IL SENTIMENTO RELIGIOSO NEGLI UOMINI PRIMITIVI

[…] Un metodo ideale per rintracciare e descrivere le religioni della preistoria, con la loro varietà, le ramificazioni e le radici, sia quello di procedere a ritroso partendo dal presente o dal passato recente per avventurarsi nel passato lontano.

Il presente o recente da cui si parte, osservabile ed esplicito, è rappresentato dalle religioni dei popoli senza scrittura tuttora esistenti, dalle religioni archeologicamente note all’alba della storia scritta, o da una opportuna combinazione dei due tipi di realtà documentaria. Da oltre un secolo, studiosi di varia formazione hanno comparato e filtrato queste documentazioni differenti e complementari nel tentativo di estrarne una definizione di religione. I risultati di questa ricerca ci interessano in quanto permettono di individuare nelle espressioni religiose certi elementi comuni, che possono servire da nozione di partenza per muovere all’esplorazione dei dati preistorici, senza d’altronde pregiudicare la possibilità di cogliere nella preistoria elementi nuovi e inattesi.

Al livello essenziale, molti comportamenti religiosi sembrano accomunati da interrogativi o preoccupazioni a proposito di realtà o poteri che l’uomo non riesce facilmente a comprendere. Fuori dei confini dell’individuo e della società sembrano esistere forze ignote, la cui azione suscita curiosità o ansietà, interesse o paura. Ci sembra che le realtà fatte oggetto di domande, se non appunto di acute apprensioni, siano state generalmente la morte, la vita e il tempo. Sia consentito riunire sotto queste voci volutamente arbitrarie e schematiche una serie di osservazioni generali e preliminari, che riteniamo indispensabili per affrontare la ricerca delle religioni preistoriche.

Una constatazione diffusa è che la morte ha somiglianze inquietanti con il non-umano, come fatto incontrollabile su cui il potere umano vien meno. Questo problema implica domande, non di rado emozionali, su che cosa sia la forza vitale della persona, sulla sua perdita e sul destino dei morti. Sebbene non sia l’unica specie a essere turbata dal fenomeno del morire, nei riguardi di questo fatto ineludibile l’uomo ha certamente elaborato reazioni culturali quale nessun altro animale.

Vi sono poi, diffusissimi nelle culture note, i quesiti sul generare e il rigenerare, riferiti sia all’individuo e al suo gruppo, sia al vivere o apparente vivere del mondo circostante, che nei termini occidentali attuali chiamiamo «natura». È ciò che si è indicato come il problema della «vita». Negli stessi interrogativi suscitati dalle generazioni e dalla morte è poi insito il confrontarsi con il passare del tempo. Effetto della memoria, la nozione del tempo può essere stata una delle forze più poderose che abbiano plasmato le facoltà cognitive umane, indirettamente stimolando certi aspetti del comportamento religioso. Non si trascuri che l’espansione neurale della capacità di memoria è oggi riconosciuta come un fatto biologico peculiare e fondamentale dell’evoluzione ominide.

L’umanità ha percepito il tempo con una nozione lineare, come una freccia, o ciclica, come un continuo ritorno. Il passato, funzione del tempo, è stato ora percepito come un flusso, ora come un’età unitaria e indifferenziata al di là delle esperienze dei vivi. Il comportamento religioso ne è stato fortemente condizionato.

Preoccupazioni e domande, si è detto, e la religione è risposta: aggregato o sistema di risposte. Le spiegazioni tendono a formare un corpo di credenze, correlate alle caratteristiche, alle percezioni e alle funzioni di ciascuna specifica società. Fra l’altro soddisfano il bisogno di capire, organizzare e controllare il mondo non-umano, e di tutelare se stessi e il gruppo. Regolarmente le credenze sono state caratterizzate dalla fiducia nell’esistenza di potenze impersonali, insite nelle cose del mondo, o di personificazioni di vario genere, spiriti o dei, pensati a immagine dell’uomo in quanto, per capire, l’uomo deve umanizzare.

Cueva de las manos – ARGENTINA

In tal modo, le credenze religiose non solo permettono di entrare in relazione con gli aspetti problematici e vitali della realtà, ma di dominarli, mentalmente e praticamente. Mentalmente come storie esplicative o «miti». Praticamente come «riti», cioè come un fare, rivolto alle potenze e agli esseri superumani con cui si stabilisce un rapporto («culto»), o destinato a produrre effetti nella sfera umana (riti magici, di passaggio ecc.). Il rito è religione attiva. Sono credenze, miti e riti a formare una religione, intesa come un particolare tipo di «sistema» ideologico o di pensiero.

Qui sorge il problema del distinguere tra religione e scienza, che nella nostra mentalità è un’attività conoscitiva svolta con altre regole. Retrocedendo non già alle origini, ma appena a culture storiche a noi vicine, è facile constatare che le differenze tra religione e scienza si confondono: per molte culture la religione è stata ed è la forma di conoscenza, l’unica maniera di capire e dominare la realtà. D’altra parte si può ritenere che il comportamento religioso, per il suo invocare spiegazioni fuori dell’immediata sfera umana, si differenzi dal conoscere basato sul buon senso empirico e sull’esperienza quotidiana, che sono appunto i capisaldi delle attività evolutesi come «scienza» nelle società occidentali degli ultimi secoli.

Anche per questo può essere difficile o illusorio distinguere il religioso dal secolare, il «sacro» dal «profano», soprattutto nei dati archeologici. Non dappertutto o sempre le cose del sacro sono state delimitate funzionalmente, spazialmente e concretamente rispetto a quelle non sacre. E poiché per infinite generazioni la religione ha rappresentato un comportamento funzionale, necessario, utilitario, è imprudente pretendere di discernerla tracciando una linea di demarcazione con l’attività «utilitaria» come l’intendiamo noi oggi.

Da STORIA DELLE RELIGIONI, Biblioteca di Repubblica

FOTO: Rete

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