STORIE CALABRESI – Blacaman, il fachiro di Castrovillari

Nella seconda metà degli anni ’20 del ‘900, nel giro internazionale dello spettacolo irruppe un personaggio fin lì mai visto prima, manco nel milieu degli  scavalcamontagne, il «fachiro indiano» Blacaman, e fu subito successo via via più stupefatto e stupefacente, che le sue esibizioni erano comunque di quelle da fiato sospeso in quanto era «uomo che si diverte con la morte»; oltre agli esercizi «fachirici» di routine e ad esibirsi come ventriloquo e illusionista e tante altre cose ancora comunque alla portata di qualsiasi mezzemaniche circense, egli, primo al mondo, saliva a piedi nudi su una scala i cui pioli erano spade affilatissime sistemate di taglio, e in cima alla quale s’impiccava a un gancio rimanendovi per parecchio sospeso; oppure, si esibiva come «ipnotizzatore animale» (sic!), e, in forza anche di un «complicato gergo italiano» pronunciato in catturante litania, ipnotizzava caimani e leoni, coi quali giocava pericolosamente; oppure ancora, – e questa era per davvero la performance che gli assicurò fama e considerazione – si faceva seppellire vivo rimanendo sottoterra per oltre mezz’ora.

 E che si esibisse in uno stadio, in un teatro o sotto il tendone d’un circo, non cambiava, era sempre il tutto esaurito; per cui gl’impresari d’Europa e d’America se lo contendevano a suon di conquibus; faceva spettacolo nei maggiori teatri del mondo; mise addirittura in ombra la fama del mitico Houdini; a Holliwood fece un film da protagonista, You Can’t Cheat an Honest Man, una scena del quale – lui che fuoriesce dalle fauci disserrate d’un coccodrillo – si segnalò fra le sequenze cinematografiche memorabili, più o meno come il King Kong sul grattacielo.

E ovunque andasse, qualunque cosa facesse, lo accompagnava un alone di mistero su cui egli marciava ben sapendo che il non detto diceva, invece, assai perché intrigava, solleticava la fantasia della gente e accresceva la capacità di richiamo, moneta sonante nel barnum dello spettacolo; e ci marciava soprattutto tenendo bocca cucita su tutto ciò che lo riguardava personalmente se non per alcuni precisi particolari, sì che, al di là del nome di battesimo, Pietro, non si sapeva chi veramente fosse e come si chiamasse, si ignorava la sua nazionalità, da dove provenisse, dove fosse stato e cosa avesse fatto prima dello strepitoso esordio.

In ogni caso, le physique du role ce l’aveva e della miglior pezza, da madre natura cucitogli addosso su misura: sguardo tenebroso e infuocato, minimo indispensabile d’ossa e carne compensato da un eccesso di barba e capelli che teneva sparati e cespugliosi come il tizio della pubblicità dei pennini.

Insomma, se uno voleva immaginarsi un fachiro indiano bastava che pensasse a lui! Solo che indiano lo era nella misura in cui era turco il turco-napoletano di Totò: in realtà, si chiamava Pietro Aversa ed era nato nel 1902 appunto a Castrovillari, ai piedi del Pollino; e se era diventato quel che era diventato certo lo doveva anche al fatto d’esser nato e cresciuto non nella catatonia solagna d’una piccola patria a casa del diavolo, ove i giorni e gli orizzonti erano sempre conclusi, ma giusto a Castrovillari, da dove ogni giorno si partiva, ma, pure, si arrivava, essendo, la stessa Castrovillari, l’ultima o, secondo la direzione di marcia, la prima stazione di posta calabrese lungo la strada pel mondo di fuori; e c’entrava pure un’intelligenza assai sveglia e con spunti bislacchi, e l’argento vivo in corpo, popolano con le pezze al sedere che una ne faceva e cento ne pensava, e, uccello dei cieli franchi, con febbrile impazienza di cercarsi miglior destino altrove, bruciava infanzia e adolescenza per le trazzere delle «vigne» inseguito dall’ingiuria «’u zingaru», blasone dovuto, forse, all’estrema indigenza familiare, forse al poter per davvero vantare sangue nomade, forse alla sua vita sempre in mezzo alla strada.

Finché un giorno non transitò da Castrovillari un circo equestre e lui gli s’aggregò come lavorante tuttofare, e di Pietro «’u zingaru» si persero tracce e memoria per anni, impiegati – fece intendere poi lui – a raggiungere l’India con relativi fachiri, che gli appalesarono l’innato talento e gli svelarono i loro segreti.

E quando ritornò in circolazione era in ogni senso un altro da prima, che il bozzolo de «’u zingaru» aveva partorito la farfalla del «fachiro indiano», ed è mistero nel mistero chi o cosa avesse potuto condurre un cristiano senza proprio studio e ricco manco d’un centesimo farlocco, a diventare uno che ce l’aveva fatta in un àmbito sideralmente distante dalla cultura d’origine.

E via via il suo vivere, comunque avventuroso e sempre sotto il segno della straordinarietà, diventò pane per la fantasia popolare e per le cronache dal mondo dello spettacolo, che costruirono su di lui leggende a sazio, fra cui quella che era una spia dell’Ovra, l’occhiuta, invasiva polizia segreta del regime fascista.

Finché, nel 1949, la «comare secca» non colse a volo l’occasione per rifarsi di tutte le umiliazioni da lui inflittele nei loro duelli circensi e, con un decesso qualunque, se lo portò via di subito, così banalizzando l’epilogo di un’esistenza d’eccezione e impedendogli di sconfinare nei territori del mito.

Ma uno di questi giorni Blacaman certamente ricomparirà, ultracentenario ma sempre capace di stupire coi suoi esercizi da fachiro più vero dei fachiri veri.

D’altronde, la sua specialità non era forse quella di restare a .lungo sepolto per poi puntualmente «resuscitare»? !

Da GUIDA ALLA CALBRIA MISTERIOSA, di Giulio Palange – Rubbettino

FOTO: Rete

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