UN CALABRESE NELLA GRANDE GUERRA – “Ora ti porgo la mia destra mano”- 2p

Jean Giono nella sua Lettera ai contadini sulla povertà e la pace (Ponte alle grazie Ed.) in riferimento alla ragione del pacifismo contadino scrive così:

«So cosa state per rispondermi: voi siete i soldati di tutte le guerre. Non si è mai ucciso altro che contadini nelle battaglie. Gli operai non hanno diritto di prendere partito pro o contro le guerre (o, se possono, è solo in maniera umile -e insistiamo su umile- per essere sempre -e insistiamo su sempre- contro tutte le guerre -e insistiamo su tutte) perché essi non fanno la guerra. Ed è una commedia mandarli nelle caserme in tempo di pace perché, appena la guerra divampa li si togli dai ranghi che avanzano verso le mitragliatrici e li si sistema con cura nelle fucine dove ce n’è bisogno, per fondere metalli, e fabbricare strumenti di guerra, cannoni, aerei, carri armati, armi chimiche. L’operario non ha diritto di parlare della guerra. Deve tacere. Perché, guerra o pace che sia, non cambia mestiere; non cambia attrezzi; ci si dice che è più utile col martello che con la baionetta. … Ma a noi, invece, il primo gesto della patria è di farci saltare l’aratro dalle mani. . . . »

Nel racconto di Giani Stuparich Guerra del ’15 (L’ISOLA e altri racconti – Giulio Einaudi Editore) viene spiegato con estrema obiettività e grande capacità descrittiva, lo stato emotivo del soldato che attende in trincea il turno per andare all’assalto: «19 luglio. Rocca. La fucileria non ha smesso un minuto tutta la notte. Noi non siamo andati all’assalto, ma alla nostra sinistra si combatte sempre ancora. Quelle formiche umane che ieri osservavo col binocolo, sono ancora là forse, aggrappate ai sassi, e chi sa quante si storcono nello spasimo delle ferite o hanno finito di muoversi, abbandonate alla quiete della morte. Il sole nasce in una festosità di luci e ringiovanisce l’aria e la terra, ma non i nostri cuori di soldati stanchi.»

Nella cartolina che segue, la mano dello scrivano è sicuramente quella di un paesano. Ma al pari del dialetto calabrese che predomina carico di errori, prevalgono anche i gesti del galantuomo che vuole adempiere ad un suo dovere nei confronti della commare che sta per sposarsi. Però non è questa la cosa più importante. Malgrado la parola che non sono riuscita a capire perché in questo caso la scrittura è molto confusa, risulta evidente che il punto focale questa volta è lo stato di gravidanza di Micuzza per cui lo sposo raccomanda di stare attenta e di “non fare viaggi pesanti”. Questa preoccupazione viene spesso rafforzata dalla retorica frase “A me non ci pensare, pensa per te e per la ragazza” che si può leggere in quasi tutto il complesso cartaceo.

Lettera del 10 maggio: Cartolina postale italiana in franchigia

Corrispondenza del R. Esercito

Trascrizione:

Alii soldato Scordo Francesco I Battaglione Di Marcia I 47° Riggim De Fantaria I 5a

Compagnia 110° Gruppo 14° Corpo Darmata I Zona di guerra

Alla Signora, Domenica / lannì, fu Francesco

Provincia di Reggio Calabria I Per S. L.renzo

Zona di guerra li 10 Maggio 1917

Carissima sposa

A rrispondo. conque stemie a carta llina.  pidarvi. Jmie Bone Saluti dime edimi onipote. e lu stesso, voglio, sentiri di te. insemi in famiglia ora mia carissima mia sposa, di quanto, midici. si sono sulu. o puramenti, avi. a tre puisani, ti dico, siamo io emionipote. e poi ndavi atre, diro ccafortti e di parmmi. e di Baranchilione e dicitta nnova. che sono meglio delli paisani. orasempre. ti prego sempre quando, camini. no(…) li viaggi, pisanti. di  quantomidici simarita Commare rosa, laio apiac.i O. evorre Biessiri presente mifazzo lo Bricomeo. io saluto Atua ma tre esorella e fratello, saluto la zia. Marianna. saluto a mio fratello e cognata, saluto Allasignora donna pippina esuo sposo.ultimo saluto Atte, e Bacia laragazza e sotto mi firmo tuo sposo Scordo Francesco. Addio Addio.

Traduzione del testo:

Rispondo con questa mia cartolina per darti notizia della buona salute mia e di mio nipote e lo stesso spero di te e famiglia. Ora mia cara sposa, mi chiedi se sono solo o se ci sono paesani. Ci sono tre paesani oltre a me e mio nipote, poi ci sono tre di Roccaforte, di Palmi, di Brancaleone e di Cittanova, meglio ancora dei paesani. Ora ti prego, sempre, quando devi andare in giro, di evitare i viaggi pesanti. Mi dici che si sposa Commare Rosa e mi fa piacere, vorrei essere lì per fare il mio dovere di presenza. Saluto tua madre, sorella e fratello, saluto la zia Marianna, saluto mio fratello e cognata, saluto Donna Peppina e suo sposo. Infine saluto te. Bacia la ragazza e sotto mi firmo tuo sposo Scordo Francesco. Addio, addio.

La vita di nessun uomo vale quella di un altro. Questa è una mia convinzione. Eppure c’è chi si diletta a giocare con il destino di intere schiere di essere umani, convinto di possedere lo scettro della vita e della morte, un potere assoluto incontestabile. Basta poco per dare il via ad un conflitto, e ancora meno per accendere una scintilla e provocare lo scoppio di una guerra. Semplice: in epoca di crisi i potenti decidono, i poveri disperati muoiono. Tutto qui.

A questo proposito scrive ancora Giono nella sua – sopra citata – Lettera:

«Non mi piace la guerra. Non mi piace alcun tipo di guerra. Non è per sentimentalismo. Sono rimasto quarantadue giorni davanti alla fortezza di Vaux e oramai è difficile che mi impressioni alla vista di un cadavere. Non so se è una virtù o un difetto: è un fatto. Detesto la guerra. Rifiuto di andare in guerra per la sola ragione che la guerra è inutile. Si, questa piccola, semplice parola. Non ho immaginazione. Non è orribile; no, è semplicemente inutile. Quel che mi colpisce della guerra non è l’orrore ma l’inutilità.»

Lettera del 2 ottobre

Correspondance des prisonniers de guerre

Trascrizione:

Alla signora Domenica Iannì /fu Francesco San Lorenzo provincia

di Reggio Calabria /per Italia

Austria lì 2 = ottobre 1917

Mia carissima Sposa ti dono notizia della mia buona saluti e così spero che sia di te con li nostri cari figli basta cara sposa fammi sapere cuè Il nostro San giovami perme non ci pensare Nienti che io sto bene pensa perte e per li nostri cari bambine ora saluto al mio fratello e cognata saluto attua Madre e sorella e fratello ora ti saluto io caramente e bacio alli nostri cari bambine ora ti porgo la mia destra mano e sono tuo off Sposo Scordo Francesco

Non necessaria la traduzione. Breve, conciso e straziante il contenuto.

Francesco fu preso sul Monte San Gabriele nei giorni in cui le truppe si piegavano in ritirata, la guerra sembrava irrimediabilmente perduta e Caporetto diveniva sinonimo di vergogna e gloria.

Dalla prigionia, la preoccupazione si riversa sul destino del piccolo Giuseppe, il figlio nato ad agosto e che l’uomo non avrebbe mai conosciuto. Per lui Francesco aveva chiesto a sua moglie di scegliere un “San Giovanni”, come si chiamano i padrini dalle nostre parti, e di farlo battezzare senza aspettare il suo ritorno. Malato e prigioniero, sentiva il bisogno di affiancare alla vita di suo figlio una figura di carattere paterno. L’ombra della morte in agguato rendeva il pensiero unico e costante: “… pensa per te e per i nostri cari bambini…”.

“Ora ti porgo la mia destra mano…”.

Quella mano con cui gli amanti si giurano fedeltà eterna davanti all’altare… L’Amore Sublime raccolto in una semplice straordinaria frase che ben racchiude il vero senso di tutta la corrispondenza dal fronte di guerra di SCORDO Francesco.

Infatti, l’intero epistolario è saturo di una particolare essenza che oltrepassa i confini del comune pensiero. Dignitosa, nobile, forte, essa scaturisce da ogni parola, in ogni punto, in ogni errore delle frasi spezzate e dei righi inconclusi perché non è altro che il luminoso riflesso della coscienza di chi consapevolmente decide di vivere la Pace a dispetto di quanto il destino beffardo abbia scelto per lui, e alla faccia di coloro che – vestiti di autorità -, cercano irresponsabilmente un rimedio all’estremo male coprendosi le spalle con incomprensibili discorsi sull’amor patrio ed il solito “armiamoci ed andate”.

Ora io, con la mia destra mano e nel nome di quella Pace da te più volte invocata, ho voluto scrivere la tua storia Francesco, e sotto mi firmo America, figlia di Pina, figlia di Antonia, la piccola “ragazza” che portavi nel cuore. Addio, addio.

Di America Liuzzo

Da LA GUERRA, LA CALABRIA, I CALABRESI, Rogerius – Rubbettino

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