IN VIAGGIO DA PAOLA A SCALEA ALLA FINE DEL SETTECENTO – 2°p

SCALEA ai primi del Novecento

Nel 1792 Giuseppe M. Galanti venne mandato dal governo del Regno di Napoli in Calabria, per verificare la condizione della provincia. La Rivoluzione francese aveva seminato fermenti rivoluzionari in tutta Europa, Calabria compresa. A corte non si stava tranquilli.

Galanti percorre la nostra regione in lungo e largo, raccogliendo dati; mostrando le condizioni economiche e sociali; sottolineando lo strapotere dei baroni e la miseria della popolazione.

In queste pagine ci parla del territorio che va da Paola a Scalea. Veniamo a conoscere dati sorprendenti sia sotto l’aspetto sociale che economico.

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Paula cole sue miserie è il primo paese di tutto il littorale tirreno della Calabria Citeriore. Ha carne, frutti, ortaggi, denaro, molte case comode, molti vetturali. Dopo Paula in grado minore bisogna mettere Cetraro. Amantea si distingue per nobiltà; San Lucido e poi Fiumefreddo per un poco di commercio.

Paula per le sue fiere ha un teatro dove passa la compagnia in musica di Cosenza. La sua posizione è bella: *in un luogo eminente alla vista del mare*. Sul lido ha una picciola marina, cioè pochi edifizi, e magazzini. Dalla marina si passa alla città per mezzo di una larga strada, costrutta su di un ponte inclinato che ha molte arcate. Terminata questa strada, in linea diretta si passa in un’altra strada molto bella per essere larga, ornata a’ lati da belli pioppi *ed olmi* e dietro ad essi giardini. Questa strada è alquanto larga e va dritto alla porta della città. Entrati in questa porta, si trova una bella piazza con qualche buona strada laterale. Ecco tutto il bello di Pavola ch’è molto picciolo; tutto il resto non è che un gruppo di case poste in un pendio irregolare e scosceso in gran parte.

San Lucido, 3 miglia lontano da Paula, è un picciolo paese posto su di una picciola eminenza sul mare. Sul lido ha una picciola marina o sian poche case per comodo del traffico.

Il santuario di Paula è disposto *a’ piedi del monte*, un quarto di miglio dal paese. Richiama molta gente, perché i calabresi sono divoti di questo santo, ed in conseguenza molto denaro. Paula deve a questo santo il suo picciolo lustro. Il monastero ha 40 monaci ch’esercitano molte industrie, così di animali che di bachi da seta*.

In Paula si vuole che siasi accresciuto il numero degli espositi colla maggiore prostituzione, dopo che si è messo in ottimo ordine l’Orfanotrofio in Cosenza. Le nutrici di Paula, di numero circa 5, non sono pagate per molti mesi. Si sono rimesse le fedi dell’esistenza de’ bambini e da 4 mesi non hanno avuto valore sotto pretesto di essersi dette fedi disperse. *Talvolta si sogliono obbligare le nutrici di andare a Cosenza a prendere le mesate. Per averle, insomma, debbono molto tentare e spendere*.

Questa contrada messa sul littorale avrebbe bisogno di una strada, mentre le terre hanno una difficilissima comunicazione tra loro.

Paula ha molti galantuomini in gran parte oziosi.

Paula ha 2 congregazioni, le quali hanno ciascuna 2 piccioli Ospedali di 4 letti. Alternativamente, un mese alloggiano i pellegrini un altro mese alloggiano infermi stranieri; quando una confraternita esercita l’opera de’ pellegrini, l’altra esercita quella degli infermi, pelli quali tengono salariato il medico ecc.

Li salumi della Calabria settentrionale sono di qualità superiore a quelli della Calabria meridionale.

In Paula un tintore straniero detto mastro Filippo Sansone, vagabondo e di patria incerta, lasciò una moglie gravida che trapassò col parto di 2 gemelle: una di esse fu esposta a Cosenza, e fu ricevuta dall’Ospedale, l’altra dal sindaco di Paula fu data a nudrire ad Anna Maria Signorelli, a cui era morto il proprio bambino, e fu ricevuta e nudrita colla speranza sicura di avere la corrisponsione di 10 carlini al mese. Sono 15 mesi che si è fino ricorso al re e si è insistito in Cosenza per tale corresponsione senza effetto. Ha finalmente risposto l’uditor Sansone che l’Orfanotrofio paga per li figli di padre incerto, non per quelli di padre certo; mentre si ha ricevuto l’altra gemella.

In Acri abbiamo veduto della seta bene tirata. Nella provincia vi sono 5 generi di seta li quali si diversificano e si tirano secondo l’uso al quale sono destinate. 1°, seta di assortimento, eh’è una seta tirata grossa come spago e serve per cucire, e si ricerca dalla piazza di Napoli più delle fine; 2°, seta marina, tratta più fina, serve così per cucire che per drappi, e si paga grana 10 di più a libbra; 3°, seta di costa tirata più fina, per lavori di drappi lisci, e si paga grana 10 di più della precedente; 4°, seta di assalto liscia, e si tira più fina della precedente: serve per drappi ed armosini, e si paga altre grana 10

di più della precedente; 5°, seta assalto a cirella: si paga altre grana 10 di più dell’antecedente e serve per lavori fini. Li primi 4 generi si tirano a mangano corto di 5 palmi di diametro; l’ultimo di 9 palmi di diametro. L’ordine del Consiglio delle Finanze, che prescrive tirarsi a mangano di 5 palmi, si è trovato assurdo. La voce si fa per la sola seta di costa.

Una caldaia giugne a trarre fino a 22 libbre al giorno quando i follari sono buoni. Tirata per bene, non si può ottenere più di 4 o 5 libbre al giorno.

Fiumefreddo ha propri pescatori e marinai. I loro viaggi sono per Messina, Livorno, Genova e Marsiglia. Trasportano cuoia, frutta secche, oli, castagne, ecc. Riportano zucchero caffè, pelli, ferro, rosoli, merci. Il territorio è ristretto e per primo prodotto ha la seta, [e poi i] pascoli; l’olio lo tira da Salerno, San Pietro di Amantea, San Biase, Aiello e Serra [d’Aiello], come dagli altri luoghi convicini. Sono scarsi li campi a semenza. Molto sostegno ricava dalla pesca, e l’alto prezzo del sale è di ostacolo a ritrarre beneficio maggiore. Ha poco vino, che appena basta al suo bisogno. La gente è attiva ed industriosa, ma gli oggetti del suo commercio sono picciola cosa.

San Lucido ha una picciola fabbrica di acquavite.

In Fiumefreddo, ed in tutti li feudi della marchesa della Valle (80), il barone esercita il diritto di scegliere il sindaco sotto titolo di conferma, quello proibitivo de’ mulini, dei trappeti, la fida [salvacondotto,] degli animali in tutti li poderi anche de’ particolari. Questi feudi sono, oltre Fiumefreddo, Falconara, Longobardi, Mendicino, Rende, San Fili, Domanico, ecc. La fida l’esercita per lo più su’ propri animali; si devastano così le coltivazioni. Si fidano pure gli animali de li esteri dallo stesso barone(81).

In Paola buono negoziante di ragione è don Giuseppe Lambiasi.

Il giorno 26 giugno si giunse in Paola con un caldo niente sopportabile. Erano già molti giorni che si soffriva questo caldo così poco conveniente alla stagione, e tanta materia elettrica che si elevava nell’aria ci faceva temere un turbamento nell’atmosfera, che poteva impedirci di proseguire il nostro viaggio per mare ne’ giorni, appunto, che si aveva bisogno di questo elemento così poco sicuro. Li nostri timori erano fondati, e quello che gli altri chiamano presentimento non era che un giudizio che dettava la sperienza, la quale costantemente ha mostrato seguire de’ turbini nell’aria dopo alcuni giorni di calore in tempi insoliti a mostrarlo. In fatti la notte seguente al giorno 26 cominciò l’aria ad essere agitata:  tale violenza crebbe nel giorno 27 e si rese oltre misura terribile nel giorno 28. L’aria era furiosamente mossa da due correnti – da *greco levante, che poi si cangiò in levante e scirocco levante — [e] fece delle devastazioni inestimabili ed infinite nella campagna; li grani non falciati, tutte le piantagioni del grano d’India sono state abbattute e distrutte. Tale è stata ancora la sorte dell’altre piante a sementa. Gli alberi da frutto non sono stati risparmiati in questa giornata infausta e memoranda non solo le frutta sono state svelte dai loro rami e sparse per la campagna, ma moltissimi degli alberi sono stati divelti dal suolo o hanno avuto i loro rami rotti e fracassati. Non è stato per noi spettacolo meno pietoso il vedere tutta la popolazione di Paola contristata ed afflitta, le donne sopra tutto struggersi in lagrime e con voce lamentevole implorare in vano il soccorso del ciclo. Questa popolazione, siccome si è notato, scarso prodotto ritrae dalla terra e vederlo oggi distrutto deve a ragione essere agitata quanto possa essersi a fronte del timore di mancare il mezzo più essenziale da sussistere.

Il vento di questo giorno era furioso e caldo, per cui con doppia via ha devastato le campagne.

La sera del giorno 28 mostrò di quietarsi e di dar luogo alla pioggia, come è accaduto nella notte seguente. Oggi, giorno 29, continua la pioggia con vento, e così siamo stati trattenuti in Paola, senza potere proseguire il nostro viaggio sopra questo littorale.

Fu per noi uno spettacolo dolente il vedere il gran numero del popolo che circondava in questi giorni la nostra abitazione, che implorava la nostra protezione che essi credevano bastante a far loro ottenere da sua maestà il rilasciamento de’ tributi per quest’anno. Lo stato di questa popolazione è infatti deplorabile. Il frumentone che forma la sua principale sussistenza è stato tutto distrutto. Molti gridano che sarebbero andati fino a’ piedi del re per mostrargli la loro miseria; a lui si lamentavano che le rendite del pubblico erano scialacquate né se ne dava conto: non pochi si dolevano di avere li figli o li mariti carcerati per l’impotenza di poter soddisfare i pesi fiscali. Queste lamentevoli voci aumentavano il cattivo umore e l’ippocondria che il soggiorno poco desiderato di Paola ci fece nascere.

In questo littorale di questa provincia vi è un uso degno di osservazione. 9Buona parte della gente rustica abita continuatamente nelle campagne. Li proprietari de’ poderi danno la casa a’ loro villani: dividono egualmente con essi la frutta così verde che secche che si estimano precedentemente da un pubblico esperto, * il mosto a metà, la coltura delle vigne a carico solamente del villano*; dell’industria della seta il padrone mette la foglia (82) ed il villano le fatiche, e del prodotto costui riceve il terzo; per li campi a semente il villano contribuisce al podere una data prestazione in generi. In alcuni luoghi gli animali che si allevano sono del solo villano, in altri il padrone da gli animali, il villano mette la custodia e poi dividono.

Il dì 29 si visitò il santuario di San Francesco di Paola. È esso situato circa mezzo miglio da Paola in una valle chiusa da monti, per la quale passa un torrente. Parte di questo convento è posto sul torrente.

La chiesa è cattiva e fetida all’eccesso per divozione che si ha di farsi seppellire in essa. Vi è una cappella di marmi neri e di altri colori, nella quale si conservano con gran venerazione varie reliquie di san Francesco, come i suoi sandali, il suo mantello, un dente, ecc. La divozione che si ha in Paola per questo santo è indicibile. Quando vogliono ottenere qualche grazia caricano di funi la sua statua, gli mettono una corona di spine in testa, ecc. Tanto si è praticato nella presente disgrazia sofferta nelle campagne. Il convento è grande, ma cattivo ed umido per la sua posizione. Ha una mediocre biblioteca.

Sarebbe opportuna una strada di comunicazione [che conduca] da San Lucido nel vallo di Cosenza per San Fili, ecc.

Il governo feudale è la cagione prima della desolazione de’ particolari paesi. I baroni hanno introdotte molte illegittime esazioni, che si sostengono con i diritti usurpati di confermare l’elezione de’ sindaci e di disporre così delle comunità. Altri cittadini principali sono salariati da’ medesimi baroni, altri sono avviliti, altri oppressi. Paula sarebbe un paese florido se non fosse baronale. Si paga una pesante tassa catastale, che da il pieno di circa ducati 6.000 mentre le funzioni fiscali sono circa ducati 2.000; ducati 1.000 sono per li pesi della comunità e ducati 3.000 si pagano sotto diversi titoli al barone.

La mattina de’ 30 il tempo ci fece sperare qualche tregua e ci fece lusingare che avressimo potuto puntare felicemente nel Diamante. Partimmo infatti con un tempo che prometteva durata, ma verso

le 13 ore una pioggia dirotta ci molestò infinitamente. Fummo costretti tutti bagnati smontare al Capo di sotto Bonifati. Dopo un’altr’ora di cammino fummo assaliti da un’altra pioggia, la quale in parte evitammo col rifugiarci nella marina di Belvedere. Finalmente alle 20 ore arrivammo al Diamante.

Il litorale percorso è una serie di basse montagne che sono propaggini dell’Appennino. La cima più alta si vedeva dominare le montagne del littorale. Passato Belvedere si vede una montagna molto alta che lega colle montagne della Muletta, della Mula, ecc. dove la catena degli Appennini si scosta dal littorale (83).

Dal Cetraro fino alla Basilicata continua il disordine che i baroni esercitano il diritto del pascolo in tutti i territori, anche ne’ vigneti che formano la principale industria della contrada. I baroni v’immettono i loro animali impunemente.

È facile il rilevare i disordini ed i guasti che tale economia deve produrre. Questo abuso è tanto più orribile in quanto che questi animali distruggono l’unica sussistenza di questi popoli, che sono le vigne, i fichi, i frutti, gli ulivi: a quest’ultimi specialmente sono infesti li bovi e le capre. I bovi alcune volte sono de’ particolari. Questa contrada meriterebbe una speciale protezione pel commercio delle uve passe che si va a distruggere. Questi fondi si devono riguardare come tanti giardini.

Il pascolo delle vigne dovrebbe farsi dopo la vendemmia, ma né pure tale uso è osservato. Prima di farsi la vendemmia violentemente s’immettono gli animali.

Nel Diamante la Dogana di Foggia ha i suoi sudditi.

In questa contrada il barone dove pretende [e] dove esercita il diritto di confermare gli amministratori pubblici (84).

Nel Diamante in origine, quando si cominciò a formare la popolazione, il barone pretese che i cittadini dovessero essere tenuti a prendere il pane o carcarlo nel forno della sua taverna. Successivamente, cresciuta la popolazione, per questo diritto chiamato del famatico cominciò ad esigersi ducati 100 all’anno sotto specie di transazione. In seguito, dedotta questa causa nel Sacro Consiglio o in Regia Camera, fu impartito termine e che intanto l’Università [comunità] avesse fatto deposito di detta prestazione di ducati 100. Tale deposito non si è eseguito ed il barone per una specie di compenso che gli hanno fatto per connivenza i governanti non paga buonatenenza.

I particolari quando vogliono difendersi contro i baroni si tirano alle volte l’esterminio addosso, sì per le violenze e prepotenze, come per li litigi che debbono sostenere in Napoli. I baroni non mancano il più delle volte usare delle soverchierie tenendo sempre pronti de’ testimoni per attestare quello che loro piace. Frequenti sono gli escapi (85) in Calabria di persone di buon costume o fuggiasche o ritirate in chiesa. L’arma di cui fanno molto uso i baroni per quest’oggetto è il contrabbando.

A Belvedere vi era ed altrimenti da 2 anni è stato introdotto il ius del falangaggio, che consiste in esigere 1 carlino a barca anche senza affalangare (86), bastando che discenda un marinaio per far provisione o altro motivo.

Negli altri luoghi i baroni esigono questo diritto quando vi tengono il comodo per ligare e tenerci ferme le barche (87). Questo disordine, unito al sistema doganale, ruina il commercio né fa venirvi barche.

Nel Diamante il barone esercita il diritto proibitivo della taverna.

L’origine del Diamante è dal 1640.1 cittadini di Buonvicino sterminarono la famiglia del loro barone e si rifugiarono in questo luogo (88). Si chiamò Diamante dal nome di un vicino ruscello, dove erano giardini dove si coltivava il zucchero. Questa piantagione si esercitava dal Capo di Bonifati o sia Capo Tirone fino a Castrocucco, presso Maratea, specialmente ne’ feudi di Abate Marco e Cipollina (89). Esistono ancora i luoghi dove si conservava il zucchero.

Secondo il gusto generale della Calabria, anche il barone di Belvedere tiene numerosa sbirraglia con uniforme e mustacci.

Nell’isoletta di Cirella il barone esige l’ancoraggio quando si mettono al suo coperto o per stazionare e far caricamenti (90).

Sotto il titolo di canone i particolari che hanno poderi sulle strade sono costretti pagare una prestazione per l’accomodo delle strade.Il barone l’esige, le strade si accomodano, anzi si costringono i particolari a tenerle accomodate. Questo diritto si esercita per le vie vicinali. Decreti de’ tribunali hanno proibito quest’esecuzione ma tuttavia si esige. Per gli altri abusi del feudo di Cirella se ne domandi un notamente dal caporuota di Giorgio, che ne ha presa informazione.

Anche in queste contrade non si eseguono i decreti contro i baroni.

Sotto pretesto d’incisioni di alberi, di finti delitti, fino di bestemmie ecc., i baroni si usurpano le sete, le uve passe, ecc., violentemente. Ne’ feudi di Belvedere queste esorbitanze sono state praticate fino al tempo dell’avo del presente possessore.

Nella Scalea prima della soprintendenza che è presso del consigliere Bisogno si dispensava la lana, l’olio, il formaggio del barone a carissimo prezzo e si riceveva l’uva passa a ducati 2 il cantaio [Antica misura di peso, equivalente per lo più a kg 80 circa]. L’uva passa si introitava tutta, né si dava il compenso per quello che mancava del prezzo dell’olio, del formaggio, ecc. Oggi ciò si pratica in Cirella. Questo barone è quello che tiene più oppresso in quest’oggi il commercio delle uve passe.

L’esorbitanze feudali che si esigevano in Marano, feudo di Scalea (91), si possono sapere per mezzo di don Gaetano Lotti.

Sotto titolo di esazione alcuni baroni imponevano nuovi dazi ad uso delle fiscali, altri si addossavano realmente il prezzo dell’esazione con esigere il 15, il 20%.

Quando il settentrione è secco le migliori uve passe sono quelle dell’Impresa (92), nel territorio dell’Abate Marco e Cipollina, quando poi è umido le migliori sono quelle di Bonifati e Cirella.

Le uve passe si mandano nel Nord in gran parte. In tempo di guerra vengono a caricarle le altre nazioni settentrionali, ma in tempo di pace gl’Inglesi ed i Genovesi ordinariamente ne fanno il carico principale. Si ammassano e ripongono tanto malamente che la maggior parte si guasta. Pel Mediterraneo si spediscono dentro sporte, per Nord dentro barili. A Londra circa la metà o terza parte ne giunge buona, il resto si guasta. Questo disordine deriva dalla maniera di conservarla e rinchiuderla ne’ barili e nelle sporte. Per ottenersi l’ottima conservazione delle uve passe si richieggono 2 requisiti: 1°, dovrebbero tenersi sospesi in aria; 2°, dovrebbero rinchiudersi ne’ barili in giorni asciutti. Questa doppia condizione si può ottenere da’ possessori, proprietari di picciole partite, ma non già da’ gran negozianti, i quali incettano gran quantità e la ripongono ne’ loro magazzini. In questi luoghi non è possibile potersi ben conservare: prima perché sono incettati alla rinfusa senza prendersi molto conto della loro qualità, poiché non sono principali le persone impiegate a tale opera; 2°, perché, quando si ripongono ne’ barili e nelle sporte per la stessa ragione non si adopra la dovuta diligenza rispetto al tempo. Talvolta si principia questa operazione con un tempo asciutto e si prosiegue con un tempo umido, [dal] che deriva che la stessa qualità delle uve passe resista all’inclemenza della navigazione la parte stipata nel primo tempo e non la seconda. *Le persone che s’impiegano per estrarre le uve passe dai magazzini non si brigano di purgarne almeno i fracidi, ma li ammassano in comune e mettono i guasti nel mezzo delle sporte. Ne’ magazzini la soverchia quantità produce il fermento ed il riscaldamento*.

Quante volte si finisse al disordine di sopra mentovato de’ guasti prodotti dagli animali, e si potesse ottenere l’intera e generale conservazione delle uve passe, ne risultarebbe un aumento del quadruplo in tale industria e per conseguenza nella massa delle ricchezze di questa popolazione.

Sembra che l’espediente proprio da riparare al disordine dell’economia delle uve passe sarebbe che ciascuno piccolo possessore di quantità di questi dovrebbe esercitare questo commercio a proprio conto, per mezzo di una colonna mercantile (93). Questa dovrebbe esser disposta che le partite de’ particolari dovrebbero esser marcate per sapersi il proprietario, ed il maggior prodotto che troverebbe

in Londra dove si fa lo smercio maggiore. [A] coloro che non sarebbero in grado di aspettare il tempo della vendita, la stessa colonna dovrebbe pagarne la valuta con esigerne il 6 (o meno)%. La colonna dovrebbe avere leggi e governo. La vendita in questo modo potrebbe duplicarsi nel valore ed anche di più.

Le Dogane con questo sistema anche vantaggerebbero, perché si eviterebbero le frodi e non vi sarebbe bisogno di uffiziali. In mano a’ negozianti, usandosi la maggior diligenza, si corrompe la metà.

Per costume del popolo, in Lipari si spediscono le uve passe a conto di ciascun particolare, per cui sono di buona condizione. I negozianti esigono la loro porzione e l’interesse per lo danaro che anticipano a coloro che lo richieggono.

Il secondo oggetto del commercio è il vino, il quale è eccellente tuttoché mal pressato. I vini del Diamante i quali hanno tanta riputazione nascono anche forti nella maggior parte e vi sono immessi da’ luoghi vicini. Si suppone che l’aria del Diamante contribuisca a renderli perfetti. Non si usa alcuna attenzione; alcuni particolari per perfezionarli usano di vendemmiarli dopo li 20 di ottobre. Il commercio del vino si esercita solamente per Napoli. Il vino è rosso, sebbene si mescolassero tutte le uve bianche e nere confusamente. Meriterebbero una scuola da perfezionarli.

Dopo Paula non vi è luogo che abbia telai. L’industria della seta è avvilita. I gelsi più non si riproducono.

Le altre notizie sopra i prodotti della contrada si rilevano dalla copia della relazione fatta all’Ammiragliato dal signor don Diego d’Ordine (94).

I controbandi anche in questo littorale si commettono da’ negozianti violentati dagli uffiziali doganali per lucrare qualche cosa. Il controbando sulle uve passe si crede essere il quarto o quinto. Il controbando sulla seta in questa provincia è picciolissimo. Solamente in alcuni luoghi confinanti, per non venderla al barone, sogliono non farla tutta allibrata (95) e la vendono ne’ luoghi vicini.

Si dolgono generalmente dell’abuso de’ corrieri che fa l’Udienza. Per ogni bagattella si spediscono anche simultaneamente de’ corrieri per li diversi ordini.

Nel Diamante si conoscono poco nella primavera le gelate: le tempeste sono infeste alle campagne. Le uve sogliono soffrire molto dalle brine nel giugno che le fa seccare.

In questa contrada si trovano molti agrumi, specialmente cedri, de’ quali si fa qualche estrazione. Il Cetraro non ne ha se non pochissimi. Raccoglie però molta seta che forma il suo principale oggetto; l’olio ne forma il secondo.

La Scalea è il solo luogo di questa spiaggia che sia di cattiv’aria. Belvedere ha la migliore *aria*.

Sulli disordini doganali si attende una memoria del signor don Saverio Leporini per mezzo del signor don Crescenzio Merola.

In Belvedere i contadini, di estate e d’inverno, abitano nella campagna. Il paese va perciò rovinando. La campagna per compenso è ben coltivata. Il popolo da misero è divenuto comodo.

Da GIORNALE DI VIAGGIO IN CALABRIA, di G.M. Galanti – Rubbettino

FOTO: Rete

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NOTE

80. La marchesa della Valle era Emanuela Alarcon y Mendoza (1719-1806). Il titolo di marchesi della Valle con cui erano comunemente chiamati i d’Alarcon (e con cui li indica anche il Galanti) derivava dal possesso del feudo della Valle Siciliana, posto in Abruzzo, di cui fu investito da Carlo v Ferdinando d’Alarcon nel 1526, e non dalla signoria su San Lorenzo del Vallo (effettivamente però feudo della famiglia) come scritto da Placanica. I d’Alarcon detenevano dal 1532 Rende col titolo di marchese nonché la gran parte dei casali del Destro posti alle falde della catena paolana presso Cosenza: Carolei, Domanico, Mendicino, San Fili, mentre s’erano disfatti di Castelfranco e Cerisano tra il 1562 e il 1565, vendendoli ai Telesio da cui sarebbero passati poi ai Sersale. I d’Alarcon erano inoltre signori di Fiumefreddo Falconara e Longobardi sulla costa tirrenica.

81. A margine: N.B. Queste notìzie di Fiumefreddo sono state date da don Ignazio Coscarelli, avvocato in Cosenza. Si assicura di esser uomo bene informato delle cose di tutta la provincia. Ignazio Coscarelli può probabilmente identificarsi con un omonimo tenente dell’armata sanfedista che guidò la colonna che riportò alla monarchia Morano. Cfr. Momenti del 1799 in provincia di Cosenza. Catalogo della mostra documentaria e bibliografica, a cura di M. Coscarella, M. Spizzirri e P.M. Trotta, Editoriale progetto 2000, Cosenza 1999, p. 59.

82. Vale a dire la fronda di gelso utilizzata per l’allevamento dei bachi da seta.

83. Si riferisce ad alcune delle montagne poste a Nord-Est di Belvedere e di Diamante che, deviando dal massiccio appenninico del Pollino, delimitano l’inizio della catena paolana: la Mula (1.935 metri), il Monte Alto (la Muletta indicata dal Galanti, alta 1.770 metri), la Montea (1.785 metri), fino al Monte Caccia (1.744 metri).

84. Di Diamante erano feudatari i principi Carafa di Belvedere. Al tempo ne era titolare Carlo Carafa.

85. Spagnolismo per intendere le fughe.

86. Affalangare era operazione consistente nel fissare a riva dei pali o nel legarsi a quelli eventualmente già presenti per effettuare le operazioni di ormeggio.

87. A margine: Del barone di grana 18 ad oncia.

88. Si tratta di un interessantissimo caso di distorsione ideologica della tradizione che rivela pieghe che poteva assumere la cultura antifeudale legata all’esercizio della memoria. La fondazione di Diamante viene ricondotta dagli informatori del Galanti alla secessione di alcuni vassalli di Buonvicino, che nel 1640 ne avrebbero trucidato il feudatario con i suoi familiari, rifugiandosi nel luogo ove fu fondato il villaggio. In realtà, Diamante fu fondato proprio per impulso di un feudatario: il signore di Belvedere (e principe di Bisignano) Tiberio Carafa, che nel 1638 fece edificare ex nova Diamante in un’area destinata alla coltivazione dello zucchero. Dell’episodio si perse memoria, mentre fu significativamente legato a una vicenda accaduta non nel 1640 ma poco dopo, al tempo della rivoluzione napoletana del 1647-48, quando effettivamente alcuni insorti uccisero il barone di Buonvicino, Diego de Paola, e alcuni suoi familiari. Non è da escludere che i ribelli si rifugiassero a Diamante contribuendo a popolarlo, ma è un fatto che la fondazione fosse precedente e d’iniziativa baronale. La creazione di un mito fondativo non è sicuramente casuale e meriterebbe un supplemento di indagine. Non sarà inutile ricordare che nel 1799 Diamante aderì alla Repubblica. Sulla lunga durata della cultura antifeudale come lievito delle due rivoluzioni del 1647-48 e del 1799 rinvio agli studi di Rosario Villari, tra cui cfr. quantomeno, Movimenti antifeudali dal 1647 al 1799, in Id., Mezzogiorno e contadini, cit.; Id., Ribelli e riformatori, cit.

89. Abatemarco e Cipollina corrispondono all’attuale Santa Maria del Cedro, sulla costa tirrenica settentrionale. Il complesso feudale ebbe vicende molto contrastate, con numerosi passaggi di titolarità, dai de Loria fino ai Brancati che lo detennero sino all’eversione della feudalità.

90. Feudatari di Cirella erano dal 1757 i Catalano Gonzaga, baroni di Maierà e Grisolia. Al tempo ne era titolare Pasquale Catalano Gonzaga, che morì l’anno seguente. Pellicano Castagna, La storia dei feudi, n, pp. 115-116.

91. In realtà Morano feudo dei principi Spinelli di Scalea.

92. Impresa era il nome di una contrada posta nel feudo di Abatemarco.

93. Società commerciale.

94. In realtà Biagio d’Ordine o Ordine. La sua relazione all’Ammiragliato di cui parla il Galanti nel testo è edita negli Scritti sulla Calabria, pp. 529-535. In un documento notarile datato 24 aprile 1799 conservato all’Archivio di Stato di Cosenza, Biagio Ordine compare insieme a Bernardo Ordine e Pasquale Caselli: i 3 avevano cercato di recarsi a Cosenza per rivolgere una supplica al preside; essendo stati impediti da persone armate, avevano risolto di recarsi a Matera per rivolgersi direttamente al cardinale Ruffo. Dal documento si apprende anche che i 3 avevano (oltre il don) il titolo di dottore, e che Biagio Ordine aveva 2 figli che studiavano a Matera. Una sinossi del documento è in Momenti del 1799 in provincia di Cosenza, cit., p. 59.

95. Cioè non pesata e dunque sottratta al controllo degli ufficiali fiscali. Placanica ricorda che si trattava di pratica frequentissima.

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