanno stretto un legame di sangue con la terra, che a essa sempre li riporta, almeno con la memoria, quando sono costretti a spargersi per il mondo. «Io quando sono qui vorrei essere in America

– fa dire Francesco Ferri a uno dei protagonisti di Emigranti – e quando ero in America, tutte le notti sognavo la mia casa. Questa terra bruciata ci perseguita e non ci lascia dormire fino in capo al mondo. Cosa avevo lasciato qui io? miseria! eppure queste brutte strade sporche, queste case, questi orti li avevo sempre davanti agli occhi. […]

Che cosa aveva, dunque, in sé quella terra per conquistare il cuore, per essere ricordata e rimpianta in ogni angolo del mondo, dove si trovavano errabondi i suoi figli in cerca di lavoro e di pane? Nessuno l’avrebbe saputo dire, se non forse il cuore. […] In quella terra così variae pittoresca, piena di contrasti, apparentemente povera e intimamente ricca, saporosa, grave e soave, c’era una certa rispondenza con la vitae l’anima dei suoi abitanti».

Perché i calabresi non hanno cura della Calabria?

Secondo Martin Heidegger, che scrisse un piccolo saggio proprio sull’abitare e il costruire, si può ipotizzare che la radice etimologica del verbo «abitare» in lingua tedesca (wohnen) abbia un doppio significato: da un lato, «avere la pace» (in un luogo), «essere protetti» (dal luogo); dall’altro «tenere in pace», «proteggere» il luogo. È un’ipotesi affascinante, che ci dice quanto il rapporto tra uomini e luoghi – che sta alla base dell’abitare e del costruire – sia importante in ambedue le direzioni: io sto bene e mi sento in pace se il luogo che mi ospita mi vuole bene e mi fa sentire in pace; per questa ragione voglio bene, mantengo nella pace, proteggo il luogo che mi ospita. È insomma, una sorta di cerchio sacro, entro cui l’un protagonista non può vivere in pace se l’altro protagonista, il luogo, non è a sua volta in pace.

Abbiamo visto come un vero armistizio tra uomini e luoghi, dopo tante catastrofi, dopo tante guerre, non sia mai stato firmato in Calabria. Al punto che la pace reciproca che auspica Heidegger qui non è ancora arrivata. È come se la Calabria fosse in uno stato di guerriglia permanente degli uomini contro i luoghi: ruspe, escavatori, motoseghe, betoniere al posto di carri armati, cannoni, mitragliatori, bombe a mano.

In molti, dopo aver osservato le devastazioni del territorio (a partire da quella più evidente: la cementificazione delle coste), si chiedono perché i calabresi non abbiano cura della loro terra. Soprattutto ora che dovrebbero essersi emancipati dal rancore verso le catastrofi naturali, ora che essi son divenuti «adulti» e potrebbero gettarsi alle spalle quella sorta di odio-amore di cui abbiamo appena parlato.

A lungo mi sono fatto anch’io questa domanda senza riuscire a darmi una risposta plausibile. Ma alla fine, durante la stesura di questo testo, proprio alcune delle letture che intendevo qui consigliare (e non solo quelle) mi hanno offerto, inaspettatamente, un appiglio.

Devo citare nuovamente Pier Paolo Pasolini, il quale ebbe con la Calabria un rapporto fugace quanto burrascoso: famoso il suo passaggio in Calabria del 1959, durante il quale, da Cutro, affermò che quello era un paese di banditi, come in un film western, e da qui una serie di polemiche finalmente placate con un successivo intervento chiarificatore dello scrittore. Ma è in un dialogo di qualche anno dopo che Pasolini mette davvero a fuoco il problema dei calabresi. Raccontando della sua esperienza in Calabria scrive: «La Calabria è stata sempre periferica, e quindi, oltre che bestialmente sfruttata, anche abbandonata. Da questa vicenda storica millenaria non può che risultare una popolazione molo complessa, o, per dir meglio, con linguaggio tecnico, complessata. Un millenario complesso di inferiorità, una millenaria angoscia pesa sulle anime dei calabresi, ossessionate dalla necessità, dall’abbandono, dalla miseria. Nel popolo questi complessi psicologici di carattere storico, possono dare, nei casi estremi, i risultati più opposti: la più grande bontà – una bontà quasi angelica – e una furia disperata e sanguinaria (la cronaca purtroppo ne parla ogni giorno). Una popolazione esteriormente umile, depressa, internamente drammatica».

E di complesso di inferiorità parlò anche Giuseppe Berto, che, invece, con la Calabria, ebbe un rapporto molto più duraturo. Nel 1973 egli scriveva: «Temo che salvare quanto rimane del paesaggio e dell’antica civiltà calabrese sia impresa disperata. Infatti c’è da lottare contro forze soverchianti. E non si tratta soltanto di scarso senso civico, per cui il calabrese è prepotentemente portato ad anteporre il bene proprio al bene comune (succede ovunque). Né soltanto di ignoranza, per cui succede che molti di coloro che deturpano paesaggi con costruzioni orribili sono intimamente convinti di abbellirlo con capolavori architettonici. Contro queste forze, ancorché prepotenti, si potrebbe combattere. Il guaio più grosso è che il calabrese è mosso da un irrefrenabile stimolo di autodistruzione che, per quanto riguarda l’ecologia, ha le sue radici in un senso di inferiorità collettiva. I calabresi sono i primi a non credere alla bellezza e all’altezza della loro civiltà, che è una civiltà contadina. Per essi la civiltà contadina è simbolo di miseria, di scarso cibo e di molte malattie, di disprezzo, vero o supposto, da parte di altre popolazioni economicamente e tecnicamente più progredite. È comprensibile quindi che essi vogliano cancellare le vestigia di tale civiltà – e anche un paesaggio vergine appartiene alla civiltà contadina – e contro questo oscuro bisogno la lotta è più difficile perché va condotta nel profondo».

Berto, da forestiero che amava la bellezza della Calabria, si rammaricava nel vedere, anno dopo anno, scomparire angoli di primigenia bellezza travolti da qualche nuova opera dell’uomo. Ragionò in modo disincantato, con la lucidità di chi guarda dal di fuori, e capì: i calabresi credono che le loro origini contadine (e con esse tutto ciò che le ha rappresentate, dalle attività economiche tradizionali alle forme e ai materiali costruttivi delle architetture tipiche, sino ai campi coltivati e ai boschi e ai tratti di costa intonsi e alle montagne «vergini» o quasi) siano da ripudiare perché sinonimo di povertà, di sofferenza, di fatica. E credono che quella civiltà fosse inferiore a qualunque altra. Sicché ogni suo segno va cancellato senza alcuno scrupolo. Da qui le forme inintelligibili dei nuovi costruiti, il caso dell’urbanizzazione, gli incendi dei boschi, i rifiuti disseminati ovunque, la scarsa cura, insomma, per l’ambiente, il territorio, il paesaggio.

Ma Pasolini e Berto non erano stati né gli unici né i primi a comprendere la questione del «complesso di inferiorità». Già in Cristo si è fermato a Eboli, Carlo Levi aveva usato, diversi anni prima, l’identico termine per voler dire la medesima cosa: «La sconsolatezza di Orlando [un uomo incontrato nel paese lucano ove Levi era confinato, N.d.R], che era quella di tutti i meridionali che pensano con serietà ai problemi del loro paese, derivava, come in tutti da un radicale complesso di inferiorità. Per questo può forse dirsi che è impossibile a essi capire completamente la loro terra e i suoi problemi, poiché partono, senza avvedersene, da un confronto, che non dovrebbe essere fatto, tutt’al più, se non dopo. Se si considera la civiltà contadina una civiltà inferiore, tutto diventa sentimento di impotenza o spirito di rivendicazione: e impotenza e rivendicazione non hanno mai creato nulla di vivo».

Da LETTERE MERIDIANE, di Francesco Bevilacqua – Rubbettino

FOTO: Chiesa di Santo Linardo, ORSOMARSO (Anni Cinquanta)

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