PETRARCA, BOCCACCIO, BARLAAM, LEONZIO E LA CALABRIA

Francesco Petrarca

Era l’anno 1368, quando nello studio di Francesco Petrarca a Pavia un giovane filologo, assunto qualche anno prima dal Petrarca in qualità di amanuense, pregò il suo maestro di accordargli un lungo congedo, avendo intenzione di recarsi a Costantinopoli per studiare praticamente la lingua greca. Sappiamo che il Petrarca, al quale doveva spiacere sommamente la perdita di sì valente copista, si adoperò in tutti i modi per distogliere il giovane dal suo fantastico progetto. Accennò con insistenza ai pericoli d’un viaggio sì lungo e fece comprendere al suo allievo quanto scarso vantaggio ai suoi studi potesse offrire la decadenza in cui versava allora l’Oriente greco. Accortosi però che il giovane era irremovibile gli consigliò di recarsi, anziché a Costantinopoli, nella Calabria che era più facile a raggiungere e dove allora lo studio del greco era in pieno fervore. Il giovane non fu sordo a tale esortazione ed accolse con animo grato le lettere commendatizie colle quali il Petrarca lo presentava al suo amico Ugo di Sanseverino, capo delle milizie napoletane, e ancora in quello stesso anno partì per il Mezzogiorno.

Non senza ragioni particolari il Petrarca aveva raccomandato espressamente al suo allievo di recarsi in Calabria per lo studio del greco. Egli stesso infatti doveva la sua conoscenza della lingua greca — che fu sempre tuttavia una conoscenza superficiale ed elementare — all’incontro fortuito col monaco calabrese Barlaam  di Seminara, che aveva conosciuto nel 1342 ad Avignone e dalla cui breve presenza alla corte papale aveva tratto profitto per farsi tradurre Piatone. Ma il Petrarca s’era imbattuto ancora in un altro calabrese.

Nell’inverno tra il 1358 e il 1359 egli aveva conosciuto a Padova l’avventuriero  Leonzio  Filato , ed essendo rimasto ammiratissimo della conoscenza del greco che questi possedeva, lo raccomandò vivamente al suo amico Boccaccio. Questi nel 1360 lo invitò a Firenze per affidargli l’insegnamento del greco e si fece tradurre da lui personalmente l’Iliade e l’Odissea.

È il caso di chiedere come mai questi due uomini di cui uno di esigua levatura intellettuale fossero potuti pervenire alla conoscenza della lingua greca in mezzo alla desolante decadenza degli studi greci nell’Occidente. Che ambedue fossero calabresi è confermato esplicitamente dal Petrarca. Sappiamo inoltre che entrambi avevano soggiornato a lungo nell’Oriente greco. Non dobbiamo però credere che essi avessero appreso la lingua greca solamente durante il loro soggiorno orientale — come qualcuno ebbe a sostenere  — ma è da ritenere per certo che il greco fosse la loro lingua materna, come risulta evidente da tutta la loro personalità storica, dalle loro scarse cognizioni di latino e soprattutto dalla testimonianza del Petrarca, il quale a proposito di Barlaam osserva (Ep. fam. XVIII, 2): ‘ qui italica natus esset in Graecia ‘.

Da questa concisa osservazione risulta in modo evidente che verso la metà del secolo XIV in certe regioni della Calabria la lingua d’uso predominante era ancora la greca; e solo in questo modo si arriva a comprendere come il Petrarca nel 1368 potesse consigliare ad un suo allievo u di recarsi in Calabria anziché a Costantinopoli per apprendere praticamente il greco. A prima vista potrebbe sembrare strano il fatto che il Petrarca, entusiastico ammiratore di tutto ciò che si riferisce alla lingua greca, in quei passi delle sue opere ove è fatta menzione della grecità della Calabria, accenni così freddamente e senza traccia di commento a questo grecismo ‘in casa propria’. Ma l’esistenza di un territorio di lingua greca in Calabria doveva essere in quell’epoca un fatto universalmente noto, di modo che era affatto superflua ogni osservazione particolare. In realtà la notizia del predominio della lingua greca in Calabria era giunta fino in Francia una generazione prima del Petrarca.

GERHARD ROHLFS

FOTO: Rete

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