LA CALABRIA AGRARIA e i danni provocati dall’Unità

L’unificazione politica del paese, che fin dalla sua origine si colloca nell’ambito internazionale piuttosto che in quello nazionale, costituisce per la Calabria il punto più alto della sua diversità – com’è stato detto – la rottura della propria continuità storica; quando il modello politico, strutturato secondo un prototipo valido per la borghesia piemontese viene esteso a regioni come la Calabria in cui è del tutto assente la formazione di un capitalismo borghese, la crisi della società meridionale è inevitabile. Le ragioni sono radicate nella matrice cavouriana del processo di unificazione politica che modella lo schema unitario su aree territoriali con esperienze storiche e con esigenze differenti creando dislivelli economico-produttivi e disarmonie sociali.

La classe politica dominante decide le sorti del paese e finisce con l’imporre schemi validi solo per alcune parti di esso (e per l’unica classe che gestisce ancora un potere politico ed economico al sud, quella dei grandi proprietari terrieri), operando per una unità nazionale rispondente a finalità per essa irrinunciabili: la soluzione liberoscambista, che nell’ambito della politica economica deve assicurare come fatto prioritario il contatto con l’Europa verso cui tendono la strategia diplomatica del Cavour prima e gli obiettivi della Destra storica di dopo.

Fino all’ultimo ventennio del secolo, le forze moderate e conservatici che portano avanti la tradizione politica di Cavour sono prevalentemente di formazione e di tendenza liberista, proprio perché la soluzione liberoscambista è la più idonea ad agevolare l’inserimento italiano nel contesto europeo e deve consolidare sia il mantenimento del sistema di alleanze con la Francia e con l’Inghilterra che l’avvio di nuovi rapporti con i paesi più progrediti dell’Europa nord-occidentale. I vantaggi della politica liberista non si ripartiscono però in eguale misura in tutto il paese, dove l’ordinamento agricolo più adeguato è certamente quello dell’Italia centro-settentrionale, mentre al sud l’arretratezza strutturale conserva un modo di produzione sostanzialmente immutato che non consente una capacità generalizzata di trasformazione e di espansione agricola.

Mentre già l’agricoltura dell’Italia centro-settentrionale è fiorente – nelle risaie della pianura padana, nei vigneti delle colline piemontesi, nella Toscana del sistema mezzadrile – la campagna romana e il meridione, continentale e insulare, sono ancora caratterizzati dalla coltura estensiva dei grandi latifondi dove prevalentemente continuano a dominare il grano e il pascolo, gli oliveti e gli agrumi.

Il meridione continentale è un mondo agrario in crisi, che dall’interno non riesce a trasformarsi perché a nulla serve il riferimento sottinteso al modello del capitalismo inglese, centrato tutto sul legame rivoluzione agraria rivoluzione industriale, con tutto ciò che esso comprende riguardo all’accumulazione originaria del capitale e alla sostituzione delle nuove rotazioni. L’Italia meridionale – e con essa la Calabria – non riesce a seguire l’esempio dello sviluppo inglese perché l’assenza di un cambiamento strutturale della proprietà impedisce la formazione di una piccola e media borghesia terriera, capace di diventare mercato interno e di imputarsi, come in altre parti del paese, il meccanismo degli investimenti e il processo di sviluppo capitalistico nelle campagne.

Il modo di produzione che continua a essere prevalente ostacola la tendenza al cambiamento, che pure non manca del tutto, ma che non trova una reale possibilità operativa per agire dall’interno ed emergere attraverso le articolate e contraddittorie stratificazioni sociali e i complessi rapporti economico-commerciali di portata e di interesse internazionale.

Se dunque il processo di trasformazione non riesce a realizzarsi dall’interno, sarebbe necessario allora l’intervento dall’alto, ma la logica della politica italiana, come si è visto, è piuttosto quella di attuare la sprovincializzazione del paese per collocarlo accanto alle potenze europee in una serie di rapporti in cui il dato squisitamente politico in conclusione prevale su quello economico (salvo a considerare il livello degli scambi commerciali, finalizzati anch’essi alla logica della politica complessiva). Né si può dimenticare che la soluzione dei problemi riguardanti la finanza pubblica costituisce l’obiettivo centrale della politica della Destra, obiettivo raggiunto faticosamente nel 1876, quando Minghetti può annunciare il famoso pareggio del bilancio.

E’ intuitivo allora che – se le pressanti necessità finanziarie dello stato unitario debbono essere risolte attraverso la linea dura di un “bilanciamento” contabile, lucidamente chiuso a ogni altro tipo di problematiche presenti nel paese – le sole vie da seguire sono quelle effettivamente percorse della riduzione delle spese e della pressione fiscale, non importa a quale prezzo. Nel programma governativo che si pone esclusivamente la mèta del risanamento finanziario, allora, non può trovare spazio alcun apporto statale per l’avvio e la promozione di un disegno globale relativo all’agricoltura nazionale e tanto meno meridionale.

Il governo interviene solo di tanto in tanto con decisioni occasionali e con una legislazione discontinua che prevede, autorizza, dispone, la nascita di organismi e istituzioni – come i Comizi Agrari e le Scuole Pratiche di agricoltura – investiti di competenze vaghe, genericamente rivolte a stimolare lo sviluppo del settore agrario. Manca tuttavia un programma organico e manca spesso la relativa copertura finanziaria, il Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio interviene solo con la concessione di sussidi parziali che si aggiungono a quelli erogati dagli enti locali; ma sovente province e comuni non sono in grado di appesantire i loro bilanci già fin troppo critici con altre spese che sostengano e consentano le iniziative dei Comizi e delle Scuole di agricoltura, che infatti nascono e vivono tra gravi difficoltà.

Nella realtà calabrese, dunque, mancano quei fattori, esterni e interni, che in altri paesi e in altre regioni dell’Italia stessa influenzano e determinano lo sviluppo agricolo. Le caratteristiche del territorio, la densità demografica e il relativo sfruttamento della terra, il livello delle conoscenze agrarie e delle tecniche usate nel processo produttivo, sono tutti elementi che, combinandosi tra loro, danno all’agricoltura calabrese una fisionomia non più adeguata ai ritmi e ai bisogni del tardo ottocento. Va sempre più aumentando il divario fra le conquiste teoriche della nuova agricoltura, altrove già vincente, e le pratiche agrarie tradizionali che i contadini calabresi continuano a seguire; lo sfondo complessivo è quello di una realtà territoriale non omogenea, sulla quale non si interviene in misura significativa né sulle rotazioni agrarie, nè sulla distribuzione della proprietà, né sulle tecniche di coltivazione. Sono questi i settori fondamentali per lo sviluppo di una agricoltura avanzata, che già qualche secolo prima paesi come l’Inghilterra e le Fiandre studiano e migliorano, passando man mano a rotazioni più complesse – con la graduale scomparsa del maggese – diffondendo le colture intensive, adottando nuovi sistemi razionali. Nel diciannovesimo secolo, si è ormai avviato in Europa e nell’Italia centrosettentrionale – in Lombardia, Piemonte, nel Ferrarese, in alcune zone dell’Umbria e delle Marche – un vasto movimento di trasformazioni politiche, sociali, economiche, tecniche, che mutano definitivamente il modo e i rapporti di produzione . All’affermazione del nuovo sistema agrario, tuttavia, non partecipano vaste aree del territorio europeo, cioè quelle regioni mediterranee come la Spagna, l’Italia meridionale, la penisola balcanica, dove vincoli giuridici e limiti climatici rendono l’ambiente meno permeabile alle innovazioni; tali tenitori presentano una distribuzione e un’organizzazione sociale praticamente statiche alle quali si aggiunge la loro stessa morfologia, poco adatta a molti tipi di colture per il clima troppo secco o eccessivamente rigido e per la prevalenza delle zone montane sulle poche pianure.

Da LA CALABRIA AGRARIA TRA INNOVAZIONE E PERMANENZA, di Giovanna Motta – Pellegrini

FOTO:  Rete

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