Quando i clandestini erano i meridionali

Fino al 1961 rimase in vigore la legge fascista contro l’urbanesimo, che impediva il trasferimento in città a chi non potesse dimostrare di avervi un lavoro stabile, ma allo stesso tempo impediva l’assunzione di chiunque fosse sprovvisto della residenza nel comune sede del luogo di lavoro. L’effetto di tale norma negli anni del «miracolo» non fu quello di bloccare gli spostamenti di popolazione – che si ebbero e che, come abbiamo visto, furono massicci – bensì quello di trasformare le masse di lavoratori, ampiamente richiesti dalle imprese del Nord, in un esercito di clandestini. Tutto questo indeboliva enormemente la loro posizione sul mercato del lavoro, favorendo illegalità e sfruttamento. Soprattutto, si ridusse la fiducia di questi «fuorilegge» nelle istituzioni, nello Stato e nelle sue regole, proprio in un momento di grande trasformazione in cui i «nuovi» italiani usciti dal crogiuolo del «miracolo» avrebbero potuto sviluppare un senso di appartenenza e di cittadinanza. A rafforzarsi furono invece le relazioni di tipo privato, familiari, parentali e amicali, che svolsero una funzione di supplenza e di integrazione nelle nuove realtà urbane. Ancora una volta la via italiana alla modernizzazione passava attraverso il rafforzamento del privato e dell’approccio individualista a scapito dell’integrazione e dell’etica pubblica.

Nella larghissima maggioranza dei casi, la manodopera meridionale trovò la prima occupazione al di fuori dei canali legali. Pochissimi erano coloro che si iscrivevano agli uffici provinciali del lavoro, di cui invece si servivano ampiamente i lavoratori settentrionali, a cui l’ingresso legale nel mercato del lavoro garantiva regolare trattamento economico, previdenziale, assicurativo. Lo status di lavoratori irregolari cui erano costretti spingeva la maggior parte dei meridionali a iscriversi a fantomatiche «cooperative», che li collocavano in fabbrica trattenendosi fino alla metà della paga, senza che vi fosse un’assunzione regolare e quindi neppure versamenti contributivi. Le «cooperative», che nella sola Torino gestivano circa 30.000 operai, erano in genere controllate da altri meridionali, che periodicamente si recavano nelle regioni di provenienza a reclutare nuova manodopera. Soltanto nel 1961 venne abolita la legge fascista contro l’urbanesimo e furono vietati l’appalto e il subappalto della manodopera. Non cessò però l’utilizzo in forme irregolari della manodopera, specie di quella meridionale che, ormai «educata» all’illegalità e alla sfiducia nelle istituzioni, continuò a non rivolgersi agli uffici del lavoro, precludendosi così l’accesso a impieghi regolari.

Nel tragitto che vide gli immigrati accostarsi alla modernità della città e del lavoro di fabbrica, mancò la funzione mediatrice dello Stato e delle sue istituzioni. A svolgere questo ruolo furono altre figure, come la Chiesa attraverso la capillare rete dei parroci, che indirizzavano dai luoghi di partenza e accoglievano in quelli di arrivo e che potevano avvalersi delle diverse istituzioni assistenziali ecclesiastiche. Ma anche il sindacato, che educò i nuovi arrivati alle relazioni di fabbrica, fornendo aiuto concreto attraverso i patronati. Centrali furono soprattutto la famiglia e la rete parentale e di compaesanità, che garantivano protezione e assistenza nella difficile fase dell’arrivo in città, della ricerca di un lavoro e di un posto dove vivere, ma che assicuravano anche il permanere di punti di riferimento culturale in una condizione di spaesamento e sradicamento. La scelta di una destinazione piuttosto che di un’altra avveniva spesso seguendo le cosiddette «catene di richiamo», che facevano in modo che familiari e compaesani si ritrovassero a vivere e a lavorare insieme a centinaia di chilometri dai luoghi di origine, ricreando in questo modo comunità capaci di rendere meno traumatico l’inserimento nella nuova realtà. Il processo di integrazione avvenne pertanto grazie all’utilizzo di forti e radicate reti di tipo premoderno: la famiglia contadina nucleare e le reti di parentela e di vicinato. Queste strutture, ereditate dalle società tradizionali del Meridione e trasferite nella società industriale del Nord, riflettono il carattere contraddittorio e ambivalente della modernizzazione italiana, compiutasi attraverso un intreccio e una sovrapposizione tra vecchio e nuovo.

Da STORIA DELL’ITALIA REPUBBLICANA, di  Andrea Di Michele – Garzanti

FOTO: Rete

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