Un libro per amico – SOLE NERO A MALIFA’

Qualche giorno fa ho finito di leggere SOLE NERO A MALIFA’, di Sharo Gambino. La Calabria degli anni Cinquanta, con tutta la sua miseria, fa da sfondo ad una vicenda cruda, che ha per protagonista un giovane.

Vi propongo le prime battute.

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Elci, brughiere, felci, ginestre e, qua e là, uno sull’altro che par di vedere scale appoggiate alla montagna, brevi terrazzi coltivati tenuti su da muretti di sassi cementati dall’erba. Ogni tanto uno squarcio enorme, una gran colata biancastra: una frana, che il fiume, il quale corre tortuoso nella vallata bianco di spuma e verde di profondità, corrode giorno per giorno, poi, quando piove a torrenti, s’ingrossa e viene giù a rovina. Chi andò per primo a costruire una casa, in quel posto, doveva essere un santo o fors’anche un ricercato dalla legge. Un altro non avrebbe dato principio a quella vita che più disgraziata non potrebbe essere. Gente nuova, infatti, ne arriva assai di rado, il più frequente è l’esattore; e quei malifioti, i più fortunati, che una diecina di anni fa perdettero la casa durante un’alluvione, approfittarono per farsela costruire dallo Stato sulla pianura di Masseria. Ora, lassù, anche se non la spuntano ad avere il cimitero, la chiesa, la luce elettrica e tante altre cose, almeno hanno il cesso, l’acqua e la vasca da bagno, viaggiano col postale e facce nuove ogni tanto ne vedono. Anzi, c’è qualcuno che s’è comprato una moto Ape, svolge commercio e se la passa bene.

Anche gli altri, se ne andrebbero. Perciò ogni tanto qualcuno scrive una petizione al Governo (e tutti gli altri – lui fa il giro casa per casa – la firmano), facendo presente che subito dopo l’alluvione venne approvata una legge la quale stabiliva il trasferimento totale dell’abitato in una zona più sicura. Ma, come si dice? passata la festa, gabbato lo Santo; nessuno gli dà più retta e loro aspettano che venga una seconda alluvione così lo Stato, per sì o per forza, dovrà provvedere.

Malifà, il paese, è un pugno di tetti marci e muri di tufo senza intonaco, neri quasi quanto i quattro piedi d’ulivo là attorno i quali danno olio quanto non basta per tenere accesi tutto l’anno i lumi al Santissimo. Da sopra, fin sotto la siepe di fichi d’India sull’abisso del fiume, lo scorre la strada processionale, sassosa, fatta a scalini, sulla quale pendono mignani di legno fradicio e scale pericolanti. Usci rappezzati s’aprono a mostrare tuguri neri perché, mancando il camino, il fumo parte se ne va da un buco nel tetto, il resto s’attacca alle pareti, al soffitto, ai pochi arredi. Pure a scalini, in un intrico, viuzze strette salgono e scendono per incontrare la principale e nelle quali a mala pena ci passa un uomo e il sole v’entra, fuggendo, solo a mezzogiorno.

La montagna, aspra, sassosa, incombe sull’abitato. Ogni tanto da lassù si staccano massi sotto i quali più d’un malifioto ci lasciò la vita. Uno di questi poveri disgraziati fu scoperto parecchi giorni dopo mangiato dai cani e fu per via dei vestiti che lo poterono identificare.

Sulla montagna i malifioti hanno costruito i terrazzi, strisce di terra sostenute da muretti di sassi e che hanno sull’orlo fili di vite. Dentro ci coltivano cavoli, patate, fagioli, ma di più granturco per il pane quotidiano che mangiano accompagnandolo con sarde salate, olive secche, oppure, ma quand’è ancora caldo di forno, con una goccia d’olio. Per tutto l’anno i malifioti buttano sudore e sangue su quella terra avara, a zapparla, a seminarla, a pulirla dei sassi che piovono da sopra; e spiano per vedere cosa farà il tempo, facendosi il segno della croce per ogni giorno che passa bene. Ma tante volte la grandine spacca l’uva quand’è appena matura, e le gelate e la nebbia, che arriva improvvisa dall’occhio di mare, rovinano il resto. Perciò i malifioti hanno il cuore indurito, non credono in niente. Non pregano da quando andavano a scuola e bestemmiano ad ogni parola, pure le donne, pure i bambini, ma senza peccato, perché non sanno cosa sia bene e cosa sia male. Tutti, però, vanno a Messa quelle volte che, se il tempo è buono – e menandosi avanti le capre perché nemmeno lui sciala -, arriva il prete. Ma questi parla latino e poi corre via, perciò chi insegna loro ad ingentilirsi il cuore?

Giornali non ne arrivano; tranne, una volta al mese, «II Carabiniere» al Fiorello che ha preso ad abbonarsi per fare un piacere al suo amico brigadiere di C…; e quando il Fiorello, nella stagione, se ne va a fare il boscaiolo in Francia, la moglie gli conserva tutte le copie con lo stesso amore con cui nel ventre gli matura un figlio.

Cinema e televisione? Non sanno nemmeno che esistono se non sono andati all’estero o a fare il militare oppure a Roma, dove si impiegano nei giardini o alla porchereccia, allo scarico delle immondizie, per scavare e selezionare carta straccia, vetri, barattoli, ritagli di stoffa, vecchi giocattoli… La radio, invece, la conoscono tutti, ce l’ha Caromba nella bettola. Una volta un giovinetto, convinto d’essere preso in giro, che qualcuno ci si fosse nascosto dietro a parlare, andò a sincerarsi e pensandoci ancora ridono, cavallo fottuto!

Il loro diversivo è bere e mangiare giocando a carte, la sera, nell’osteria di Caromba, e poi la moglie che li aspetta a letto. Così è che Malifà è piena di bambini poco intelligenti, luridi, laceri o nudi completamente o con una camiciola fino all’ombelico, lasciati in custodia alla sorellina maggiore, mentre i grandicelli cominciano a rendersi utili e a guadagnarsi il pane andando a zappare insieme ai grandi o in mezzo ai boschi e tra le frane a sorvegliare le capre al pascolo; perciò a scuola ci vanno malvolentieri, un giorno sì e dieci no, e solo per paura della denunzia, perché nessuno di loro dovrà diventare professore, medico o avvocato. Le cose utili alla vita gliele sanno insegnare pure i genitori, la sera quando sono seduti accanto al focolare con la scodella tra le mani e il sonno negli occhi.

Appena spunta il giorno, i piccoli caprari si provvedono d’un pezzo di pane, lardo, ulive secche o sarde salate, si appendono alla cintura le minuscole scuri e salgono alla montagna guidando le capre con lunghi bastoni, con sassi e grida e bestemmie. Avvolti dal vasto silenzio cupo della vallata, stanno ore ed ore ad intristirsi coi pensieri, a meditare dispetti, a ruminare crucci, diventando precocemente adulti. Ma quando un fischio, un grido, una bestemmia, avvisano la vicinanza di altri caprari, si forma la combriccola.

Giocano a carte, vanno a rubare frutta, in cerca di nidi, a caccia di ghiri, o fanno dispetti ai nemici o tagliano giovani elci e faggi per portarli a casa al tramonto. Intanto, le bestie fanno danni al rimboschito dell’Ente Riforma o negli orti incustoditi. I caprari fanno finta di accorgersene solo quando compaiono le guardie forestali o i proprietari; e quasi ogni giorno ci sono multe, sequestri, liti, che finiscono in Pretura, perché i padri dei ragazzi non pagano se non c’è la condanna e pure dopo, molte volte, deve arrivare l’usciere per il pignoramento.

Così, vivono anni e anni. Quando saranno diventati adulti, non avranno conosciuto altro che i Piani di Centa, la Guglia, le Rùpole, Murmari e Conca di Triemi dove, dicono gli anziani, nei tempi antichi riposò una notte Guerrino il Meschino. Grandi, dopo il servizio militare o perché stanchi di guardare le capre del padre, cercheranno lavoro per conto proprio, andranno a scavare il ciocco per le bozze di pipa che viene pagato anche a mille lire il quintale. Risparmieranno, poi si sceglieranno una donna ed apriranno famiglia. Se non avranno la casa, se la costruiranno in pochi giorni, con blocchi di tufo o di cemento: un paio di stanzette e finestre piccole quanto perché ci entri un filo di luce. I primi giorni, la casa è pulita, poi il fumo la scurisce  e pur essa sembra lì da mill’anni.

Da SOLE NERO A MALIFA’, di Sharo Gambino – Rubbettino

FOTO: Rete

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