Il topos negativo del calabrese nasce a Roma

Il Bruzio nella Tabula Peutingeriana

II tòpos del calabrese altero e ribelle esordisce con un carattere negativo, annesso alla storia dei bruzi – e solo ad essa – dalla tradizione romana. Se Cicerone riteneva che nulla restasse della civiltà magnogreca, ancora da prima si era sperimentata l’indomabile ostilità dell’altra etnia calabra, quella bruzia, dai tempi della conquista annibalica fino alla guerra sociale ed oltre, e dei bruzi non restava che un’opinione pessima, come di elementi facili alla sedizione, infidi e doppi (non a caso parlavano due lingue, cioè l’osco e il greco, i «bilingues Brutates» di Ennio secondo Pesto), barbari, brutali (la significatività dell’etimo appariva scontata). Se Cicerone ha parole di grandissima lode per le colonie magnogreche, soprattutto rivendicando ad esse il primato culturale di ascendenza pitagorica (nel Pro Archia, nelle Tusculanae Disputationes, nel De oratore), in Livio sono frequenti gli accenni negativi agli abitanti dell’interno di questo «extremus Itahae angulus» e al loro atteggiamento antiromano e filoannibalico. Anche la connotazione brigantesca dei bruzi è già in Livio (XXVIII, 12), che parla della loro naturale tendenza (insitus mos) di esercitare la guerriglia a mo’ di predoni (per latrocinia militiam exercendi), e che altrove (xxix, 6) ritiene il loro ìngenium incline più al brigantaggio che alla guerra (latrociniis magis quam iusto bello]. Per cui si riteneva naturale che, una volta dolati, i bruzi dovessero essere tenuti dai romani in infima consideratone: secondo la testimonianza di Gellio (Noctes Acticae, X, 3), già Catone, nell’orazione In Q. Minucium Thermum de falsis pugnis,aveva conoscenza dell’abituale utilizzazione dei servi bruzi nelle punizioni corporali: «Disse che con poca cura dai Decemviri gli erano stati apprestati gli alimenti: ordinò che venissero spogliati e frustati; i [servi] bruzi procedettero alla fustigazione».

Secondo l’interpretazione di Gellio, i bruzi per i motivi politici che si sono già accennati, ribellatisi per primi ai romani ai tempi di Annibale, non potevano esserne alleati e nemmeno soldati, ma soltanto servi al seguito dei governatori inviati nelle lontane province, spesso in qualità di lorarii, cioè di carnefici e fustigatori di condannati e carcerati.

Non ci voleva molto per attirare sui bruzi anche l’odioso pregiudizio dei cristiani, a partire dal Medioevo: se le cose erano quali Catone e Livio, Pesto e Gellio le avevano attestate, era logico che solo dei briganti nati come i bruzi, e per giunta lorarii agli ordini di Pilato (secondo il costume di destinare i bruzi al servizio di governatori in terre lontane e difficili), avevano potuto essere i carnefici di Nostro Signore. E il pregiudizio dovette durare incredibilmente a lungo, se nel Seicento vi accennava il Martyrologium del famoso cardinal Baronio, e se nel Settecento si ritenne opportuno porre in appendice alla ristampa del De antiquitate del Barrio l’ampia disquisizione di Pietro Paolo Frentano, Bruttiia calumnia de inlatis Jesu Christo Domino nostro tormentis et morte vindicati. Così, «a Dio spiacenti ed a’ nemici suoi», i tristi eredi degli antichi bruzi furono gravati da un’impalpabile fama negativa la quale, con l’andare del tempo, dovette, più che attenuarsi, parzialmente cambiare di segno, residuandovi, con assoluta prevalenza, il carattere di pericolosità sociale dei calabresi, insieme – però – con quelle doti naturali che l’insondabile stratificazione della mentalità annetteva ai potenziali nemici: astuzia, spirito indipendente, testardaggine, imprevedibilità, violenza nelle passioni, una natura morale tenace e inaccessibile come richiedeva la natura fisica del loro territorio. Tutte qualità che potevano essere il risvolto di altrettante caratteristiche positive, o coniugarsi agevolmente e naturalmente con esse.

Da STORIA DELLA CALABRIA, di Augusto Placanica – Donzelli

FOTO: Rete

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