CALABRIA IN FUGA

Un grande calabrese, Alvaro, racconta la Calabria degli anni Cinquanta, la sua miseria, la sua dignità, il suo essere nomade, sempre in cerca di un posto dove giocarsi la vita. Una pagina dolente e poetica, capace di cogliere molto della Calabria di oggi.

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L’ultima volta che avevo veduto la Calabria, era stato alla vigilia della seconda guerra mondiale. Le stazioni, che per lo più si trovano isolate a grandi distanze dai centri abitati sui monti, erano affollate. Parte della folla prendeva d’assalto i treni, ed erano i giovani chiamati alle armi. L’altra folla, donne e vecchi e bambini, salutavano gridando dal marciapiede. Gridavano «Addio», e gridavano anche «Viva la guerra»; un grido che, detto da un popolo povero, poteva fare una sinistra impressione in chi avesse un presentimento della catastrofe dell’Europa e del nostro Paese tutto. Le donne benedicevano ad alta voce, con quella nenia propria calabrese, i loro figli che andavano a morire e a soffrire. E questa non era una scena patriottica.

Da settant’anni, la Calabria dei poveri aveva gridato viva a tutte le guerre: perché la guerra consentiva di partire, di trovare ventura, di correre un mondo dove forse ci si poteva fermare a guadagnarsi la vita, e intanto di lasciare alla madre o alla moglie l’assegno che il governo passava alle famiglie, che era stato prima di tre e cinquanta, e ora di dieci lire al giorno, di non pesare sul bilancio familiare, e anzi di risolverlo con quelle dieci lire, e in caso di morte, di lasciare una fortuna; la pensione. A proposito del popolo forse più patriarcale d’Italia, i cui legami familiari sono tenerissimi, questa testimonianza potrà parere assurda e crudele. Ma io sentii, allora, madri rimpiangere i figli morti in tenera età, di non essere più tra i viventi, e di non poter andare a guadagnarsi con la guerra una sovvenzione per la famiglia. E giovani che avevano aspettato di sposarsi per mancanza di mezzi, ora sposavano la loro ragazza alla vigilia della partenza, come un tempo avevano fatto gli emigranti, perché ora le lasciavano dieci lire al giorno; ciò che allora, in Calabria, significava mutare condizione sociale.

E oggi, la Calabria è di nuovo tutta errante, ma senza più saluti alle stazioni. Le stazioni e i treni sono affollati di giovani, come se tutta la generazione della guerra non avesse più posto in casa. I treni sono presi d’assalto in corsa, nelle stazioni si aspetta ore e ore. Le corriere che hanno reso faticosamente praticabile la Calabria, lungo le giogaie e i crinali dei monti, risalendo e discendendo i millecinquecento metri per raggiungere le grandi linee di comunicazione, trasportano perpetuamente, e senza confusione, senza odio, quasi senza dolore, una popolazione divenuta nomade, coi suoi pesanti fardelli, il suo pane, il temperino per tagliarlo a poco a poco, sognando il pane di domani.

Difficilmente si trova nei paesi e nelle città un posto per dormire, e occorre cercare da casa a casa un riparo, che costa il prezzo di una camera in un grande albergo. I soli luoghi dove si trova posto sono le trattorie e le osterie. Il calabrese mangia il suo pane, tagliato col coltellino come da un buon pezzo di legno, seduto sul suo sacco, nella sala dove aspetta il treno per Milano, per Roma, per Aosta, per Torino, per tutti i luoghi dove per lui c’è ventura. Essi conoscono la dislocazione del lavoro in tutta la penisola, se ne comunicano le notizie: per un’ora ho ascoltato qui la descrizione informatissima dei lavori in provincia di Bolzano, delle chiuse dell’Adige e dell’Isarco, delle dighe, dei trafori; e se avessi preso appunti potrei dire i nomi delle ditte, i progressi delle varie squadre.

«E i crucili (cioè i tedeschi) che fanno?».

«I cruchi hanno di meglio da fare. Sono gl’italiani che fanno queste cose».

Partono a un richiamo, a una informazione carpita in aria, a una lettera. A Roma, per esempio, hanno stabilita una loro comunità verso la Marmorata, che vive in dormitori comuni, ottenuti con le lattine dell’olio e i formaggi che uno va periodicamente a prendere in paese pei padroni di casa. Consumano le riserve portate con loro, e di continuo rifornite dai loro corrieri, e cercano lavoro. Ora ricordo di averne conosciuto uno. Sua madre, in un momento di pazzia radicale, calabrese, aveva resa irreparabile la sua miseria demolendo pietra per pietra la sua casupola di granito e di fango, e poi morì. Il figlio lo vidi a Roma, e poi lo incontrai a Milano, e poi a Napoli. Aveva un viso arguto e un lungo naso primitivo di qualche figurina delle più remote statuine di creta di questa terra. A Napoli mi disse di trovarsi meno peggio nella miseria generale, tra i mestieri d’un giorno e d’un’ora, dove si può dormire seduti sulla soglia d’una porta, con la testa posata sul fagottino.

Qui affollano le stazioni giorno e notte. Le scritte più oscene che mai si possano leggere sono sulle pareti delle stazioni calabresi, in una specie di gergo dialettale e arcaico; danno un’angoscia sessuale a quest’agonia di vita. La miseria, a volte, trova la sua espressione delirante nella protesta sessuale. Una di queste scritte, la più ripetuta in tutte le stazioni, mi proverò a riferirla, evitandone le scabrosità; dice pressappoco: «La donna coi suoi attributi mangia pane, e l’uomo coi suoi attributi muore di fame». Non avevo mai letto una protesta più radicale d’essere nato uomo. Nelle scritte di questo genere, come nei discorsi che si sentono in tutte le inflessioni dei numerosi dialetti calabresi, è rovesciato ogni concetto della vita, e della vita pubblica; il ricordo delle catastrofi recenti della nazione diventa memoria del tempo in cui, a rischio della strage, della rovina morale e materiale, a costo di seminare d’ossa italiane l’Europa e l’Africa, si trovava lavoro. Che cosa diventino i nostri concetti di libertà e di democrazia, di rispetto della persona umana, a petto d’una umanità simile, me lo domando. E tanto più che non si tratta d’una folla disordinata; cruda e infida come s’immaginerebbe e come dovrebbe essere la folla in condizioni simili. Non un grido, non un canto, non un litigio, non una parola forte. Non uno sguardo d’invidia. La Calabria nomade non ha perduto quella qualità che è eminentemente sua, della dignità umana, del rispetto dell’uomo.

La fuga è, dunque, oggi, il tema della vita calabrese. Lo è sempre stato in qualche modo, ma oggi si ha l’impressione d’una primitiva tribù che abbandona una terra inospite. E ciò è tanto più crudele in quanto la loro terra è bella. Ho sentito dire da molti stranieri che è una delle più belle d’Italia. Io non lo so perché l’amo. Ma so che si fugge e si rimpiange con la sua pena; si torna e si vuole fuggire: come con la casa paterna dove il pane non basta.

E una tale fuga il calabrese se la compie anche se sta seduto a un posto, in un ufficio o dietro uno sportello. È raro vedere qualcuno che si trovi realmente là dove sta. Fisicamente o fantasticamente, la Calabria è oggi in fuga da se stessa. Senza dramma, senza rancore, con la forza d’un fenomeno della natura, la Calabria reagisce con tutte le sue risorse a una condizione inferiore o servile. Con tutte le sue dure energie, cerca una condizione in cui l’uomo sia padrone di sé e del suo destino.

Certi grandi fenomeni, incontrollabili ma incoercibili come questo, si possono percepire con una relativa esattezza in alcuni piccoli sintomi. E così, per esempio, ho trovato in Calabria impiegati, portieri d’albergo, fittacamere, inservienti, insomma tutti coloro d quali hanno da fare col pubblico, i meno adatti al loro ufficio, e forse simili soltanto a quelli che, nelle stesse funzioni, conobbi in qualche luogo d’Oriente o del Levante. Non si possono dire scortesi. Nelle peregrinazioni per poter trovare un alloggio, ho dovuto aspettare discretamente che il portiere, la fittacamere, il facchino, levassero gli occhi dal loro giornale o dal loro libro e si accorgessero di me. Qualcuno, per non interrompere la sua occupazione, rispondeva che non c’era posto. E poi il posto si trovava, perché un altro, sulla porta, mi vedeva uscire stanco e seccato.

Così negli uffici dove mai un’informazione è recente, neppure nei cosiddetti Enti Turistici, ho sempre l’impressione di infastidire. Tutta la gente è occupata ad altro, e per lo meno al timore di vedere offesa la propria dignità. Essi non servono il pubblico. Si prestano. Poiché vengo da Roma, si mettono d’impegno a essere in regola e pignoli, per mostrare che qui si conoscono le regole. A volte si capita mentre, da una scrivania all’altra, da uno sportello all’altro, si discetta su una questione generale, su una casistica, o semplicemente su un fatto del giorno. Ognuno sfodera la sua acutezza. Non mi daranno retta sino a quando non avranno terminato, avendo me per pubblico. E io aspetto.

I loro sguardi, il loro contegno, mi ammoniscono di non attentare alla loro dignità. So di che si tratta; si tratta di persone che, al riparo dalla miseria generale, con un berretto gallonato o dietro uno sportello, vedono tanta folla informe e angosciata sbattere come cieca in un destino umano che oggi è di tutti, ma che in Calabria ha un’evidenza drammatica. E dietro il loro sportello, sotto il loro berretto, hanno una dignità conferita d’ufficio che non deve essere disturbata o menomata, che non vuole essere confusa con l’umile e paziente umanità errabonda. Essi soli fermi, ma pur fantastici, ma pur evasivi. E del resto, il timore del forestiero è bene espresso in un incontro d’uno scrittore americano che percorreva tempo fa la Calabria. Egli si fermò, con la sua enorme macchina, a un crocevia verso Nicastro. Trovò una giovane donna sola e le chiese la strada. Ella rispose soltanto: «Sono sposata da una settimana». Alle insistenze di lui, ella oppose, senza levare gli occhi, la medesima risposta.

E qui si apre un discorso sulla condizione dell’uomo nell’attuale società calabrese.

CORRADO ALVARO

Da UN TRENO NEL SUD, di C. Alvaro – Rubbettino

Foto: RETE

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