Le case contadine nel Pollino

La casa tradizionale del Pollino costituisce un ambiente di grande interesse etnografico dove oggetti di uso domestico, arredi e strumenti di lavoro fanno parte integrante di un modo di vita legato agli elementi naturali, alla produzione autonoma di beni di consumo, al ciclo delle stagioni.

Al centro è situata la cucina, dotata di camino di dimensioni generalmente modeste e di relativo focolare. Questo è corredato dalla camastra, la catena a cui si appende la pignatta, che serve per scaldare l’acqua e cuocere le verdure. Altri elementi tipici della cucina sono l’acquaio [ad Orsomarso lo chiamavano u lanceddaro], sistemato in un vano della parete con fondo murato e mensole per sostenere i barilotti dell’acqua, e il casolato, una struttura pensile in graticciato su cui si fanno maturare salumi e formaggi.

All’interno dell’abitazione è talvolta presente il monumentale forno da pane corredato da pale in legno di cerro, con cella di cottura semisferica in conglomerato, al di sotto del quale di norma veniva sistemato il pollaio. Il forno era utilizzato per la cottura domestica del pane, effettuata regolarmente una o due volte alla settimana, a cui si accompagnava quella della focaccia, infornata per prima per provare la temperatura di cottura ed offerta in assaggio ad amici e parenti [Da noi c’erano la pitta e i  piatuli; erano quest’ultimi che venivano offerti in assaggio].

Insediamento sparso

Sul Pollino la tendenza, comune a tutto il Mezzogiorno, a risiedere in centri compatti di sommità si integra con aree ad insediamento rado, prevalentemente ubicate sui versanti occidentali del massiccio che sono i più fertili e ricchi di acque.

Nelle valli interne del Frido, del Mercure e dei loro affluenti, la struttura insediativa si fraziona in villaggi e borgate rurali a loro volta frammentate in contrade minori, predisposte secondo una maglia rada ma continua di masserie, strade, ponti e mulattiere. Qui nulla ricorda la drammaticità degli ampi letti di ghiaia delle fiumare o la maestosa solitudine degli anfiteatri carsici o dei pascoli d’alta quota.

I volumi imponenti delle “timpe” e delle “serre”, e lo stesso bosco che smargina continuamente nei coltivi, fanno da sfondo ad un ordinato paesaggio agrario, connotato dalla presenza di seminativi, vigneti e filari alberati, la cui caratteristica consiste nell’essere ad un’altitudine di quasi mille metri.

Elemento emblematico del mondo agreste del Pollino è la masseria, residenza della famiglia contadina e centro di una proprietà fondiaria che, per l’esiguità o, la frammentazione del fondo, per l’arretratezza dei metodi colturali e per la mancanza di capitali è stata in genere scarsamente redditizia. In alcuni casi sono disagevoli anchue le condizioni ambientali, a motivo dei suoli argillosi o fliscioidi, dei terreni in forte declivio e del clima rigido proprio delle zone di montagna.

Se la masseria costituisce la cellula prima dell’organizzazione agricola del Pollino, pur in condizioni di disagio, ciò è imputabile alla radicata convinzione che l’agricoltura praticata su fondo proprio consenta di raggiungere una posizione economicamente più sicura e socialmente più elevata di quella dei pastori e degli artigiani.

Diversamente da altre aree geografiche, la creazione di dimore coloniche isolate sul fondo non risale a periodi storici lontani nel tempo, dato che il vero grande sviluppo delle masserie ha origine nel secolo scorso. Esso è collegato alla suddivisione in particelle dei demani comunali e al loro successivo sfruttamento da parte degli assegnatari che, dopo incauti disboscamenti, misero a coltura anche i terreni inadatti all’agricoltura.

Infine, la ripresa delle coltivazioni, la costruzione di nuovi edifici colonici o il ripristino di quelli esistenti, ha ricevuto impulso nei decenni passati quando iniziarono a giungere le rimesse degli emigranti, investite nell’acquisto di beni tanto ambiti quanto largamente disponibili come i poderi e le case. Infatti i primi proprietari, ovvero i “galantuomini”, che avevano fondato le proprie fortune sull’accaparramento dei beni pubblici o ecclesiastici, ritenevano un ottimo affare disfarsi di proprietà fondiarie dimostratesi poco redditizie per l’eccessivo sfruttamento del suolo, lo svilimento sotto il profilo economico dei prodotti agricoli, la mancanza di manodopera e la difficoltà di ammodernamento.

Le masserie hanno tipologie simili e ricorrenti, riconducibili a quelle della casa a forma elementare e a quella a forma unitaria. Il primo tipo, caratterizzato dalla presenza di un unico piano in elevazione, si compone di soli vani tra loro comunicanti ed ha dimensioni piccole perché di solito è stato costruito senza maestranze, utilizzando le pietre raccolte dai campi o dai torrenti. Il secondo, a due piani di più vani ciascuno, ha dimensioni maggiori, tetto e pareti solidamente costruite, scala esterna e rivestimento in intonaco. Anche in questo caso l’organizzazione dello spazio è semplice e talmente radicata alla tradizione locale da ripetersi con poche varianti anche nei paesi, secondo uno schema che vede al piano terreno i rustici, cioè la stalla e il magazzino, mentre al piano rialzato sono ubicati i vani d’abitazione di cui quello d’ingresso è costituito dalla cucina. Il ruolo di questa stanza nella vita della famiglia è così importante che di solito esiste una seconda cucina “di servizio”, dove si svolgono le faccende più gravose e dove viene effettivamente attuata la preparazione e la cottura dei cibi.

Da PAESAGGI, STORIE E CULTURE DEL POLLINO LUCANO, DI Giuliana Campioni – Franco Angeli

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