La divisione del giorno dai Romani ad oggi

Oggi noi lo suddividiamo per convenzione in 24 ore, facendolo cominciare alla mezzanotte. Ma non è sempre stato così: dal Medioevo fino al Settecento il giorno cominciava all’Avemaria, ovvero mezz’ora dopo il tramonto. Ancora oggi, d’altronde, gli Ebrei ne fissano l’inizio al tramonto, come facevano gli Ateniesi. Nell’antichità vi erano anche altri sistemi: il giorno dei Babilonesi andava da un’alba all’altra, quello degli Umbri da un mezzogiorno all’altro.

I Romani, invece, lo facevano cominciare legalmente a mezzanotte: inizio artificiale perché non è concreto come quelli che si basano sulla nascita o sul tramonto del sole, o sul mezzogiorno, eventi facilmente riscontrabili a occhio nudo.

Quella scelta, determinata forse da preoccupazioni pratiche, contrastava con la loro suddivisione del giorno in 12 ore diurne e in 12 notturne: le prime cominciavano al levar del sole e terminavano al tramonto; le notturne duravano per tutto l’arco della notte. Sicché la mezzanotte cadeva tra la fine dell’ora sesta e l’inizio della settima notturna. C’era dunque una differenza tra il giorno legale, le cui 24 ore scorrevano da mezzanotte a mezzanotte, e il giorno naturale, che si divideva in due gruppi di 12 ore, scandite dal corso del sole.

Inoltre, le ore romane non erano uniformi come le nostre, si allungavano o si accorciavano secondo i mesi. Le 12 ore diurne venivano ripartite dallo gnomone tra il levarsi e il tramontare del sole: al solstizio d’estate, quando il giorno durava più a lungo (15h 6′), si dilatavano a lh 15′ 5/9, mentre le 12 ore notturne (complessivamente 8h 54′) si restringevano ciascuna a 44′ 4/9.25 Solo agli equinozi ogni ora era uguale alle altre, come oggi.

Seguendo poi un uso introdotto dai Babilonesi, diffuso dai Fenici e adottato dai Greci, i Romani ripartivano il giorno in quattro parti, ciascuna delle quali suddivisa in tre horae. Le quattro parti del corso diurno del sole erano concluse dalle ore tertia, sexta, nona, duodecima (il tramonto, il Solis occasus), corrispondenti, agli equinozi, alle nostre 9,12,15,18; anche la notte era divisa in quattro parti dette vigiliae.

Davano anche nomi particolari a certi periodi della notte e del giorno; per esempio, chiamavano mane la prima parte del giorno, meridies il mezzogiorno, suprema l’ultima parte verso il tramonto, e conticinium lo spirare della prima vigilia.

Dopo la caduta dell’Impero romano venne introdotta una novità portata dagli Ebrei che avevano costituito la prima comunità cristiana: il computo del giorno da un tramonto del sole al successivo, secondo l’uso dei popoli del Vicino Oriente. Lo scorrere del tempo era scandito da riti e preghiere che avevano la funzione di cristianizzare le horae romane: essi venivano raggruppati in «ufficio notturno» con vespro, compieta, notturno, mattutino, lodi; e «ufficio diurno» con ora prima, terza, sesta e nona.

Immutato era invece il calcolo delle ore secondo il metodo romano, che le dilatava o le restringeva secondo le stagioni: perciò, in una cronaca del primo Medioevo, per capire la collocazione temporale di un avvenimento nell’arco giornaliero, non basta conoscere l’ora: è indispensabile sapere il mese e il giorno.

Questa cronometria mutò tra il XIII e il XIV secolo con il diffondersi degli orologi pubblici che, montati sui campanili e sulle torri comunali, segnavano ore uniformi. Spesso erano collegati alle campane sicché gli stessi riti persero il loro originario significato cronometrico e assunsero il carattere odierno di una serie di preghiere regolari in certe ore fisse, indipendentemente dal corso del sole nelle varie stagioni.

Nasceva il computo del giorno in 24 ore di durata uniforme, dette in Europa «ore all’italiana» o «ore italiane» perché la loro introduzione risale all’epoca dei comuni nel nostro paese. Ma si continuavano a contare a partire dal tramonto del sole e poi dall’Avemaria della sera, indicata dalle campane alla fine del crepuscolo serale, cioè mezz’ora dopo il tramonto. Leggendo una cronaca dell’epoca occorre quindi determinare sempre il giorno e il mese per conoscere l’ora prima, ovvero quella che s’inizia mezz’ora dopo il tramonto, e conseguentemente tutte le altre. Ecco un esempio: «Alle ore ventitré del 20 maggio». Siccome a quella data il sole tramonta alle 19,50 circa, la ventiquattresima ora si conclude alle 20,10 circa, dunque la ventitreesima comincia alle 18,10 e termina alle 19,10. Per questo motivo si suole dire che la locuzione «cappello sulle ventitré» indica il cappello con la tesa abbassata per ripararsi dai raggi del sole in procinto di tramontare. In realtà l’uso di portare il cappello sulle ventitré s’ispirava anticamente proprio al piano dell’eclittica, che attualmente è di circa 23°26′.

Il computo con le «ore italiane» continuò nel nostro paese sino all’inizio dell’Ottocento, quando le invasioni napoleoniche e l’inserimento delle varie regioni nel sistema amministrativo francese introdussero l’uso delle «ore alla francese». In Francia, infatti, l’abitudine di contare le ore all’italiana si era alternata con l’antica hora gallicana che seguiva il metodo romano di far iniziare il giorno legale alla mezzanotte; la quale hora gallicana, dopo il Rinascimento, aveva prevalso in Francia e in rutti i paesi che ne subivano l’influenza.

Invece non si è mai imposto del tutto in Italia l’uso dei paesi germanici di dividere il giorno in 12 ore antimeridiane (da mezzanotte a mezzogiorno) e in 12 pomeridiane (da mezzogiorno a mezzanotte).

  • Da CALENDARIO, di Alfredo Cattabiani  –  Mondadori
  • FOTO: Rete

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